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Giorgio Cremaschi
Q-- Capolettera -->uesta è la parte certa
dell'accordo, che vale sotto qualsiasi governo. Poi c'è la
promessa di discutere la garanzia del 60% del salario per i
precari con retribuzioni più basse. Ma questo si farà
compatibilmente, come hanno detto tutti i ministri, con le
disponibilità finanziarie e, aggiungiamo noi, a seconda di
chi sarà al governo. Insomma, aria fritta.
Dal 2011 aumenteranno ancora i contributi pensionistici
nella busta paga dei lavoratori dipendenti e dei
parasubordinati, perché il senso profondo dell'accordo è che
si fa tutto in famiglia. Se una parte di lavoratori e
pensionati ottiene dei miglioramenti, un'altra parte del
mondo del lavoro deve peggiorare, in maniera che la somma
sociale sia zero: i ricchi restano ricchi e i poveri
litigano tra loro. Altro che redistribuzione delle
ricchezze. Il punto più grave dell'accordo, quello che
ipoteca negativamente il futuro, è sintetizzato dalla
conclusione stessa del protocollo, una vera e propria
clausola di dissolvenza, che dichiara che tutto è sottoposto
alle compatibilità di bilancio decise dal governo. I diritti
diventano una variabile della politica monetaria.
Come sempre il rigore contiene anche un inganno: che fine
hanno fatto i 4 miliardi di euro di contributi pensionistici
in più che, a partire dalla scorsa finanziaria, ogni anno
verranno tolti dalle buste paga dei lavoratori dipendenti e
dei parasubordinati? Questi soldi sono spariti, sono stati
assorbiti dalla spesa generale e non figurano neanche nel
famoso "tesoretto", che è frutto di altri soldi usciti
anch'essi in gran parte dalle tasche dei lavoratori
dipendenti. Di tutti questi miliardi solo una piccola parte
è tornata ai disoccupati e ai pensionati, mentre le imprese
hanno intascato la riduzione del cuneo fiscale e tanti
piccoli e grandi benefici, pari complessivamente a 7
miliardi di euro all'anno secondo il ministro Bersani.
Eppure la Confindustria non è ancora contenta.
Peggio ancora va l'accordo sul mercato del lavoro e la
competitività. La sostanza è presto detta: il Patto per
l'Italia del governo Berlusconi e la Legge 30 sono
confermati e rafforzati. Non solo per la conferma dello
staff-leasing, un rapporto di lavoro quasi inesistente in
Italia, ma simbolicamente mantenuto perché così pretendeva
la Confindustria. E neppure solo perché sui contratti a
termine si è riusciti a peggiorare la legislazione
esistente: ora quei contratti potranno essere prorogati
oltre i 36 mesi con conciliazione sindacale. Ma, soprattutto
per il vuoto che c'è su tutto il resto. Sul lavoro
interinale, su quello a progetto, sugli appalti, sul
precariato diffuso non c'è niente di niente. Altro che
accordo per i giovani! Ma stiano tranquilli gli economisti
liberisti perché ce n'è anche per quei lavoratori che essi
considerano garantiti. Per tutti costoro c'è la promessa di
una riforma degli ammortizzatori sociali che rischia di
introdurre in Italia una variante povera del cosiddetto
sistema danese, cioè una maggiore facilità di licenziamento
in cambio di un po' di cassa integrazione. C'è poi lo
scandalo della riduzione dei contributi pensionistici per le
ore di straordinario. Così si danneggiano sia l'occupazione
che il bilancio dell'Inps, mentre si chiarisce ai lavoratori
che per guadagnare di più si deve lavorare di più. La
riduzione delle tasse sul salario variabile aziendale,
corona infine quest'impostazione. Invece che ridurre le
tasse sul salario del contratto nazionale, che va a tutte le
lavoratrici e i lavoratori, si riduce il fisco solo per
quella minoranza che gode del premio di risultato. E si
impone di peggiorare questo istituto, perché i soldi
detassati dovranno essere totalmente variabili, cioè
dovranno essere salario di rischio, come quando si investe
in borsa. Flessibilità del rapporto di lavoro, flessibilità
degli orari, flessibilità dei salari, questa è la filosofia
che ispira la parte sul lavoro dell'accordo, non a caso
condivisa entusiasticamente dalla Confindustria.
I gruppi dirigenti di Cgil, Cisl e Uil sostengono però che
questo è il miglior accordo possibile. E' un ragionamento
che potrebbe essere giustificato solo dopo una dura e lunga
lotta sindacale. Ma come sappiamo tutti, la vertenza non c'è
stata, la mobilitazione nemmeno e i risultati sono così
negativi proprio perché Cgil, Cisl e Uil non hanno
esercitato alcuna pressione sociale. Il quotidiano La
Repubblica , in un suo editoriale, spiega che le tute blu
sono alla deriva, sono sconfitte dalla storia e dalla
ristrutturazione industriale e così i loro no sono solo
nostalgia del passato. Cari metalmeccanici, dice quel
giornale, vi dovete rassegnare, non contate più niente. E
invece no. Il no a quest'accordo, rappresenta un segnale di
speranza e fiducia per il futuro. Si dice no a un accordo
ingiusto, rassegnato all'inevitabilità del peggioramento
delle condizioni sociali del mondo del lavoro. Solo con
questa rassegnazione si possono considerare come
miglioramenti quei pochi semplici ritocchi fatti alle scelte
del governo Berlusconi. Si dice di no perché si crede ancora
alla possibilità di un cambiamento delle condizioni sociali,
dei lavoratori, dei giovani, dei pensionati. Si dice di no
perché in questa società profondamente ingiusta, piena di
inaccettabili privilegi, il mondo del lavoro ha solo crediti
da riscuotere e non debiti da pagare. E qui incontriamo
anche il nodo del rapporto tra sindacato e politica. Non
nascondiamoci dietro un dito, in ogni luogo di lavoro si
rimprovera al sindacato, alla Cgil in particolare, di
accettare con Prodi quello che si contrastava con
Berlusconi. La risposta, che conferma, è che più di così non
si può fare altrimenti il governo cade. E' da un anno e
mezzo che Cgil, Cisl e Uil operano con questa paura. Il
risultato è che il governo Prodi è ai massimi livelli
dell'impopolarità e i risultati sindacali non ci sono. Se il
sindacato fa il suo mestiere anche la politica, forse,
reimpara a fare il suo. Anche per questo il no è un voto
serio e sereno per cambiare.
13/09/2007 |