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Dino Greco
E-- Capolettera -->'-- Capolettera -->
comprensibile che chi ha sottoscritto l'accordo del 23
luglio ne sostenga con convinzione le ragioni. Si può anche
capire una certa enfasi nel presentarne gli aspetti positivi
e persino qualche non troppo innocente furbizia nel
mascherarne quelli carenti o negativi. E' invece
inaccettabile che si giunga a capovolgere la realtà delle
cose, sino a magnificare aspetti dell'intesa sui quali la
Cgil medesima ha formalmente espresso la propria
insoddisfazione e formalizzato il proprio dissenso. Capita
infatti di leggere sul numero 34 di Rassegna Sindacale ,
organo ufficiale della Cgil, che fra le ragioni del "si" ve
n'è una che recita, testualmente: "perché l'accordo prevede
la centralità del lavoro a tempo indeterminato e, pur con
differenze di valutazione su interventi relativi ad alcune
tipologie di impiego, favorisce la stabilizzazione del
lavoro". Così, persino il capitolo più negativo, quello che
lascia sostanzialmente inalterata la legge "30", che reitera
la flessibilità del lavoro nelle sue forme più esasperate ed
odiose, viene spacciato come un percorso di fuoriuscita
dalla precarietà. Dunque, delle pesanti riserve che avevano
indotto Guglielmo Epifani a chiedere a Prodi di potere
sottoscrivere "per parti" il protocollo di luglio,
escludendo il consenso proprio a quella sul mercato del
lavoro, non è rimasta neppure una labile traccia: l'accordo
è oro che luccica, nell'insieme e in ciascuna sua parte.
Questo esorbitante eccesso propagandistico, esclusivamente
finalizzato a mietere consensi nell'imminente voto dei
lavoratori e dei pensionati si regge su un presupposto
(inquietante) e comporta una conseguenza (pericolosa). Il
presupposto è che coloro che saranno consultati non
capiscano e si possa loro raccontare qualsiasi cosa, a
dispetto della realtà dei fatti; la conseguenza è che se
l'accordo è così carico di virtù, non ci si darà gran pena
nel cambiarlo. Peggio: si considererà ogni sussulto sociale,
ogni mobilitazione intorno ai temi oggetto di quell'intesa
come una messa in mora del sindacato che ne è stato
l'artefice. Questo appiattimento sul governo, o meglio, su
quella parte di esso che si muove ormai in un'orbita sempre
più eccentrica rispetto al suo stesso programma, rischia di
vulnerare profondamente l'autonomia della Cgil e di aprire
un solco fra essa e la parte del movimento sindacale che con
maggiore convinzione si è ingaggiata nella lotta per il
riconoscimento del valore del lavoro e per il suo riscatto
da una lunga stagione oscura.
E' una pessima spia del clima che sta montando quella
perentoria intimazione all'obbedienza che emana dal centro
confederale e che, nella "vulgata", in periferia, si traduce
in episodi di intimidazione, quando non di vera e propria
caccia alle streghe nei confronti di quanti non intendono
rinunciare a dire ciò che pensano. L'autonomia non vive
senza democrazia e non è data democrazia senza autentico
esercizio del pluralismo e del diritto al dissenso. Se siamo
costretti a ribadire queste ovvietà vuol dire che le
pulsioni autoritarie ed i riflessi d'ordine che ammorbano la
politica, ma sempre latenti in tutte le burocrazie, stanno
contagiando anche la più grande organizzazione di massa del
paese. La qualità del dibattito che sta per aprirsi fra i
lavoratori dirà anche se disponiamo di efficaci antidoti a
questi veleni.
21/09/2007 |