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Alleva: «Il 20 in piazza
per cambiare il Protocollo»
Intervista al
giuslavorista. «L'intesa su Welfare e lavoro
non combatte la precarietà. Serve una
battaglia sui nostri contenuti originari per
cambiare quell'accordo. In piazza e in
Parlamento»
Antonio Sciotto
«Il 20 ottobre sarà
certamente una manifestazione contro il
Protocollo sul welfare, ma io mi auguro che
non sia un corteo solo 'contro'. Ma questo
dipenderà da tutte e due le parti, e in
special modo dal governo. L'esecutivo deve
comprendere che bisogna onorare il programma
elettorale, e il Protocollo di certo non lo
fa. Dall'altro lato, il testo deve essere
ancora tradotto in legge, dunque si possono
trasformare in norme positive alcuni suoi
contenuti espressi in forma ambigua,
generica, che altrimenti potrebbero
addirittura peggiorare». Piergiovanni
Alleva, direttore della Rivista giuridica
del lavoro, è autore della proposta di legge
«Per il superamento della precarietà»
firmata da oltre cento parlamentari della
sinistra, ma ha anche contribuito ad
elaborare le proposte di legge Cgil
sottoscritte nel 2002 da oltre 5 milioni di
persone, poi confluite nelle tesi approvate
all'ultimo congresso di Rimini, quello del
marzo 2006.
Perché il Protocollo non onorerebbe il programma dell'Unione? Il fatto è che quel testo affronta tutto in superficie: non corrisponde alle aspettative dei lavoratori, ma neanche alla dialettica politica dell'ultimo anno. Tutti pensavano che la riforma del lavoro si sarebbe fatta mettendo a confronto la Carta dei diritti dell'Ulivo, prima firmataria Elena Cordoni, e la proposta «Per il superamento della precarietà» sottoscritta dalla sinistra. Due testi che rappresentano le diverse anime della coalizione, certamente nessuno dei due riducibile all'altro, ma si sarebbero dovute cercare delle convergenze. Questo confronto non c'è mai stato, e adesso anche la stessa Carta dell'Ulivo sembra sparita dal tavolo: quello che è rimasto è il Protocollo del governo, che, ripeto, affronta tutto in superficie e non dà risposta alle aspettative. Allora il 20 ottobre giustamente verrà espressa nelle piazze questa delusione, ma io credo che alcune aperture già presenti nel Protocollo si debbano chiarire nella elaborazione del testo di legge, per creare norme positive. Vogliamo fare qualche esempio? Diciamo subito che per quanto si stiri il Protocollo certo non si potrà ottenere la cancellazione della legge 30, foriera del lavoro «usa e getta», e che a noi non piace. Ma il fatto è che oggi si è andati già ben oltre la cosiddetta «Biagi», almeno come la intendeva lo stesso giuslavorista. Credo che oggi si possano correggere alcuni abusi affermatisi in seguito, soprattutto con il decreto 276, che il governo Berlusconi ha elaborato quando Marco Biagi era già morto. Facciamo l'esempio dei parasubordinati: nella filosofia di Biagi, il lavoro a progetto (cocoprò) avrebbe dovuto sostituire le collaborazioni coordinate e continuative (cococò), configurando una reale autonomia, con l'obbligazione di un risultato. Al contrario, il cocoprò è stato stiracchiato fino a ricalcare i vecchi cococò, tanto che rimane utilizzabile per una commessa al supermercato, che è invece una funzione tipicamente subordinata. Già attualmente, dunque, 9 cocoprò su 10 sono illegittimi, e lo stesso Protocollo ammette il problema, quando si impegna ad aumentare i controlli per smascherare le false collaborazioni. E' chiaro che più in generale noi siamo per il superamento del cocoprò, per ricondurre il lavoro economicamente dipendente sotto un unico tipo, con garanzie certe e forti, mentre l'Ulivo propone di mantenere le differenze tra subordinati e parasubordinati e offre tutele «a gradazione», diluendo le garanzie per estenderle. Ma fino a che non si sarà venuti a capo di questa «diatriba», delineando il «contratto del terzo millennio», bisogna almeno porre correttivi agli abusi: velocizzando i processi del lavoro, aumentando i controlli, cambiando alcuni punti del decreto 276, che hanno permesso le interpretazioni «gattopardesche» del cocoprò. Un altro nodo del contendere sono i contratti a termine. Il grande scandalo, certamente, è la possibilità di deroga al rinnovo dopo i 36 mesi, davanti alla Direzione provinciale del lavoro: è ovvio che deve essere eliminata e ho fiducia che lo sarà. Ma sottolineo anche una cosa: prima di arrivare ai 36 mesi un lavoratore ci può mettere anche 6 o 9 anni, facendo contratti di 6 mesi o di 4 ogni anno. Allora stiamo attenti a non crocifiggerci solo sul rinnovo dopo i 36 mesi, stiamo attenti a quello che accade prima. Io dico che va assicurato un reale diritto di precedenza: il Protocollo per ora lo garantisce solo per le assunzioni a termine e per «le stesse mansioni». Così rischia di diventare una «burletta»: al contrario va esteso anche alle assunzioni a tempo indeterminato e va assicurato il diritto per «uno stesso profilo professionale». In questo modo il lavoratore ha reali chances anche prima dei 36 mesi. Poi è necessario ristabilire delle causali: l'impresa deve dimostrare l'esigenza temporanea e collegare la durata alla mansione specifica. In più voglio dire del part time: il Protocollo dice che non può essere diverso da quello del lavoro pubblico, ma lì c'è un pieno diritto alla trasformazione e al ritorno al tempo pieno; sarà assicurato dunque anche nel privato? Il programma dell'Unione parlava pure di abolizione dello staff leasing. E infatti speriamo che sia davvero eliminato, anche per la sua carica simbolica, analoga a quella del lavoro a chiamata. Ma più che un tavolo sullo staff leasing, come propone il Protocollo, mi sembra necessario farne uno sul lavoro interinale, oggi completamente liberalizzato e che invece va regolato e limitato. Anche qui, stiamo attenti: non diamo nuove norme solo ai contratti a termine perché poi si trova la scappatoia nel lavoro somministrato. Un esempio: oggi che c'è aria di sanatoria per i tempi determinati, molti comuni si stanno buttando sugli interinali. Il Protocollo, inoltre, non dà regole chiare sugli appalti: va definito quando è legittimo farli, e vanno eliminati i rischi di appalti di mera manodopera, come accade con le cooperative spurie. Il Protocollo riforma anche gli ammortizzatori sociali. Sì, ed è certo positivo che essi vengano estesi al di là del cerchio del lavoro industriale. Ma io credo che siano ancora impostati troppo sul piano risarcitorio, come indennità di disoccupazione quando il lavoro si è già perso, mentre dovrebbe essere rafforzato il lato «preventivo». Mi spiego: io fornirei a ogni lavoratore una «dote» di ammortizzatori che però abbiano il fine primario di conservare il posto, dunque attivando strumenti come la cassa integrazione o i contratti di solidarietà, e solo in ultima istanza la disoccupazione. Questo perché altrimenti si deresponsabilizza l'impresa e si diffonde quella cultura della «flexsecurity», della tutela nel mercato anziché sul posto di lavoro che è poi la premessa per riformare le norme sul licenziamento. Come dire: con indennità di disoccupazione più ricche liberalizziamo il licenziamento. Una tesi presente anche in settori del centrosinistra, e che non mi vede per nulla d'accordo. |