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Temi per il seminario... relazione
introduttiva di Giorgio Cremaschi |
La questione di fondo che abbiamo davanti è che,
paradossalmente abbiamo avuto troppa ragione e troppo in
fretta. Già all’avvio dell’esperienza della Rete, prima
ancora del congresso della Cgil, sottolineavamo due rischi.
Quello di un cambiamento di atteggiamento generale
dell’organizzazione verso la politica, nel caso di vittoria
del centrosinistra, che abbiamo chiamato sindrome del
governo amico, e, accanto ad essa la debolezza di
un’iniziativa sindacale che, in tanti settori, categorie e
territori, anche durante il governo Berlusconi, non era mai
uscita dai limiti del moderatismo rivendicativo e
concertativo. Avevamo detto che la lotta generale contro le
politiche della destra copriva una crisi contrattuale e una
svolta moderata che avveniva in tante piccole e grandi
contrattazioni. Al congresso abbiamo poi dichiarato il
nostro disaccordo con una conclusione che affidava gran
parte del futuro a un patto di legislatura con il governo di
centrosinistra.
Quest’anno e mezzo ci ha confermato tutte queste nostre
analisi e la conclusione sindacale di esse è nel protocollo
del 23 luglio 2007 che segna una nuova svolta moderata nelle
strategie del sindacalismo confederale. Da un lato si
accetta totalmente il quadro delle compatibilità definite
dal Ministero del Tesoro, fino al rigore contabile per cui
ogni miglioramento di un settore sociale del mondo del
lavoro deve essere pagato dal peggioramento e dalla rinuncia
di un altro settore sociale. Il protocollo del 23 luglio
congela l’attuale distribuzione del reddito tra le classi
sociali e dichiara che essa è definitiva, solo i sacrifici
all’interno dei lavoratori e dei pensionati, a danno di
quelli che si considerano privilegiati, possono pagare il
sostegno ai più deboli o, a quel referente sociale assoluto
che è diventata la famiglia. Nello stesso tempo quel
protocollo consolida la Legge 30 e apre la via al
ridimensionamento ulteriore e al vero e proprio
smantellamento del contratto nazionale. Via peraltro aperta
anche sul piano contrattuale dall’accordo dei chimici che,
per la prima volta, stabilisce la derogabilità in peggio del
contratto nazionale a livello aziendale. Se il protocollo
del 23 luglio del ’93 sanzionava la fine dell’autonomia
rivendicativa del sindacato sul salario e sui diritti,
mantenendo in piedi però la struttura del contratto
nazionale, il nuovo 23 luglio mette in discussione anche
questa struttura a favore di un sistema aziendalistico e
sostanzialmente corporativo.
In questo modo gli stessi obiettivi che si era data la Cgil
con il suo congresso sono totalmente vanificati e le
contorsioni con cui la segreteria confederale ha aderito al
protocollo dimostrano che la ferita c’è stata ed è profonda,
anche se poi progressivamente verrà negata. La verità è che
l’accordo del 23 luglio del 2007 è più simile a quello del
31 luglio del 1992, ove la Cgil fu costretta a sottoscrivere
posizioni che non aveva mai condiviso. L’ultimo protocollo è
uno strappo analogo: esso impone alla Cgil di sradicarsi dal
percorso di questi anni e quindi apre una crisi complessiva
dell’organizzazione, dei suoi obiettivi, delle sue
strategie, naturalmente questa crisi verrà negata e, anzi,
l’assetto attuale verrà difeso nel nome dell’unità e della
continuità della linea e dei gruppi dirigenti. La verità è
che le ambiguità del periodo della lotta contro Berlusconi
sono state risolte a favore di una svolta moderata e
aziendalistica nel sindacalismo confederale, con la Cgil
totalmente subalterna a un terreno di trattative e di
accordo che è quello proposto dalla Cisl, dalla
Confindustria e, naturalmente dalle forze che stanno
costruendo il Partito Democratico.
Alla crisi della Cgil si accompagna anche, purtroppo,
un’evidente crisi della sinistra e del suo ruolo. Nelle
politiche economiche il governo già con la finanziaria di un
anno fa aveva sposato integralmente l’impianto liberista del
ministro del Tesoro. Già nel luglio di un anno fa la
sinistra di governo fu sconfitta, quando subì il rigetto
totale della richiesta di procedere con tempi più lunghi nel
rientro del debito pubblico e quindi con un’altra politica
di bilancio. Austerità, rigore e redistribuzione verso le
imprese, più un po’ di compassione per i più deboli sono le
caratteristiche di fondo della politica economica del
governo Prodi, che può totalmente essere contenuta nella
definizione di liberismo sociale o compassionevole.
La caduta di consenso del governo, determinata non dalla
ristretta maggioranza elettorale ma dalla finanziaria del
2006-2007 e dalle conseguenti scelte di politica economica,
inizialmente totalmente sostenute dalla Cgil, ha provocato
come reazione dentro la maggioranza di centrosinistra
l’accelerazione verso il Partito Democratico. Questo partito
nasce con un’impronta economica e sociale, e oggi anche di
ordine pubblico e democrazia, sostanzialmente di centro, a
metà strada tra Blair e Sarkozy. L’attacco ai lavavetri e
molte delle misure demagogiche che vengono prese oggi sono
un’ulteriore segnale della svolta a destra che sta
costruendo il Partito Democratico nel governo, con lo scopo
di costruire un consenso di massa su posizioni moderate e
d’ordine, contendendo il terreno a Berlusconi e alla destra.
Il Partito Democratico non considera un incidente la
politica economica di Padoa Schioppa, ma la fa sua e la
esalta, spiegando che l’unico problema è che non sono ancora
state sufficientemente abbassate le tasse per i ricchi e i
possidenti. In un certo senso il Partito Democratico
trasforma la sofferenza di uno stato di necessità nelle
politiche del governo, in una virtù arrogante che propone un
nuovo e accentuato liberismo. Il Partito Democratico
costruisce quindi un’ideologia del mercato, delle imprese e
della concertazione, che inevitabilmente interviene nella
vita e nelle scelte del sindacato. E’ in corso un’offensiva
tesa a fare di Cgil, Cisl e Uil il braccio sociale del
partito democratico, così come la parte moderata del
sindacalismo britannico è diventato il sostegno organizzato
per Blair. Non sappiamo se questo produrrà anche
l’unificazione formale fra Cgil, Cisl e Uil, ma certo
propone un indirizzo comune sia nei contenuti, sia nelle
procedure e nelle pratiche sindacali.
E’ sempre rischioso per un sindacato misurarsi con la
politica, ma la nostra scelta dell’indipendenza è proprio
dovuta alla necessità di misurarsi con le opzioni politiche,
soprattutto quando esse intervengono direttamente sulle
scelte sindacali e sulle scelte dei lavoratori. Da questo
punto di vista la battaglia contro le posizioni del Partito
Democratico è indispensabile, allo stesso modo di come negli
anni Ottanta la sinistra sindacale lottava contro le
posizioni di Craxi. Non era una posizione di partito ma uno
scontro squisitamente sindacale e sociale quello di allora.
Lo stesso è oggi, per cui non si può avere una neutralità
rispetto al partito democratico, occorre dire che il suo
programma va contrastato perché è alternativo non solo al
nostro, ma anche a tutta la tradizione e la cultura profonda
della Cgil.
Dire no al Partito Democratico non vuol dire però scegliere
di schierarsi con i processi di aggregazione della sinistra
di governo e neppure di altre sinistre. Noi dobbiamo
combattere l’idea di una Cgil che si lottizza allo stesso
modo dello schieramento di centrosinistra, con una
maggioranza riformista egemone e con una sinistra in
posizione subalterna. Per questo l’indipendenza oggi è
essenziale rispetto a tutti i processi in atto a livello
politico e pertanto la Cgil deve rilanciare l’idea della
autodeterminazione sindacale delle proprie scelte
strategiche e delle proprie pratiche democratiche.
La crisi sindacale non è però solo dovuta all’eccesso di
collateralismo con il centrosinistra. Questo ha prodotto
guasti gravi e soprattutto una caduta di credibilità nel
rapporto con il lavoratori. Ma è in fondo anch’essa una
conseguenza di una debolezza più grave: quella rispetto al
mercato e all’impresa. La linea concertativa moderata è come
sempre una linea difensiva, che si traduce nella scelta di
salvare il sindacato chiedendo la protezione del sistema
politico e scambiando diritti e conquiste dei lavoratori con
il riconoscimento del ruolo dell’organizzazione sindacale.
Il collateralismo politico è quindi come sempre figlio della
sfiducia nella possibilità delle lavoratrici e dei
lavoratori di cambiare, con il conflitto sociale, i rapporti
di forza. Sotto questo punto di vista quest’ultimo anno ha
sicuramente alimentato un clima di sfiducia e di
rassegnazione pesanti. Il fatto che anche a livello politico
la cosiddetta sinistra radicale sia entrata in una logica di
riduzione del danno, cioè in una logica secondo la quale non
si possono rivendicare politiche economiche e sociali
alternative al liberismo, ha sicuramente rafforzato l’idea
per cui il sindacato non può che proteggersi. O a livello
politico, con la logica del governo amico, o nell’impresa,
con la collaborazione sulla competitività, o su entrambi i
fronti. E’ chiaro che alla base di tutto questo c’è la forza
dell’impresa, forza ideologica e culturale enorme oggi.
Centrale è il ruolo ideologico della grande stampa e della
tv, basti pensare come in Italia i principali giornali e
mass-media affermano un pensiero unico che detta le agende
quotidiane della politica. Mentre escono i dati sui salari,
i giornali mettono al primo posto la questione dei lavavetri
da un lato, la riduzione delle tasse per i possidenti
dall’altro. E il conflitto politico viene giocato dentro
questo campo. Tutto il resto è fuori.
La questione è quindi quella dell’egemonia culturale del
liberismo, dell’impresa, della cultura del mercato, rispetto
alla quale oggi il sindacato confederale non ha un punto di
vista alternativo, ma solo delle istanze. Si chiede di non
esagerare, di tenere conto, di equilibrare, ma non si pensa
più in termini alternativi al pensiero dominante. La crisi
sindacale è prima di tutto qui, nella progressiva erosione
di un modo di pensare alternativo a quello dell’impresa.
C’eravamo illusi, dopo Genova e il movimento no-global, che
alcuni temi della critica del capitalismo liberista fossero
entrati a pieno titolo nella cultura sindacale. Questo è
avvenuto nella Fiom, ma non in gran parte della Cgil, e ora
ci troviamo di fronte al ritorno in campo di tutti i temi e
gli slogan di quello che Claudio Sabattini chiamava il
sindacalismo di mercato. Anche l’idea della Cisl di
inseguire la produttività per aumentare i salari non è certo
nuova. Nasce negli anni Cinquanta, come alternativa all’idea
conflittuale della Cgil. Allora però quella teoria si
misurava con un’espansione economica senza precedenti, e
quindi con la maggiore disponibilità alla redistribuzione
della ricchezza. Oggi, il rapporto salario-produttività
incita il lavoratore a collaborare al proprio
autosfruttamento o a lottare contro tutti gli altri
lavoratori che gli possono portar via il mercato.
La crisi della Cgil viene quindi da più lontano, ancora una
volta dagli anni Ottanta e prima ancora dalla svolta
moderata dell’Eur e dalla sconfitta alla Fiat. Non è casuale
che temi e culture che nel tempo sono così lontane,
improvvisamente si ripropongano e il linguaggio che oggi
giustifica la cosiddetta riforma della contrattazione sia lo
stesso con cui si rivendicava la necessità di ridurre la
scala mobile. Così come i temi della flessibilità non sono
molto diversi da quelli con cui la Fiat giustificava lo
scontro dei 35 giorni. Il ritorno di quei linguaggi e di
quei temi da parte delle imprese e della politica è il segno
che la sconfitta degli anni Ottanta non solo non è stata
superata, ma per le imprese e il mercato resta la risorsa
principale da utilizzare contro la ripresa dell’autonomia
del movimento sindacale. Abbiamo avuto negli anni scorsi
episodi di questa ripresa. La lotta di Melfi e di altre
aziende metalmeccaniche, gli autoferrotranvieri, alcune
prime mobilitazioni dei precari. Ma senza che tutto questo
riuscisse ancora a consolidarsi in una pratica sindacale
alternativa diffusa, questo neppure nella Fiom. Siamo ancora
dentro la crisi e, anzi, questa situazione fa sì che
posizioni moderate che parevano superate dalla storia
ritornino e si rafforzino.
Per questo la crisi politica si intreccia con la crisi di
pratica rivendicativa. In questo senso il protocollo del 23
luglio 2007 rappresenta un concentrato ideologico e un
elemento costituente per il sindacato riformista e moderato
che si vuole affermare. La Legge 30 e la flessibilità
salariale vengono esaltate dal quel protocollo ed assunte
come programma sia del governo che del sindacato. La nuova
concertazione assorbe la legislazione berlusconiana e
sostanzialmente la fa propria, affidando alla concertazione
tra sindacati, imprese e governo il compito di gestirla e
svilupparla.
Crisi politica e crisi di strategia sindacale si
accompagnano così alla crisi della rappresentanza. Per la
prima volta anche il sindacato confederale viene coinvolto
nella crisi del sistema politico, nella separazione tra
rappresentanti e rappresentati che si sta sempre più
affermando. Da questo punto di vista, l’accordo del 2007 è
diverso da quello del ’93. Allora, infatti, il sindacato
assumeva un ruolo centrale e contribuiva così alla salvezza
del sistema politico. Con questo accordo, invece, la crisi
del sistema politico si trasferisce direttamente nel
sindacato che, sempre più agli occhi dei lavoratori, rischia
di apparire un’appendice del confronto tra i partiti. La
questione centrale che abbiamo posto, quella
dell’indipendenza, sfocia qui nell’altra altrettanto
rilevante, quella della democrazia. Che intendiamo non solo
nel fatto, che episodicamente le lavoratrici e i lavoratori
siano chiamati ad approvare piattaforme ed accordi. Tra
l’altro anche questo principio non è comunque affermato,
visto che gran parte delle categorie gestiscono la
contrattazione senza il voto dei lavoratori e anche Cgil,
Cisl e Uil, che pure faranno una sorta di referendum sul
protocollo di luglio, non hanno fatto votare alcun mandato
per avviare quella stessa trattativa. Ma a parte il voto,
quello che veramente non c’è più in tanta parte del
sindacato è il meccanismo della partecipazione. Quello che
faceva sì che l’organizzazione sindacale fosse nel suo
insieme un organismo collettivo, profondamente affondato
nella realtà. Può succedere che i segretari generali di
Cgil, Cisl e Uil vadano a Mirafiori e facciano venire le
televisioni convinti di ricevere consenso, per poi vedere
amplificata proprio dai mass-media la contestazione. Le Rsu,
d’altra parte, sono sempre più diventati i terminali
dell’organizzazione sindacale, privi di reale autonomia sia
verso la controparte, sia sul piano politico. Man mano che
va in pensione la generazione degli anni Settanta, i
delegati che la sostituiscono sono educati sempre di più,
quando va bene, ad occuparsi delle piccole cose e a non
avere troppi grilli per il capo. D’altra parte, quando i
delegati ci provano sono le controparti, spesso nella
maniera più brutale, a intervenire per riportarli
all’ordine. La crescita a dismisura degli apparati e della
struttura burocratica hanno poi costruito un vero e proprio
ceto sindacale che, seppure più povero e onesto di quello
politico, reagisce sempre di più in nome dei propri
interessi ai cambiamenti della realtà. Come sempre accade la
crisi di una grande struttura organizzata si può affrontare
per strade molto diverse, opposte. L’offensiva de
L’Espresso, giornale guida del centrosinistra e del Partito
Democratico, contro la casta sindacale mostra una via
liberista di uscita anche dalla crisi di rappresentanza
dell’organizzazione sindacale. L’altra strada, quella che
proponiamo del rilancio della democrazia di mandato, della
partecipazione, delle libertà e delle autonomie
contrattuali, è oggi minoritaria perché presuppone
l’educazione nel conflitto di una nuova generazione di
delegati e militanti. E poi richiede una profonda
sburocratizzazione di tutti i livelli dell’organizzazione.
Entrambe le posizioni, però, quella di liberista e la nostra
per la democrazia sindacale, partono dall’idea che il
sindacato è effettivamente in crisi. Invece prevale ancora
nell’organizzazione, nella Cgil, una posizione centrale che
nega la crisi e difende la struttura in quanto tale. Questa
posizione di autodifesa burocratica dell'organizzazione,
come sempre è avvenuto nella storia, a un certo punto
confluirà nelle posizioni della destra moderata e liberista,
ma oggi nel nome dell’organizzazione e delle sue bandiere,
difende l’esistente e nega la crisi.
Per tutte queste ragioni di fronte alle tre crisi quasi
contemporanee e intrecciate tra loro, di ruolo politico, di
pratica rivendicativa, di democrazia e partecipazione, che
colpiscono la Cgil noi ci troviamo in una posizione
difficile.
Come dicevo abbiamo previsto tutto questo, ma ciò che è
avvenuto rischia di muoversi con una tale velocità da
metterci in difficoltà a costruire la risposta. Siamo a un
bivio che vale per noi come per tutte le anime e le
esperienze non concertative, non aziendaliste della Cgil.
Abbiamo di fronte a noi un percorso che vuole portare il
principale sindacato italiano ad assumere la cultura,
l’orientamento e le pratiche che sono sostanzialmente quelle
della Cisl. Da questo punto di vista la pura e semplice
affermazione del dissenso, pure elemento di partenza
indispensabile, non basta più. Occorre affermare la
possibilità di una strada alternativa, non solo discutendola
e affermandola, ma costruendo spazi, esperienze, momenti
organizzati che nel sindacato confederale e nella Cgil
vadano esplicitamente in un’altra direzione. Il dissenso
deve passare ad un altro livello di pratica e quindi sfidare
il gruppo dirigente della Cgil sul terreno stesso del
pluralismo. Per questo oggi dobbiamo provare ad essere più
ambiziosi, non basta più la pura e indispensabile battaglia
per il no. Occorre pensare al consolidamento di un progetto
sindacale alternativo che sconvolga il disegno prevalente e
riconquisti almeno la Cgil e in ogni caso parti decisive del
sindacalismo confederale a un’altra pratica. Questa è la
nostra difficoltà. Non siamo nati per assumere un ruolo di
nicchia, ma la nostra debolezza rischia di porci di fronte
proprio questo rischio. Proponiamo quindi di entrare in una
fase diversa della Rete, nella quale, operiamo per elevare e
diffondere il conflitto, dentro e fuori l’organizzazione.
Per queste ragioni la continuità dell’iniziativa della Rete
è affidata a diversi livelli di iniziativa. La lotta
politica all’interno della Cgil, l’organizzazione della
partecipazione e della mobilitazione delle lavoratrici e dei
lavoratori, l’elaborazione e la diffusione di una nuova
piattaforma sociale adeguata alla fase attuale. Tutti questi
tre elementi sono intrecciati tra di loro, ma richiedono
punti specifici di iniziativa, di confronto e decisione.
Il primo appuntamento è naturalmente quello della lotta sul
protocollo. Noi ci batteremo per il No nella consultazione,
con tutti i limiti che essa ha, e per costruire i comitati
per il no, almeno in punti di lavoro significativi. La
consultazione deve essere per noi non solo un momento nel
quale far giungere alle lavoratrici e ai lavoratori una voce
diversa da quella prevalente in Cgil, Cisl e Uil, ma anche
una occasione precisa di organizzazione. Questo perché
l’obiettivo che ci diamo a partire da oggi è di organizzare
le forze per arrivare al prossimo congresso della Cgil nelle
condizioni di presentare una mozione alternativa alla linea
dell’attuale gruppo dirigente e di ottenere un risultato in
grado di incidere sugli equilibri dell’organizzazione.
Il confronto sul protocollo e sulla contrattazione non può
più avvenire solo su una base difensiva, pure
indispensabile. E’ giunto il momento che, oltre alla difesa
delle conquiste, scarse, che sono rimaste, cominciamo
seriamente a discutere di una piattaforma che guarda avanti,
che prova a forzare i rapporti di forza economici e sociali.
Sappiamo bene che essa oggi può non produrre effetti
immediati, ma diventa indispensabile per costruire vertenze
e iniziative. E, soprattutto, una piattaforma sociale nuova
rende concreto un altro punto di vista rispetto ai due oggi
prevalenti: quello dell’impresa e del mercato e quello della
riduzione del danno sociale rispetto a ciò che fanno
l’impresa e il mercato.
Da questo punto di vista dobbiamo misurarci con un tema
centrale che c’è oggi nel mondo del lavoro, in particolare
in Europa. Quello che viene definito come populismo che,
nella sua versione di destra, porta al razzismo, alla
discriminazione, a forme di moderno fascismo. Le politiche
liberiste e liberali dell’Europa creano una dialettica dell’élite
che esclude dalle scelte gran parte della popolazione. I
lavoratori e tutti i ceti medi che subiscono i colpi della
globalizzazione liberista, sono così sottoposti all’attacco
ideologico della destra, che strumentalizza il disagio
sociale e l’impoverimento, con le sue parole d’ordine
reazionarie. Tutto questo però non si ferma se la sinistra
resta subalterna alle politiche liberiste e diventa solo la
sede dei buoni propositi e delle buone intenzioni. La
vicenda dei lavavetri in Italia, peraltro, dimostra come la
stessa sinistra, quando si sente in difficoltà, può essere
tentata di cavalcare le più ignobili pulsioni della società
e di trasformare il bisogno di sicurezza sociale nel bisogno
di sicurezza legge-ordine contro il diverso e il povero. Per
questo i sindacati e la sinistra o escono dalla dialettica
tra liberismo liberale e liberismo populista e affrontano la
realtà del disagio sociale, oppure da quella realtà verranno
travolti, nonostante le svolte moderate. Per questo abbiamo
bisogno di una piattaforma sociale che sia anche una
piattaforma popolare, che cioè affronti il disagio sociale e
che, oltre al mercato e all’impresa, aggredisca la
separatezza di tutte le caste politiche e burocratiche, che
oggi tengono il mondo del lavoro e la maggioranza della
popolazione fuori dal campo delle reali decisioni politiche.
La nuova piattaforma sociale deve rompere con gli anni
Ottanta, e ripartire dalle condizioni reali delle
lavoratrici, dei lavoratori, dalla precarietà e dal disagio
sociale. Occorre una strategia consapevole di
incompatibilità, cioè di forzatura delle compatibilità date.
Pertanto sulle questioni sociali e fiscali, sul salario e
sulla contrattazione, sulle condizioni di lavoro, occorre
elaborare un programma di prospettiva, che poi verrà
articolato nelle esperienze.
Sul sistema contrattuale non basta sostenere, come facciamo,
che difendiamo il contratto nazionale. Abbiamo aderito alla
campagna sulla scala mobile perché riteniamo indispensabile
una garanzia salariale minima per i lavoratori. La
triennalizzazione dei contratti non è un fatto tecnico, ma
la via per abbattere il ruolo del contratto nazionale. Ma a
questa non contrapponiamo la difesa del 23 luglio del ’93,
ma una scelta più radicale, a favore di un modello privo di
vincoli verso l’alto e con un sostegno dal basso per i
salari. Sulla flessibilità dobbiamo definitivamente chiarire
il rifiuto di tutta la legislazione che ha portato al
precariato. Va ribaltata la logica delle flessibilità e
della precarietà. Non ci rassegniamo all’attuale stato dei
rapporti di lavoro in Italia e in Europa. Sull’orario e
sulle condizioni di lavoro occorre ripartire dall’antico
principio della validazione consensuale, cioè i lavoratori
interessati decidono la posizione del sindacato e si
scontrano con l’impresa se questa vuole imporre la totale
disponibilità della forza lavoro. La questione delle
pensioni, con il rifiuto di massa dei lavoratori all’aumento
dell’età pensionabile, dimostra che la questione dell’orario
di lavoro, sottoforma della durata del tempo complessivo di
lavoro, è ancora centrale. Occorre quindi riproporre la
questione della riduzione del tempo di lavoro, sapendo che
essa non è più stata di attualità perché per la lavoratrice
e il lavoratore di oggi la questione fondamentale non è la
durata giornaliera dell’orario di lavoro, ma le giornate
libere nella settimana e nell’anno e il tempo e la durata
complessiva del tempo di lavoro nell’arco della vita. Se si
ragiona su queste basi allora si capisce che non è vero che
sia tramontata l’idea della riduzione dell’orario di lavoro,
o il bisogno di essa, ma che essa si è trasferita su
un’altra dimensione del tempo. Nei prossimi mesi questo sarà
un conflitto decisivo, a partire dai metalmeccanici. Ai
quali si vogliono imporre gli accordi già sottoscritti da
gran parte delle altre categorie. Noi invece vogliamo
rimettere in discussione quegli accordi anche là dove sono
stati firmati.
Sullo stato sociale non possiamo più accontentarci del
logoramento dei diritti, ma dobbiamo rivendicare più spesa
pubblica sociale e meno ruberie. Per questo dobbiamo
strappare alla destra la campagna populista contro i
privilegi dei politici e della burocrazia. Dobbiamo proporre
una campagna per la drastica riduzione degli stipendi dei
funzionari pubblici a tutti i livelli, ad esempio con un
tetto massimo che non vada oltre i 5.000 euro lordi mensili.
Così pure dobbiamo fare nostra la lotta contro gli sprechi e
il malaffare in tutta la pubblica amministrazione, la lotta
contro queste ruberie deve essere una campagna nostra,
perché anche da qui si parte per affermare i diritti del
lavoro e la giustizia sociale.
Centrale per noi è la lotta contro l’ideologia, le scelte, i
meccanismi della privatizzazione, che oggi non coinvolgono
più solo il sistema industriale, ma tutte quelle che possono
diventare occasioni di profitto e quindi, in primo luogo, i
servizi e i beni essenziali. Per questo abbiamo bisogno
contemporaneamente della lotta contro il privilegio politico
e di quella contro la privatizzazione, perché spesso il
primo serve a giustificare la seconda. Tra le
privatizzazioni contro cui dobbiamo lottare c’è quella del
sistema pensionistico, dobbiamo quindi riaprire, anche alla
luce dell’andamento delle Borse, la critica ai fondi
pensione, e rilanciare la campagna contro il
silenzio-assenso, facendo in modo che esso venga messo in
discussione anche sul piano giuridico e legale.
La nuova piattaforma sociale, non può essere naturalmente
risolta in poche battute, ma sarà nostro impegno definirla
in maniera approfondita e dettagliata attraverso un lavoro
specifico, con il contributo di intellettuali antiliberisti
e anticapitalisti.
Centrale in questa piattaforma è il rifiuto delle attuali
compatibilità internazionali, a partire da quelle di
Maastricht e del Patto di stabilità, e naturalmente il
rifiuto dell’economia della competitività e della guerra. La
scelta rigorosa contro la guerra è per noi una discriminante
di cultura e di comportamento, non solo per ragioni morali,
ma anche perché questi anni hanno mostrato che guerra e
liberismo convivono e si alimentano reciprocamente. Per
questo manteniamo e rafforziamo la caratteristica della Rete
come organizzazione che partecipa a tutte le scelte
fondamentali dei movimenti che contestano la guerra e, per
questa via, anche la politica estera del governo italiano.
L’obiettivo centrale che ci diamo è quello di creare un
punto organizzato di massa dentro la Cgil, che pratichi, nei
luoghi di lavoro e in rapporto con tutti i movimenti
sociali, una politica alternativa a quella della
concertazione e della riduzione del danno. Questo significa
essere ambiziosi e non rinchiudersi in un dissenso di
nicchia. Per questo abbiamo bisogno anche di un rilancio
organizzativo dell’attività della Rete.
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