Come si uccide la democrazia sindacale
Dino Greco

 
Cgil, Cisl e Uil si predispongono ad una consultazione unitaria dei lavoratori e dei pensionati sul protocollo del 23 luglio scorso. Chiedono un voto referendario, segreto e certificato. Ciò significa che l'esito del negoziato è rimesso al giudizio finale di tutti i destinatari di quell'intesa, iscritti o meno al sindacato. Dunque c'è il riconoscimento che la rappresentatività delle associazioni sindacali non è sufficiente a dimostrarne l'effettiva rappresentanza, la quale dev'essere provata attraverso l'espressione diretta del consenso e del dissenso. Questo è un bene, perché rimette sui piedi la questione della sovranità dei lavoratori sugli atti negoziali, primo e fondamentale passo verso la costruzione di un sindacato democratico, «dei» e non «per» i lavoratori.
In realtà il percorso è ancora incompiuto e accidentato perché, «a monte», la piattaforma posta a base del negoziato non è stata approvata dai lavoratori, ma soltanto loro recapitata, in quanto frutto di un compromesso fra stati maggiori delle confederazioni, di un equilibrio trovato a quel livello e che non poteva essere alterato, neppure negli aspetti più marginali, a prescindere da ciò che ne pensassero i lavoratori; perché la consultazione «a valle» dell'intesa non è concepita come un diritto dei lavoratori, ma come un'opzione revocabile ove non vi sia il preventivo giudizio positivo di tutti e tre i sindacati confederali sull'ipotesi d'accordo. In altri termini, si può sostenere senza malizia che ci si rivolge ai lavoratori se e in quanto si ha la ragionevole certezza che l'intesa non sarà contraddetta da un voto contrario e che tutti i sindacalisti ne difenderanno le eccelse virtù.
Non si spiega altrimenti la caccia alle streghe scatenata contro le espressioni di dissenso tacciate ora di demagogia, ora di disonestà intellettuale e di altre nefandezze. Ma più di tutto fa riflettere il diniego di ogni possibile dialettica nella consultazione. I lavoratori e i pensionati potranno esprimersi con un «sì» o «no»: solo a schede scrutinate sarà possibile conoscere l'esito del loro giudizio, che varrà per tutti. Le ragioni del «no» non possono essere esposte da chi le sostiene, non hanno diritto di esistere. Nelle assemblee vi è spazio per una sola opinione, così dicono le regole pattuite; un'opinione mondata di ogni accento critico: «l'accordo è il migliore possibile nelle condizioni date» o, ancora: «è un accordo 'pulito' dove più o meno si prende, mai si perde». Così non va bene. Non credo sia un atto di saggezza liquidare il dissenso, dipingerlo caricaturalmente come l'espressione di una posizione ideologica, o dettata da obiettivi politici estranei ad un metro di valutazione sindacale, dimentica del merito. E dubito assai che possa giovare l'ordine di precettazione dei sindacalisti, l'intenzione di farne dei replicanti di un unico spartito. C'è un crinale autoritario che il sindacato rischia di percorrere rapidamente se si erge a guardiano dell'ortodossia, se reinterpreta una concezione gerarchica del rapporto con i lavoratori e le proprie strutture. Perché se per la Cisl - da sempre incline ad un sindacato-associazione che molto concede al principio di delega - il problema sembra essere di nessuna entità, così non è per la Cgil. Fa dunque una certa impressione che il voto (tutt'altro che unanime) del Comitato direttivo nazionale venga considerato esaustivo del confronto interno e passi su tutte le posizioni critiche. E' poi curioso, ma rivelatore, che si contesti la legittimità di un giudizio sull'accordo da parte di strutture regionali, nazionali, territoriali, orizzontali e di categoria, quando questo è critico nei confronti dell'intesa, ma non quando è favorevole. Per non dire di ordini del giorno con opinioni non gradite, che non sono stati ammessi al voto! La confusione è davvero grande. Il tema della democrazia sindacale si propone in tutta la sua attualità, e viene in chiaro come il freno al suo pieno esercizio sia sempre la spia di una caduta di autonomia, di una crisi del rapporto con i lavoratori, di una tendenza alla burocratizzazione e alle suggestioni oligarchiche.
L'accusa che viene mossa a chi chiede trasparenza e critica i contenuti dell'accordo è di avere smarrito una concezione confederale e di non saper cogliere il faticoso equilibrio che deve dar conto di una complessa composizione sociale. Tesi piuttosto bizzarra, se si pensa che milioni di pensionati, cioè la metà degli aventi diritto al voto, saranno chiamati a decidere anche dell'età pensionabile, dell'importo della pensione, del mercato del lavoro, delle regole che disciplinano la contrattazione di secondo livello, tutti temi che segneranno i rapporti, le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori dipendenti e di un'intera generazione alla quale la condizione dei propri padri e nonni deve apparire come una sorta di età dell'oro. Ed è proprio il carattere dell'accordo di luglio, è l'angustia delle risorse messe a disposizione dal governo, è la sproporzione fra quanto assorbito dalla manovra sul debito, fra quanto trasferito alle imprese e quanto invece investito nella spesa sociale ad avere compromesso un risultato giusto, risarcitorio per la parte sociale più debole, tale cioè da non mettere in concorrenza pensionati e lavoratori, pensioni di anzianità e di vecchiaia, lavoratori stabili e precari. Quello che è mancato è proprio il segno redistributivo dell'accordo, è la tanto predicata lotta alla precarietà. Un accordo dalla «latitudine» confederale non può essere valutato - come si viene invitati a fare - semplicemente mettendo un segno più o un segno meno, ma «pesato» nei singoli aspetti, per cogliere se esso traccia una chiara inversione di rotta, oppure se il quadro preesistente ne esce confermato e con esso la vita grama delle persone che avevano scommesso su un cambiamento.
Se il sindacato si sfracella nello sforzo di presentare l'accordo con toni che stanno via via rasentando l'esaltazione, non sarà capito, si precluderà qualsiasi azione volta ad un suo miglioramento e sentirà sempre più il ricorso alla mobilitazione non come una risorsa a disposizione, ma come un'implicita critica al proprio operato, con il rischio di divenire, fatalmente, un elemento di conservazione.
Ecco perché è importante che la consultazione restituisca al sindacato un segnale di non rassegnazione, un impulso a cambiare che lo induca ad uscire dal soporifero stato di inerzia che dura da una troppo lunga stagione