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Tfr, la cronaca di un
fallimento
di Tito Boeri e Luigi Zingales
Il sondaggio Eurisko
La riforma del trattamento di fine rapporto (Tfr) è stata
giustamente presentata come un'occasione unica per aumentare la
partecipazione degli italiani ai mercati finanziari e per
incoraggiare, soprattutto i giovani, a costruirsi una previdenza
integrativa con cui rimpinguare pensioni pubbliche inevitabilmente
destinate a diventare meno generose.
Purtroppo i dati di un sondaggio condotto a luglio da Eurisko per
conto di AnimaFinLab su di un campione rappresentativo di lavoratori
dipendenti del settore privato ci dicono che entrambi questi
obiettivi sono falliti. In media solo un lavoratore su quattro ha
espressamente optato per un fondo pensione, contro un obiettivo
minimo dell'Esecutivo del 40% (che non verrà raggiunto neanche
contando le adesioni tacite). Tra i giovanissimi (tra i 22 e i 30
anni) la percentuale di adesioni esplicite è al di sotto del 20 per
cento. Prime anticipazioni da una ricerca in corso sui risultati di
questo sondaggio possono anche aiutarci a capire il perché di questo
fallimento.
Contrariamente alle aspettative, il fallimento non sembra essere
dovuto alla mancanza di consapevolezza sulle scelte. Il 90% dei
lavoratori ha fatto una scelta e il 90% di questi è stato in grado
di motivarla. Lungi dal non aver capito la riforma, nonostante le
sue complessità, i lavoratori sembrano averla capita fin troppo
bene. Altrimenti si farebbe fatica a spiegare l'enorme differenza di
comportamento tra lavoratori di imprese con meno di 50 addetti e
quelli di imprese con più di 50 addetti.
Come si evince dai dati riportati nel grafico qui sopra, elaborato a
partire dal sondaggio, circa tre lavoratori su quattro nelle imprese
più piccole hanno scelto di lasciare il Tfr in azienda e meno di uno
su dieci ha scelto espressamente di destinarlo ai fondi pensione.
Nelle imprese più grandi, invece, la percentuale di chi ha scelto di
lasciare il Tfr in azienda è di poco inferiore al 50% mentre quattro
lavoratori su dieci hanno espressamente optato per un fondo pensione
(soprattutto per quelli ad adesione collettiva). Come si ricorderà,
le opzioni offerte erano molto diverse nei due casi. La Finanziaria
2007 prevede che i flussi di Tfr "rimasti" in aziende con più di 50
addetti siano destinati a un conto di tesoreria istituito presso
l'Inps. Nelle imprese più piccole, invece, questi fondi rimangono
effettivamente in azienda.Dato l'interesse del datore di lavoro per
la permanenza dei fondi in azienda, ci si potrebbe aspettare che
questa differenza sia dovuta a pressioni esplicite o implicite dei
datori di lavoro sui dipendenti.
Se crediamo alle risposte fornite dai lavoratori stessi, però, non
c'è evidenza di pressioni esplicite. Le risposte per «spinte o
pressioni » o per «paura di essere licenziato» rappresentano solo il
2,6% nelle piccole imprese contro l' 1,8%nelle grandi.C'è invece
differenza nella frequenza della motivazione «Per agevolare
l'azienda/per non far gravare sull'azienda la perdita del Tfr »
nelle risposte dei dipendenti di imprese piccole (5,2%) e
medio-grandi (3,1%). Questo può essere un segno di pressioni
implicite o di una maggiore identificazione del lavoratore con
l'impresa in aziende di piccole dimensioni.
Le principali motivazioni addotte dai lavoratori che hanno scelto di
tenere il Tfr in azienda hanno, invece, a che fare con la fiducia.
La prima motivazione (con più del 20% delle risposte) è la
possibilità di avere una liquidazione in contanti al momento della
pensione invece che sotto la forma di vitalizio, un indice di
sfiducia nel valore di una pensione privata. Al secondo posto, con
il 17% delle risposte, c'è la mancanza di fiducia negli investimenti
finanziari. Al terzo posto c'è la convinzione che il Tfr in azienda
garantisca un rendimento più sicuro di un investimento nei fondi.
Apparentemente, questo sembra un paradosso, visto che un lavoratore
che investe nei fondi può facilmente assicurarsi un rendimento
uguale a quello del Tfr investendo tutti i contributi in un fondo
monetario. O i lavoratori non erano consapevoli di questa opzione,
oppure attribuivano un ulteriore rischio all'investimento nei fondi,
associato alla possibilità di default del fondo stesso. Questa
seconda ipotesi è supportata dal fatto che solo il 3% dei lavoratori
ha totale fiducia nei fondi, contro il 31% che ha totale fiducia per
l'impresa in cui lavora.
Questo differenziale di sfiducia contribuisce anch'esso a spiegare
il diverso comportamento dei lavoratori nelle imprese con meno di 50
addetti e in quelle con più di 50 addetti. I lavoratori delle
piccole imprese avevano di fronte a loro un'offerta più limitata di
schemi previdenziali alternativi al Tfr. Un milione e mezzo di loro
non poteva accedere ad alcun fondo contrattuale. In altri casi, pur
potendo accedere a un fondo ad adesione collettiva, i lavoratori
dell'impresa minore non potevano beneficiare del contributo
addizionale del datore di lavoro previsto in molte grandi imprese
mentre il fondo collettivo disponibile era troppo piccolo, come
platea di effettivi o potenziali beneficiari, per poter conseguire
significative economie di scala, dunque per offrire rendimenti netti
più elevati.
Inoltre, nelle imprese con meno di 50 addetti, l'alternativa a un
investimento nei fondi era il mantenimento dei contributi in
azienda, mentre nelle grandi imprese significava il versamento del
Tfr all'Inps. E se l'azienda ha la totale fiducia del 31% dei
dipendenti e molta fiducia da un altro 55%, l'Inps suscita la totale
fiducia di solo l'8% dei lavoratori e «molta fiducia» per il 37 per
cento.
Paradossalmente, il trucco inventato dalla Finanziaria 2007 per
rimpinguare le casse dello Stato ha avuto come inaspettata
conseguenza quella di favorire un maggior flusso di contributi nei
fondi. Non per fiducia dei fondi, ma per sfiducia nell'Inps. Ma se
vogliamo che i fondi, e il mercato finanziario in generale, si
affermino tra i lavoratori per meriti propri invece che per demeriti
altrui, dobbiamo colmare questo gap di fiducia negli strumenti
d'investimento e aprire i fondi contrattuali ai lavoratori delle
piccole imprese.
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