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Documento assunto nel
dibattito del direttivo CGIL di Lodi
Il direttivo Cgil di Lodi, riunito il 14/9/07, per esaminare e
discutere il protocollo di intesa tra Governo e parti sociali su
“Previdenza, lavoro e competitività” del 23 luglio 2007, esprime in
merito un giudizio complessivamente negativo e di contrarietà
sull’insieme dei contenuti dell’accordo.
La ragione di questo giudizio è determinata dal fatto che, pur
riconoscendo punti di avanzamento e parziali risultati positivi su
alcuni capitoli (in particolare per quelli che riguardano la difesa
del potere d’acquisto delle pensioni basse ed i miglioramenti,
compresi quelli previdenziali, dei trattamenti di disoccupazione e
della contribuzione figurativa e di riscatto), questi sono
insufficienti a compensare il risultato profondamente negativo che
si ottiene in materia di pensioni, contrattazione, mercato del
lavoro e lotta alla precarietà.
Si consolida l’impianto della legge 30, non si affronta il problema
delle causali e del tetto del tempo determinato, lo staff leasing
viene in realtà mantenuto. Non viene intaccata la piaga dei COCOPRO,
salvo farne un salvadanaio per gli interventi previdenziali. Non si
affronta nemmeno il pesante arretramento che la legge 30 ha prodotto
sulle condizioni dei soci lavoratori di cooperativa.
La decisione del Governo di abrogare la sovracontribuzione degli
straordinari è gravissima e abbinata alla detassazione dei premi di
risultato dà un'idea misera e del tutto non condivisibile di quello
che si intende per competitività.
La scelta di incentivare con sgravi contributivi i salari variabili
contrattati a livello aziendale costituisce un ulteriore elemento di
rafforzamento di coloro che sostengono da tempo un’offensiva mirata
all’indebolimento ed al superamento del ruolo e del peso salariale
del Contratto Nazionale.
Non si risolvono i problemi dei precari, non si affrontano quelli
degli immigrati, non si punta sulla qualità del lavoro, con
conseguenze negative anche sulle stesse entrate strutturali della
previdenza.
La legge Maroni non viene abolita, mentre ne viene diluito nel tempo
l’effetto, attraverso un meccanismo di scalini impropriamente
chiamati quote, perchè l’elemento di rigidità è rappresentato
dall’innalzamento obbligatorio dell’età anagrafica, senza elementi
di flessibilità.
Questo accordo si inserisce in quella filosofia degli anni ’90 che
aumenta il tempo di lavoro nella vita e non da risposte adeguate a
chi ha iniziato a lavorare in età precoce. Tutto ciò risulta in
profonda contraddizione con il fatto che il Fondo lavoratori
dipendenti è da tempo in attivo, e che i lavoratori hanno
contribuito ulteriormente con l’incremento dello 0,30% della loro
contribuzione, senza che tali ingenti somme siano state utilizzate a
fini previdenziali. Anzi, si pensa già ad uno 0,09% in più a fronte
di improbabili ed indimostrati risparmi nella gestione degli enti
previdenziali.
L’intervento sui coefficienti, legati al percorso lavorativo, e la
possibilità di giungere alla copertura del 60% da parte della
previdenza pubblica, indicati nell’accordo, sarebbero positivi ma
rischiano di essere aleatori e non effettivamente realizzabili
perché pesantemente condizionati dal vincolo dell’equilibrio
finanziario.
Su tale aspetto decisivo la CGIL deve assumere l’obiettivo della
loro effettiva esigibilità.
La mancata separazione fra assistenza e previdenza, peraltro
prevista nella stessa riforma Dini del ’95, è stata rimossa, ma
rimane dirimente per la stessa tenuta del sistema previdenziale
pubblico e per le pensioni future di quelle nuove generazioni
invocate in modo del tutto strumentale da più parti.
La reintroduzione delle 4 finestre per i lavoratori con oltre 40
anni di contributi viene realizzata con uno scambio inaccettabile
con l’introduzione delle finestre per le pensioni di vecchiaia.
Per quanto attiene i lavori usuranti, di cui si è ottenuta
l’estensione, la loro elencazione rischia di escludere tipologie
lavorative particolarmente faticose e pesanti. Inoltre i vincoli
finanziari determinano di fatto il contenimento della platea degli
aventi diritto fino a un massimo di 5000 lavoratori all’anno.
Per tutti questi motivi il nostro giudizio su una intesa che ha al
centro più la dimensione delle compatibilità economica che quella
sociale, pur non scordando i parziali aspetti positivi menzionati, è
complessivamente negativo.
Nel territorio della provincia di Lodi, come in altri, nei mesi
scorsi le assemblee dei lavoratori, i documenti delle RSU, gli
scioperi di numerose fabbriche metalmeccaniche e chimiche avevano
sottolineato l’importanza di alcuni elementi che nell’esito del
confronto non hanno trovato risposta.
Inoltre è mancato, a livello nazionale, il pieno coinvolgimento e la
necessaria mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Si è
trattato di una trattativa sindacale dove i diretti interessati sono
stati ridotti alla condizione di spettatori su questioni centrali
che riguardano direttamente la loro condizione di vita, consegnando
di fatto la mediazione e la soluzione del confronto al rapporto tra
le forze politiche che compongono il governo, con una perdita di
autonomia ed una caduta del ruolo sindacale.
Il direttivo CGIL di Lodi impegna tutte le strutture ad operare per
favorire la più ampia informazione e partecipazione dei lavoratori e
dei pensionati ad una consultazione certificata e democratica.
Il direttivo Cgil di Lodi
Lodi 14/09/07
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