Federmeccanica chiude la porta
Pochi margini «Richieste salariali troppo alte. Serve più flessibilità sugli orari»
Francesco Piccioni

 
Le nubi si moltiplicano sul contratto dei metalmeccanici. Alla diversità di valutazione tra la Fiom e la segreteria della Cgil sul protocollo del 23 luglio, si aggiunge ora il rallentamento dell'economia. Ieri mattina Federmeccanica, l'associazione degli imprenditori dei settore, ha presentato la sua consueta (trimestrale) indagine congiunturale sull'attività produttiva. Lo studio, coordinato e illustrato dal responsabile del centro sudi, Angelo Megaro, registra ovviamente gli stessi problemi dell'industria italiana in genere, anche se con minore intensità rispetto ad altri settori.
L'analisi dei dati è forzatamente ferma ai primi due trimestri dell'anno - precedenti, dunque, lo scoppio della «crisi dei mutui» statunitense - ma evidenza una variazione congiunturale negativa pari al -0,6% nel secondo trimestre (che si somma al -0,7 nel primo). La variazione tendenziale su base annua resta comunque positiva (+1,8%), grazie soprattutto all'effetto «trascinamento» dell'eccezionale performance del quarto trimestre 2006 (+6,9).
Sulla bilancia commerciale il settore metalmeccanico pesa per il 60% delle esportazioni industriali in senso stretto, ma soprattutto riduce al minimo (8 miliardi di euro) il saldo finale, visto che fa registrare da parte sua un attivo superiore ai 10 miliardi. Viene descritta insomma una fase ancora espansiva, che ha permesso un aumento dell'occupazione (per la prima volta anche nelle imprese con più di 500 addetti) e una riduzione drastica del ricorso alla cassa integrazione (-19,5%); ma con prospettive di breve periodo non altrettanto rosee.
Nessuno sa quantificare oggi l'impatto che potrà avere la crisi finanziaria globale appena esplosa, ma un qualche effetto ci sarà. Va ricordato che il mercato statunitense rappresenta il 6,9% delle esportazioni metalmeccaniche, sempre più dominate dal commercio infra-Ue (circa il 60% del totale), ed è perciò sperabile che i «colpi di freno» siano abbastanza contenuti.
In ogni caso, il direttore generale di Federmeccanica, Roberto Santarelli, ricorda che questi dati vanno «tenuti presente» per lo sviluppo della trattativa per il rinnovo del contratto, perché «le imprese stanno affrontando una forte compressione dei margini di profittabilità», conseguenti a politiche di prezzo che per essere competitive «sacrificano i margini per conservare i volumi» di vendita. La distanza tra le richieste salariali della piattaforma unitaria (approvata con referendum nelle fabbriche) e la controfferta padronale è ampia (praticamente il doppio). Ma non è tanto questo il fronte più temuto dagli imprenditori, critici sul fatto che la piattaforma «trascura le esigenze di produttività» delle imprese.
In parole semplici, gli imprenditori pretendono «flessibilità ed estensione dell'orario di lavoro», così come sta avvenendo «nei paesi europei nostri concorrenti», che hanno già «recepito a livello contrattuale i contenuti della direttiva europea sull'orario». In Italia la resistenza dei metalmeccanici è stata forte, più che in altre categorie «che già hanno firmato accordi importanti in questo senso» (i chimici, in primo luogo). Anche sul prolungamento della durata dei contratti, verso triennalizzazione, Santarelli si limita a registrare «una crescita del consenso». Ma il punto principale è individuato nella logica di uno «scambio tra salario e condizioni di lavoro con l'ottimizzazione delle prestazioni di lavoro».
Il meno che si possa dire, perciò, è che la trattativa sul contratto - appena aperta - si trova in «una fase delicata».