Temi per il seminario... relazione introduttiva di Giorgio Cremaschi


La questione di fondo che abbiamo davanti è che, paradossalmente abbiamo avuto troppa ragione e troppo in fretta. Già all’avvio dell’esperienza della Rete, prima ancora del congresso della Cgil, sottolineavamo due rischi. Quello di un cambiamento di atteggiamento generale dell’organizzazione verso la politica, nel caso di vittoria del centrosinistra, che abbiamo chiamato sindrome del governo amico, e, accanto ad essa la debolezza di un’iniziativa sindacale che, in tanti settori, categorie e territori, anche durante il governo Berlusconi, non era mai uscita dai limiti del moderatismo rivendicativo e concertativo. Avevamo detto che la lotta generale contro le politiche della destra copriva una crisi contrattuale e una svolta moderata che avveniva in tante piccole e grandi contrattazioni. Al congresso abbiamo poi dichiarato il nostro disaccordo con una conclusione che affidava gran parte del futuro a un patto di legislatura con il governo di centrosinistra.
Quest’anno e mezzo ci ha confermato tutte queste nostre analisi e la conclusione sindacale di esse è nel protocollo del 23 luglio 2007 che segna una nuova svolta moderata nelle strategie del sindacalismo confederale. Da un lato si accetta totalmente il quadro delle compatibilità definite dal Ministero del Tesoro, fino al rigore contabile per cui ogni miglioramento di un settore sociale del mondo del lavoro deve essere pagato dal peggioramento e dalla rinuncia di un altro settore sociale. Il protocollo del 23 luglio congela l’attuale distribuzione del reddito tra le classi sociali e dichiara che essa è definitiva, solo i sacrifici all’interno dei lavoratori e dei pensionati, a danno di quelli che si considerano privilegiati, possono pagare il sostegno ai più deboli o, a quel referente sociale assoluto che è diventata la famiglia. Nello stesso tempo quel protocollo consolida la Legge 30 e apre la via al ridimensionamento ulteriore e al vero e proprio smantellamento del contratto nazionale. Via peraltro aperta anche sul piano contrattuale dall’accordo dei chimici che, per la prima volta, stabilisce la derogabilità in peggio del contratto nazionale a livello aziendale. Se il protocollo del 23 luglio del ’93 sanzionava la fine dell’autonomia rivendicativa del sindacato sul salario e sui diritti, mantenendo in piedi però la struttura del contratto nazionale, il nuovo 23 luglio mette in discussione anche questa struttura a favore di un sistema aziendalistico e sostanzialmente corporativo.
In questo modo gli stessi obiettivi che si era data la Cgil con il suo congresso sono totalmente vanificati e le contorsioni con cui la segreteria confederale ha aderito al protocollo dimostrano che la ferita c’è stata ed è profonda, anche se poi progressivamente verrà negata. La verità è che l’accordo del 23 luglio del 2007 è più simile a quello del 31 luglio del 1992, ove la Cgil fu costretta a sottoscrivere posizioni che non aveva mai condiviso. L’ultimo protocollo è uno strappo analogo: esso impone alla Cgil di sradicarsi dal percorso di questi anni e quindi apre una crisi complessiva dell’organizzazione, dei suoi obiettivi, delle sue strategie, naturalmente questa crisi verrà negata e, anzi, l’assetto attuale verrà difeso nel nome dell’unità e della continuità della linea e dei gruppi dirigenti. La verità è che le ambiguità del periodo della lotta contro Berlusconi sono state risolte a favore di una svolta moderata e aziendalistica nel sindacalismo confederale, con la Cgil totalmente subalterna a un terreno di trattative e di accordo che è quello proposto dalla Cisl, dalla Confindustria e, naturalmente dalle forze che stanno costruendo il Partito Democratico.
Alla crisi della Cgil si accompagna anche, purtroppo, un’evidente crisi della sinistra e del suo ruolo. Nelle politiche economiche il governo già con la finanziaria di un anno fa aveva sposato integralmente l’impianto liberista del ministro del Tesoro. Già nel luglio di un anno fa la sinistra di governo fu sconfitta, quando subì il rigetto totale della richiesta di procedere con tempi più lunghi nel rientro del debito pubblico e quindi con un’altra politica di bilancio. Austerità, rigore e redistribuzione verso le imprese, più un po’ di compassione per i più deboli sono le caratteristiche di fondo della politica economica del governo Prodi, che può totalmente essere contenuta nella definizione di liberismo sociale o compassionevole.
La caduta di consenso del governo, determinata non dalla ristretta maggioranza elettorale ma dalla finanziaria del 2006-2007 e dalle conseguenti scelte di politica economica, inizialmente totalmente sostenute dalla Cgil, ha provocato come reazione dentro la maggioranza di centrosinistra l’accelerazione verso il Partito Democratico. Questo partito nasce con un’impronta economica e sociale, e oggi anche di ordine pubblico e democrazia, sostanzialmente di centro, a metà strada tra Blair e Sarkozy. L’attacco ai lavavetri e molte delle misure demagogiche che vengono prese oggi sono un’ulteriore segnale della svolta a destra che sta costruendo il Partito Democratico nel governo, con lo scopo di costruire un consenso di massa su posizioni moderate e d’ordine, contendendo il terreno a Berlusconi e alla destra. Il Partito Democratico non considera un incidente la politica economica di Padoa Schioppa, ma la fa sua e la esalta, spiegando che l’unico problema è che non sono ancora state sufficientemente abbassate le tasse per i ricchi e i possidenti. In un certo senso il Partito Democratico trasforma la sofferenza di uno stato di necessità nelle politiche del governo, in una virtù arrogante che propone un nuovo e accentuato liberismo. Il Partito Democratico costruisce quindi un’ideologia del mercato, delle imprese e della concertazione, che inevitabilmente interviene nella vita e nelle scelte del sindacato. E’ in corso un’offensiva tesa a fare di Cgil, Cisl e Uil il braccio sociale del partito democratico, così come la parte moderata del sindacalismo britannico è diventato il sostegno organizzato per Blair. Non sappiamo se questo produrrà anche l’unificazione formale fra Cgil, Cisl e Uil, ma certo propone un indirizzo comune sia nei contenuti, sia nelle procedure e nelle pratiche sindacali.
E’ sempre rischioso per un sindacato misurarsi con la politica, ma la nostra scelta dell’indipendenza è proprio dovuta alla necessità di misurarsi con le opzioni politiche, soprattutto quando esse intervengono direttamente sulle scelte sindacali e sulle scelte dei lavoratori. Da questo punto di vista la battaglia contro le posizioni del Partito Democratico è indispensabile, allo stesso modo di come negli anni Ottanta la sinistra sindacale lottava contro le posizioni di Craxi. Non era una posizione di partito ma uno scontro squisitamente sindacale e sociale quello di allora. Lo stesso è oggi, per cui non si può avere una neutralità rispetto al partito democratico, occorre dire che il suo programma va contrastato perché è alternativo non solo al nostro, ma anche a tutta la tradizione e la cultura profonda della Cgil.
Dire no al Partito Democratico non vuol dire però scegliere di schierarsi con i processi di aggregazione della sinistra di governo e neppure di altre sinistre. Noi dobbiamo combattere l’idea di una Cgil che si lottizza allo stesso modo dello schieramento di centrosinistra, con una maggioranza riformista egemone e con una sinistra in posizione subalterna. Per questo l’indipendenza oggi è essenziale rispetto a tutti i processi in atto a livello politico e pertanto la Cgil deve rilanciare l’idea della autodeterminazione sindacale delle proprie scelte strategiche e delle proprie pratiche democratiche.

La crisi sindacale non è però solo dovuta all’eccesso di collateralismo con il centrosinistra. Questo ha prodotto guasti gravi e soprattutto una caduta di credibilità nel rapporto con il lavoratori. Ma è in fondo anch’essa una conseguenza di una debolezza più grave: quella rispetto al mercato e all’impresa. La linea concertativa moderata è come sempre una linea difensiva, che si traduce nella scelta di salvare il sindacato chiedendo la protezione del sistema politico e scambiando diritti e conquiste dei lavoratori con il riconoscimento del ruolo dell’organizzazione sindacale. Il collateralismo politico è quindi come sempre figlio della sfiducia nella possibilità delle lavoratrici e dei lavoratori di cambiare, con il conflitto sociale, i rapporti di forza. Sotto questo punto di vista quest’ultimo anno ha sicuramente alimentato un clima di sfiducia e di rassegnazione pesanti. Il fatto che anche a livello politico la cosiddetta sinistra radicale sia entrata in una logica di riduzione del danno, cioè in una logica secondo la quale non si possono rivendicare politiche economiche e sociali alternative al liberismo, ha sicuramente rafforzato l’idea per cui il sindacato non può che proteggersi. O a livello politico, con la logica del governo amico, o nell’impresa, con la collaborazione sulla competitività, o su entrambi i fronti. E’ chiaro che alla base di tutto questo c’è la forza dell’impresa, forza ideologica e culturale enorme oggi. Centrale è il ruolo ideologico della grande stampa e della tv, basti pensare come in Italia i principali giornali e mass-media affermano un pensiero unico che detta le agende quotidiane della politica. Mentre escono i dati sui salari, i giornali mettono al primo posto la questione dei lavavetri da un lato, la riduzione delle tasse per i possidenti dall’altro. E il conflitto politico viene giocato dentro questo campo. Tutto il resto è fuori.
La questione è quindi quella dell’egemonia culturale del liberismo, dell’impresa, della cultura del mercato, rispetto alla quale oggi il sindacato confederale non ha un punto di vista alternativo, ma solo delle istanze. Si chiede di non esagerare, di tenere conto, di equilibrare, ma non si pensa più in termini alternativi al pensiero dominante. La crisi sindacale è prima di tutto qui, nella progressiva erosione di un modo di pensare alternativo a quello dell’impresa. C’eravamo illusi, dopo Genova e il movimento no-global, che alcuni temi della critica del capitalismo liberista fossero entrati a pieno titolo nella cultura sindacale. Questo è avvenuto nella Fiom, ma non in gran parte della Cgil, e ora ci troviamo di fronte al ritorno in campo di tutti i temi e gli slogan di quello che Claudio Sabattini chiamava il sindacalismo di mercato. Anche l’idea della Cisl di inseguire la produttività per aumentare i salari non è certo nuova. Nasce negli anni Cinquanta, come alternativa all’idea conflittuale della Cgil. Allora però quella teoria si misurava con un’espansione economica senza precedenti, e quindi con la maggiore disponibilità alla redistribuzione della ricchezza. Oggi, il rapporto salario-produttività incita il lavoratore a collaborare al proprio autosfruttamento o a lottare contro tutti gli altri lavoratori che gli possono portar via il mercato.
La crisi della Cgil viene quindi da più lontano, ancora una volta dagli anni Ottanta e prima ancora dalla svolta moderata dell’Eur e dalla sconfitta alla Fiat. Non è casuale che temi e culture che nel tempo sono così lontane, improvvisamente si ripropongano e il linguaggio che oggi giustifica la cosiddetta riforma della contrattazione sia lo stesso con cui si rivendicava la necessità di ridurre la scala mobile. Così come i temi della flessibilità non sono molto diversi da quelli con cui la Fiat giustificava lo scontro dei 35 giorni. Il ritorno di quei linguaggi e di quei temi da parte delle imprese e della politica è il segno che la sconfitta degli anni Ottanta non solo non è stata superata, ma per le imprese e il mercato resta la risorsa principale da utilizzare contro la ripresa dell’autonomia del movimento sindacale. Abbiamo avuto negli anni scorsi episodi di questa ripresa. La lotta di Melfi e di altre aziende metalmeccaniche, gli autoferrotranvieri, alcune prime mobilitazioni dei precari. Ma senza che tutto questo riuscisse ancora a consolidarsi in una pratica sindacale alternativa diffusa, questo neppure nella Fiom. Siamo ancora dentro la crisi e, anzi, questa situazione fa sì che posizioni moderate che parevano superate dalla storia ritornino e si rafforzino.
Per questo la crisi politica si intreccia con la crisi di pratica rivendicativa. In questo senso il protocollo del 23 luglio 2007 rappresenta un concentrato ideologico e un elemento costituente per il sindacato riformista e moderato che si vuole affermare. La Legge 30 e la flessibilità salariale vengono esaltate dal quel protocollo ed assunte come programma sia del governo che del sindacato. La nuova concertazione assorbe la legislazione berlusconiana e sostanzialmente la fa propria, affidando alla concertazione tra sindacati, imprese e governo il compito di gestirla e svilupparla.
Crisi politica e crisi di strategia sindacale si accompagnano così alla crisi della rappresentanza. Per la prima volta anche il sindacato confederale viene coinvolto nella crisi del sistema politico, nella separazione tra rappresentanti e rappresentati che si sta sempre più affermando. Da questo punto di vista, l’accordo del 2007 è diverso da quello del ’93. Allora, infatti, il sindacato assumeva un ruolo centrale e contribuiva così alla salvezza del sistema politico. Con questo accordo, invece, la crisi del sistema politico si trasferisce direttamente nel sindacato che, sempre più agli occhi dei lavoratori, rischia di apparire un’appendice del confronto tra i partiti. La questione centrale che abbiamo posto, quella dell’indipendenza, sfocia qui nell’altra altrettanto rilevante, quella della democrazia. Che intendiamo non solo nel fatto, che episodicamente le lavoratrici e i lavoratori siano chiamati ad approvare piattaforme ed accordi. Tra l’altro anche questo principio non è comunque affermato, visto che gran parte delle categorie gestiscono la contrattazione senza il voto dei lavoratori e anche Cgil, Cisl e Uil, che pure faranno una sorta di referendum sul protocollo di luglio, non hanno fatto votare alcun mandato per avviare quella stessa trattativa. Ma a parte il voto, quello che veramente non c’è più in tanta parte del sindacato è il meccanismo della partecipazione. Quello che faceva sì che l’organizzazione sindacale fosse nel suo insieme un organismo collettivo, profondamente affondato nella realtà. Può succedere che i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil vadano a Mirafiori e facciano venire le televisioni convinti di ricevere consenso, per poi vedere amplificata proprio dai mass-media la contestazione. Le Rsu, d’altra parte, sono sempre più diventati i terminali dell’organizzazione sindacale, privi di reale autonomia sia verso la controparte, sia sul piano politico. Man mano che va in pensione la generazione degli anni Settanta, i delegati che la sostituiscono sono educati sempre di più, quando va bene, ad occuparsi delle piccole cose e a non avere troppi grilli per il capo. D’altra parte, quando i delegati ci provano sono le controparti, spesso nella maniera più brutale, a intervenire per riportarli all’ordine. La crescita a dismisura degli apparati e della struttura burocratica hanno poi costruito un vero e proprio ceto sindacale che, seppure più povero e onesto di quello politico, reagisce sempre di più in nome dei propri interessi ai cambiamenti della realtà. Come sempre accade la crisi di una grande struttura organizzata si può affrontare per strade molto diverse, opposte. L’offensiva de L’Espresso, giornale guida del centrosinistra e del Partito Democratico, contro la casta sindacale mostra una via liberista di uscita anche dalla crisi di rappresentanza dell’organizzazione sindacale. L’altra strada, quella che proponiamo del rilancio della democrazia di mandato, della partecipazione, delle libertà e delle autonomie contrattuali, è oggi minoritaria perché presuppone l’educazione nel conflitto di una nuova generazione di delegati e militanti. E poi richiede una profonda sburocratizzazione di tutti i livelli dell’organizzazione. Entrambe le posizioni, però, quella di liberista e la nostra per la democrazia sindacale, partono dall’idea che il sindacato è effettivamente in crisi. Invece prevale ancora nell’organizzazione, nella Cgil, una posizione centrale che nega la crisi e difende la struttura in quanto tale. Questa posizione di autodifesa burocratica dell'organizzazione, come sempre è avvenuto nella storia, a un certo punto confluirà nelle posizioni della destra moderata e liberista, ma oggi nel nome dell’organizzazione e delle sue bandiere, difende l’esistente e nega la crisi.

Per tutte queste ragioni di fronte alle tre crisi quasi contemporanee e intrecciate tra loro, di ruolo politico, di pratica rivendicativa, di democrazia e partecipazione, che colpiscono la Cgil noi ci troviamo in una posizione difficile.
Come dicevo abbiamo previsto tutto questo, ma ciò che è avvenuto rischia di muoversi con una tale velocità da metterci in difficoltà a costruire la risposta. Siamo a un bivio che vale per noi come per tutte le anime e le esperienze non concertative, non aziendaliste della Cgil. Abbiamo di fronte a noi un percorso che vuole portare il principale sindacato italiano ad assumere la cultura, l’orientamento e le pratiche che sono sostanzialmente quelle della Cisl. Da questo punto di vista la pura e semplice affermazione del dissenso, pure elemento di partenza indispensabile, non basta più. Occorre affermare la possibilità di una strada alternativa, non solo discutendola e affermandola, ma costruendo spazi, esperienze, momenti organizzati che nel sindacato confederale e nella Cgil vadano esplicitamente in un’altra direzione. Il dissenso deve passare ad un altro livello di pratica e quindi sfidare il gruppo dirigente della Cgil sul terreno stesso del pluralismo. Per questo oggi dobbiamo provare ad essere più ambiziosi, non basta più la pura e indispensabile battaglia per il no. Occorre pensare al consolidamento di un progetto sindacale alternativo che sconvolga il disegno prevalente e riconquisti almeno la Cgil e in ogni caso parti decisive del sindacalismo confederale a un’altra pratica. Questa è la nostra difficoltà. Non siamo nati per assumere un ruolo di nicchia, ma la nostra debolezza rischia di porci di fronte proprio questo rischio. Proponiamo quindi di entrare in una fase diversa della Rete, nella quale, operiamo per elevare e diffondere il conflitto, dentro e fuori l’organizzazione.

Per queste ragioni la continuità dell’iniziativa della Rete è affidata a diversi livelli di iniziativa. La lotta politica all’interno della Cgil, l’organizzazione della partecipazione e della mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori, l’elaborazione e la diffusione di una nuova piattaforma sociale adeguata alla fase attuale. Tutti questi tre elementi sono intrecciati tra di loro, ma richiedono punti specifici di iniziativa, di confronto e decisione.
Il primo appuntamento è naturalmente quello della lotta sul protocollo. Noi ci batteremo per il No nella consultazione, con tutti i limiti che essa ha, e per costruire i comitati per il no, almeno in punti di lavoro significativi. La consultazione deve essere per noi non solo un momento nel quale far giungere alle lavoratrici e ai lavoratori una voce diversa da quella prevalente in Cgil, Cisl e Uil, ma anche una occasione precisa di organizzazione. Questo perché l’obiettivo che ci diamo a partire da oggi è di organizzare le forze per arrivare al prossimo congresso della Cgil nelle condizioni di presentare una mozione alternativa alla linea dell’attuale gruppo dirigente e di ottenere un risultato in grado di incidere sugli equilibri dell’organizzazione.
Il confronto sul protocollo e sulla contrattazione non può più avvenire solo su una base difensiva, pure indispensabile. E’ giunto il momento che, oltre alla difesa delle conquiste, scarse, che sono rimaste, cominciamo seriamente a discutere di una piattaforma che guarda avanti, che prova a forzare i rapporti di forza economici e sociali. Sappiamo bene che essa oggi può non produrre effetti immediati, ma diventa indispensabile per costruire vertenze e iniziative. E, soprattutto, una piattaforma sociale nuova rende concreto un altro punto di vista rispetto ai due oggi prevalenti: quello dell’impresa e del mercato e quello della riduzione del danno sociale rispetto a ciò che fanno l’impresa e il mercato.
Da questo punto di vista dobbiamo misurarci con un tema centrale che c’è oggi nel mondo del lavoro, in particolare in Europa. Quello che viene definito come populismo che, nella sua versione di destra, porta al razzismo, alla discriminazione, a forme di moderno fascismo. Le politiche liberiste e liberali dell’Europa creano una dialettica dell’élite che esclude dalle scelte gran parte della popolazione. I lavoratori e tutti i ceti medi che subiscono i colpi della globalizzazione liberista, sono così sottoposti all’attacco ideologico della destra, che strumentalizza il disagio sociale e l’impoverimento, con le sue parole d’ordine reazionarie. Tutto questo però non si ferma se la sinistra resta subalterna alle politiche liberiste e diventa solo la sede dei buoni propositi e delle buone intenzioni. La vicenda dei lavavetri in Italia, peraltro, dimostra come la stessa sinistra, quando si sente in difficoltà, può essere tentata di cavalcare le più ignobili pulsioni della società e di trasformare il bisogno di sicurezza sociale nel bisogno di sicurezza legge-ordine contro il diverso e il povero. Per questo i sindacati e la sinistra o escono dalla dialettica tra liberismo liberale e liberismo populista e affrontano la realtà del disagio sociale, oppure da quella realtà verranno travolti, nonostante le svolte moderate. Per questo abbiamo bisogno di una piattaforma sociale che sia anche una piattaforma popolare, che cioè affronti il disagio sociale e che, oltre al mercato e all’impresa, aggredisca la separatezza di tutte le caste politiche e burocratiche, che oggi tengono il mondo del lavoro e la maggioranza della popolazione fuori dal campo delle reali decisioni politiche.
La nuova piattaforma sociale deve rompere con gli anni Ottanta, e ripartire dalle condizioni reali delle lavoratrici, dei lavoratori, dalla precarietà e dal disagio sociale. Occorre una strategia consapevole di incompatibilità, cioè di forzatura delle compatibilità date. Pertanto sulle questioni sociali e fiscali, sul salario e sulla contrattazione, sulle condizioni di lavoro, occorre elaborare un programma di prospettiva, che poi verrà articolato nelle esperienze.
Sul sistema contrattuale non basta sostenere, come facciamo, che difendiamo il contratto nazionale. Abbiamo aderito alla campagna sulla scala mobile perché riteniamo indispensabile una garanzia salariale minima per i lavoratori. La triennalizzazione dei contratti non è un fatto tecnico, ma la via per abbattere il ruolo del contratto nazionale. Ma a questa non contrapponiamo la difesa del 23 luglio del ’93, ma una scelta più radicale, a favore di un modello privo di vincoli verso l’alto e con un sostegno dal basso per i salari. Sulla flessibilità dobbiamo definitivamente chiarire il rifiuto di tutta la legislazione che ha portato al precariato. Va ribaltata la logica delle flessibilità e della precarietà. Non ci rassegniamo all’attuale stato dei rapporti di lavoro in Italia e in Europa. Sull’orario e sulle condizioni di lavoro occorre ripartire dall’antico principio della validazione consensuale, cioè i lavoratori interessati decidono la posizione del sindacato e si scontrano con l’impresa se questa vuole imporre la totale disponibilità della forza lavoro. La questione delle pensioni, con il rifiuto di massa dei lavoratori all’aumento dell’età pensionabile, dimostra che la questione dell’orario di lavoro, sottoforma della durata del tempo complessivo di lavoro, è ancora centrale. Occorre quindi riproporre la questione della riduzione del tempo di lavoro, sapendo che essa non è più stata di attualità perché per la lavoratrice e il lavoratore di oggi la questione fondamentale non è la durata giornaliera dell’orario di lavoro, ma le giornate libere nella settimana e nell’anno e il tempo e la durata complessiva del tempo di lavoro nell’arco della vita. Se si ragiona su queste basi allora si capisce che non è vero che sia tramontata l’idea della riduzione dell’orario di lavoro, o il bisogno di essa, ma che essa si è trasferita su un’altra dimensione del tempo. Nei prossimi mesi questo sarà un conflitto decisivo, a partire dai metalmeccanici. Ai quali si vogliono imporre gli accordi già sottoscritti da gran parte delle altre categorie. Noi invece vogliamo rimettere in discussione quegli accordi anche là dove sono stati firmati.
Sullo stato sociale non possiamo più accontentarci del logoramento dei diritti, ma dobbiamo rivendicare più spesa pubblica sociale e meno ruberie. Per questo dobbiamo strappare alla destra la campagna populista contro i privilegi dei politici e della burocrazia. Dobbiamo proporre una campagna per la drastica riduzione degli stipendi dei funzionari pubblici a tutti i livelli, ad esempio con un tetto massimo che non vada oltre i 5.000 euro lordi mensili. Così pure dobbiamo fare nostra la lotta contro gli sprechi e il malaffare in tutta la pubblica amministrazione, la lotta contro queste ruberie deve essere una campagna nostra, perché anche da qui si parte per affermare i diritti del lavoro e la giustizia sociale.
Centrale per noi è la lotta contro l’ideologia, le scelte, i meccanismi della privatizzazione, che oggi non coinvolgono più solo il sistema industriale, ma tutte quelle che possono diventare occasioni di profitto e quindi, in primo luogo, i servizi e i beni essenziali. Per questo abbiamo bisogno contemporaneamente della lotta contro il privilegio politico e di quella contro la privatizzazione, perché spesso il primo serve a giustificare la seconda. Tra le privatizzazioni contro cui dobbiamo lottare c’è quella del sistema pensionistico, dobbiamo quindi riaprire, anche alla luce dell’andamento delle Borse, la critica ai fondi pensione, e rilanciare la campagna contro il silenzio-assenso, facendo in modo che esso venga messo in discussione anche sul piano giuridico e legale.
La nuova piattaforma sociale, non può essere naturalmente risolta in poche battute, ma sarà nostro impegno definirla in maniera approfondita e dettagliata attraverso un lavoro specifico, con il contributo di intellettuali antiliberisti e anticapitalisti.
Centrale in questa piattaforma è il rifiuto delle attuali compatibilità internazionali, a partire da quelle di Maastricht e del Patto di stabilità, e naturalmente il rifiuto dell’economia della competitività e della guerra. La scelta rigorosa contro la guerra è per noi una discriminante di cultura e di comportamento, non solo per ragioni morali, ma anche perché questi anni hanno mostrato che guerra e liberismo convivono e si alimentano reciprocamente. Per questo manteniamo e rafforziamo la caratteristica della Rete come organizzazione che partecipa a tutte le scelte fondamentali dei movimenti che contestano la guerra e, per questa via, anche la politica estera del governo italiano.
L’obiettivo centrale che ci diamo è quello di creare un punto organizzato di massa dentro la Cgil, che pratichi, nei luoghi di lavoro e in rapporto con tutti i movimenti sociali, una politica alternativa a quella della concertazione e della riduzione del danno. Questo significa essere ambiziosi e non rinchiudersi in un dissenso di nicchia. Per questo abbiamo bisogno anche di un rilancio organizzativo dell’attività della Rete.