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I-- Capolettera -->
metalmeccanici non ci stanno. E hanno deciso di battersi
contro l'intesa sul welfare. Cambia qualcosa nel dibattito
su quell'accordo? Il «no», il primo no di una federazione di
categoria al proprio sindacato dopo sessantun anni, può
riaprire uno spiraglio per modificare i contenuti di
un'intesa così lacunosa? Lo chiediamo a Luciano Gallino,
sociologo del lavoro, professore a Torino, editorialista.
Insomma, che segnale è quello venuto dalla Fiom?
E' un segnale molto marcato di insofferenza verso l'accordo
del 23 luglio. Quello sulle pensioni e sul mercato del
lavoro. Insomma a molti quell'intesa è apparsa modesta...
Anche a lei?
Sì certo, anche a me quell'accordo è apparso subito poca
cosa rispetto a ciò che ci si sarebbe potuti aspettare da un
governo dell'Unione, da una maggioranza di centro-sinistra.
Ecco, mi pare che i metalmeccanici della Cgil dicano a voce
alta quello che molti altri pensano. Ma che non hanno nè la
voglia, nè la forza, nè il coraggio di dire.
E perché questi "altri" non hanno il coraggio di dirlo?
Perché temono che qualsiasi giudizio critico possa arrivare
a mettere in discussione il cosiddetto quadro politico,
l'alleanza. E poi perché tanti, a cominciare dalle
confederazioni, sono convinti che quel protocollo sia il
massimo che si poteva ottenere. E hanno il timore anche di
perdere quel poco, quel pochissimo che sono riusciti ad
ottenere.
Comunque, secondo lei, quel "no" parla solo e soltanto il
linguaggio sindacale?
Sono convinto che la posizione della Fiom dipenda molto
dalla valutazione di quell'accordo. Certo poi...
Certo, cosa?
E' evidente che un giudizio di questa portata, la rottura
che produce è una nuova spia del distacco che ormai s'è
registrato fra la coalizione di governo, che tante attese
aveva alimentato nel mondo del lavoro dipendente, e i suoi
elettori. La sua base sociale. Sì, credo che la decisione
della Fiom racconti soprattutto questo: di come il governo
dell'Unione si sia allontanato dalle attese, dai bisogni dei
metalmeccanici. Dei lavoratori.
Onestamente, pensi che da oggi sia più facile riprendere
l'iniziativa per superare i limiti dell'intesa del 23
luglio?
No, francamente non mi faccio illusioni.
Che vuol dire?
Voglio dire che la vedo difficile. Assai difficile. Insomma,
ho qualche dubbio che ce la si possa fare. Del resto, è
impossibile quando hai i quattro quinti del mondo politico
schierato a difesa di quel testo. Io, ovviamente, mi
augurerei che si possa modificare, che si possano introdurre
almeno alcune correzione nelle parti più lacunose, ma non mi
faccio molte illusioni.
E ora che accade nel sindacato?
Ci vorrebbe la sfera di cristallo per rispondere. Certo, la
rottura è significativa...
Ne ricorda altre simili?
No, così gravi no. Ma anche qui dubito che le tre
confederazioni avranno la forza per fare marcia indietro.
Hanno scelto di accontentarsi e probabilmente hanno messo
nel conto di avere pezzi importanti di dissenso.
E alla sinistra, il «no» dei metalmeccanici che cosa
segnala?
In questo caso, credo che il messaggio venuto dalla Fiom sia
inequivocabile. I metalmeccanici chiedono una maggiore
concretezza.
Concretezza? Che vuol dire?
Significa che non se ne può più di una discussione che non
scende mai sul terreno concreto. Penso al dibattito sulle
pensioni. Per settimane, per mesi ci hanno tenuti incollati
ad un confronto fatto solo di "scalini", "scalone", "curve",
"gobbe" e quant'altro. Per arrivare a quell'intesa così
modesta. Riportare tutto alla concretezza significa mettere
da parte tutto questo e cominciare col dire che i conti
della previdenza tutto sono meno che deficitari. Come ci
hanno voluto far credere. E lo stesso vale per la legge 30.
Non credo che abbia molto senso battersi per un ritocco, per
una modifica a questa o a quella norma. Bisogna andare molto
più in là, cominciare ad aggredire, finalmente, l'intero
complesso di problemi che riguardano il mercato del lavoro.
Questo significa concretezza.
12/09/2007 |