Scandalo a corte
Gabriele Polo

 
Di quale orrendo crimine si è macchiata la Fiom per essere additata come responsabile di un'imminente catastrofe politica, della rottura a sinistra, del collasso sindacale, della degenerazione del corteo del 20 ottobre in un flop o un'insurrezione? Persino del disastro sociale per i suoi rappresentati che provocherebbe la bocciatura del protocollo sul welfare? Perché questa sfilza d'accuse troppo lunga per essere vera? E' molto semplice: «l'omicidio al comitato centrale» commesso dai metalmeccanici della Cgil consiste nell'aver giudicato il merito di un'intesa, per le ripercussioni che esso avrà sul futuro dei lavoratori e del sindacato, senza subordinarlo alle opportunità politiche. Colpa gravissima, soprattutto per un mondo istituzionale e mediatico - la celebrata «casta» - cui il merito frega poco o nulla.
Non è così? Prendete, nel suo piccolo, questo giornale: due o cinque anni fa scriveva le stesse cose che scrive oggi su guerre e precarietà del lavoro, diritti violati per immigrati e omosessuali, strupro ambientale e del territorio, crisi della democrazia e collasso della rappresentanza. A sinistra le sue battaglie erano ascoltate, veniva persino corteggiato. Oggi quegli stessi contenuti di allora sono considerati un «problema», quasi da evitare. Cos'è cambiato? Il contesto politico, da cui si deriva ciò che è opportuno. Siamo diventati disdicevoli. A prescindere dal merito, perché ci sono cose che non si possono più dire, quelle stesse con cui abbiamo combattuto la destra al governo. Ci sono terreni che non si devono più praticare, quegli stessi che costituiscono la rappresentazione della realtà, la vita delle persone. Poi si stupiscono (e preoccupano, ma solo per motivi castali) che Beppe Grillo catalizzi lo scontento della vita reale e che indichi la strada del «cacciamoli via».
E' questa centralità del merito, questa permeabilità sociale, questo semplice «fare il proprio mestiere», la colpa della Fiom: lo spostare lo sguardo dal «centro» alla «periferia», dalle parole che volano via ai fatti che restano, dimenticando che qualunque azione e riaggregazione di sinistra, qualunque «cosa rossa», non può che partire da lì. E' stato così anche per la manifestazione del 20 ottobre. Più di un mese fa un gruppo di persone e tre giornali hanno indicato delle emergenze, hanno segnalato dei problemi, hanno indetto una mobilitazione per sottolinearli e chiedere un cambiamento sulla spinta di un protagonismo attivo. Era un elenco preciso di argomenti e di conseguenti critiche di merito. Del tutto ignorato, per interrogarci invece sulla presenza o meno di ministri in piazza e sulle ricadute istituzionali, per chiederci una dichiarazione pro o contro il governo, a prescindere. «E' una manifestazione buona se sostiene Prodi», «sarà una cosa cattiva se non gli sparerà addosso»: nn convergente delirio. Affrontare (e cercare di risolvere) il contenuto concreto di quelle questioni era presentato come l'ultimo dei problemi. Per collocare forzatamente una manifestazione in una casella precisa, come se tutta la politica si riducesse nello stare o meno al governo. Per fare che, poco importa. Perché, tanto, dalle aggregazioni di massa e dalla partecipazione diretta nulla può venire, al massimo singulti protestatari che altri si incaricano di gestire. L'ideologia unica del futuro partito unico. Democratico, s'intende.