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Tra «questua molesta» e
contesa sui ministri in corteo
Dino Greco e Alberto
Burgio
Non c'è nulla da
aggiungere al divertente e non meno
corrosivo sarcasmo con cui Alberto Asor Rosa
(Corriere della Sera di sabato 1 settembre)
demolisce l'accanimento, degno di miglior
causa, dei moderni pionieri della crociata
legalitaria contro i lavavetri, eretti,
senza senso del grottesco, a simbolo
disturbante di una vita comunitaria
degenerata. La situazione - esattamente come
il sedicente, comico leninismo del sindaco
di Firenze e dei suoi emuli - è pessima, ma
non seria. Perché mentre non si riesce a
varare un provvedimento che consenta a un
immigrato che denuncia il proprio
sfruttatore di vedere regolarizzata la
propria posizione, si pensa di punire la
«questua molesta» e il «disturbo alle
persone» rispettivamente con l'arresto e con
il lavoro coatto.
Contemporaneamente - e l'associazione non paia impropria - la sopravvivenza del governo in carica viene fatta dipendere dalla partecipazione o meno di alcuni ministri a una manifestazione il cui carattere eversivo consiste nel tentativo di indurre il governo medesimo a fare qualcosa di prossimo a ciò che stava scritto nel suo programma elettorale, ormai trapassato nel sempre colmo serbatoio delle ubbìe ideologiche. Ma se fa riflettere l'inarrestabile scivolamento del governo verso equilibri politici, diciamo, eufemisticamente, più moderati, è il litigio a sinistra che solleva le più forti perplessità. In una fase sociale stagnante, dove la scena è monopolizzata dalla Confindustria, dalle autorità monetarie, dalle corporazioni, dall'antipolitica, dai teo-con e dai teo-dem; in un clima dove le sole spinte all'insubordinazione vengono dai ceti privilegiati che si considerano espropriati dei primi scampoli di lotta all'evasione fiscale, il ritorno in campo di una sana mobilitazione popolare nel segno della lotta alla precarietà, alla sopraffazione dei diritti nel lavoro, per la riaffermazione del carattere solidaristico del contratto nazionale di lavoro, per una convivenza inclusiva non inquinata dalla discriminazione razziale, per un rilancio dell'idea pacifista sorretta da concrete politiche di disarmo e di affrancamento dalle servitù militari, per il rifiuto della mercificazione dei beni comuni, per la conquista di una legalità come lotta alle mafie e all'inquinamento dell'economia, dovrebbe essere accolta come una benedizione. Ogni forza di sinistra dovrebbe avvertire il pericolo mortale di una contesa politica che si gioca e si conclude nei palazzi del potere, nei talk-show televisivi, sui giornali e sui rotocalchi e che, infradiciata nella generale autoreferenzialità dei suoi sbiaditi protagonisti, si consuma nell'indifferenza o, peggio, nella crescente, disarmata sfiducia dei lavoratori e di quella parte dei cittadini che comprendono di non essere protagonisti di niente, di non potere contare niente. La polemica sui ministri in corteo, sul pro o contro il governo, sul pro o contro la piazza è una tragicomica espressione di un politicismo estremo, incapace di volgersi alla concretezza delle condizioni materiali delle persone, di quelle che pure vengono denunciate come emergenze nazionali, ma che tali continuano a rimanere, prive di risposte che diano il segno di una diversa direzione di marcia. La stessa Cgil, prigioniera dell'alquanto deludente intesa dello scorso luglio, sottoscritta senza aver fatto valere la benché minima mobilitazione, si trova ora costretta a presidiare il campo così malamente arato, a «blindare» quella consultazione dei lavoratori che è vissuta, manifestamente, come un impaccio piuttosto che come un diritto dei lavoratori e una risorsa propria, finendo per leggere ogni sussulto sociale come un capo d'accusa mosso a se stessa non meno che al governo, dal quale essa ha peraltro ricevuto qualche sonoro e un po' umiliante ceffone. Il conto si presenta assai pesante: quel «patto di legislatura» proposto a Romano Prodi nell'apertura del XV congresso della Cgil, subito contestato e quindi formalmente accantonato, ha in realtà operato, prima sottotraccia, poi apertamente, come il filo conduttore di una ridislocazione del maggior sindacato italiano, ridimensionandone ambizioni, autonomia, nonché quell'obiettivo di «riprogettare il paese», rifluito dentro ben più modesti propositi. La gestazione del Partito democratico - e la conseguente campagna di reclutamento tutt'altro che conclusa nelle file della Cgil - ha fatto il resto. Così, nel vuoto dell'ingaggio sociale che ha caratterizzato persino le fasi cruciali del confuso negoziato estivo, le minacce di una Emma Bonino hanno finito per pesare di più di Confederazioni sindacali che trattavano, sia pure senza averne ricevuto esplicito mandato, per nome e per conto di milioni di lavoratori e di pensionati. Vi è dunque da chiedersi cosa concretamente rimanga vitale non soltanto del programma dell'Unione, ma delle stesse tesi congressuali della Cgil, nonché di quell'idea di democrazia partecipata e di sovranità dei lavoratori che sembra nuovamente inabissarsi per lasciare il posto alla primazia degli esecutivi e degli apparati. Serve un ripensamento. E una rialfabetizzazione sindacale. Per riscoprire che nessun generale progresso democratico può sortire dalla pura diplomatizzazione del confronto sociale e dalle (presunte) relazioni privilegiate fra oligarchie. E che vi è una relazione diretta fra caduta delle lotte, aumento della precarietà, diminuzione delle retribuzioni e delle tutele del lavoro. Fuori da una forte ripresa del conflitto sociale c'è spazio solo per stucchevoli bisticci, parodia della politica, precursori di una fatale deriva dei già deboli rapporti di forza, nella società come nel Governo e nel Parlamento. |