L’alleanza liberista di Veltroni e Montezemolo

Dopo l’accordo del 23 luglio c’era chi spiegava (e sperava) che quell’intesa ponesse un freno all’offensiva liberista contro stato sociale e i diritti contrattuali. Quell’offensiva invece proprio da quell’intesa ha preso nuovo vigore. Non poteva che essere così, visto che il protocollo sul welfare del governo Prodi non solo fa danni materiali sulle pensioni, sulla precarietà, sulle condizioni di lavoro ma, soprattutto, ha una funzione costituente verso un nuovo sistema contrattuale e sociale, ancor più corrispondente alle pretese delle imprese e del mercato di quello uscito dal primo 23 luglio, quello del ’93.
Tre sono i filoni dell’offensiva che si è sviluppata in queste settimane, in particolare sulle pagine del Corriere della Sera, di Repubblica, della stampa liberista di centrosinistra.
Il primo è quello della precarietà. Da Veltroni a Giavazzi, a Ichino, la tesi centrale è che non solo non si devono abrogare la Legge 30, il pacchetto Treu e in generale le leggi che hanno legalizzato i contratti precari. Ma che invece occorre ridiscutere le tutele troppo rigide dei lavoratori più garantiti. Nella sostanza viene riproposta la tesi che portò Berlusconi a tentare di eliminare l’articolo 18. Secondo questa impostazione, chi è più precario deve la sua condizione all’egoismo di chi vuole mantenere un pacchetto di diritti per lui inaccessibili. Abbassando i diritti a chi ne ha di più si migliorerebbe la condizione di chi ne ha di meno. E’ singolare questo uso verso il basso dell’egualitarismo. Infatti l’eguaglianza sociale è stata cancellata dai ragionamenti di tutti coloro che oggi usano la precarietà contro i diritti. Essi si guarderebbero bene dal parlare di eguaglianza sul piano dei redditi, dei poteri, dei diritti coinvolgendo tutte le classi sociali. No, l’eguaglianza viene riservata solo ai lavoratori dipendenti ancora sindacalizzati, per spiegare che essi devono rinunciare al poco che hanno conservato per essere più eguali a chi non ha nulla.
Il secondo attacco è diretto al contratto nazionale. Lo vedremo svilupparsi bene nelle prossime settimane, man mano che entrerà nel vivo la vertenza dei metalmeccanici, ma intanto esso è già preannunciato. Lo schema di ragionamento è lo stesso che giustificò la cancellazione della scala mobile. Il contratto nazionale è troppo rigido e garantista - troppo assicurativo, dice Ichino. Bisogna che i lavoratori rischino molto più salario sull’andamento dell’impresa, così essa andrà bene avranno molto di più. E se l’impresa va male? Ichino non chiarisce, ma l’andamento delle borse di questi giorni qualche riflessione la dovrebbe imporre. Così come l’eliminazione della scala mobile non ha portato più salario, come invece promettevano i riformisti del sindacato e della sinistra, così la riduzione del peso del contratto nazionale a favore del salario di rischio aziendale peggiorerebbe ancora il reddito dei lavoratori.
La terza offensiva l’ha lanciata, con il suo particolare linguaggio, il leader della Lega Nord. E, al di là delle ovvie dissociazioni sui fucili, gli sono andati dietro in tanti. Il presidente degli industriali metalmeccanici, il presidente della Confindustria e alla fine anche la coppia Rutelli Veltroni.
L’offensiva sul fisco è oggi un’offensiva di classe, che cancella i diritti del lavoro e del reddito fisso a favore dell’esenzione e dell’evasione fiscale per tutte le classi possidenti. Non è un caso, infatti, che nessuno di coloro che sono intervenuti abbia minimamente fatto accenno al fatto che il drenaggio fiscale, cioè l’invarianza delle aliquote rispetto all’inflazione, da anni taglia buste paga e pensioni. Non è un caso che il presidente degli industriali abbia dimenticato le sue filippiche contro la rendita e la finanza, pretendendo anzi che il governo non applichi il suo stesso programma cioè la tassazione al 20% delle rendite finanziarie. Non è un caso che quando si parla di risarcimento fiscale, il conflitto sia tra impresa e famiglia. Si cancellano il lavoro, le classi e le condizioni sociali rispetto al mercato, considerando legittimi solo il profitto d’impresa da un lato, il suo temperamento da parte di un capitalismo familista e compassionevole dall’altro.
La stessa sacrosanta denuncia degli sprechi nella pubblica amministrazione e nei servizi, viene usata come pretesto per nuove privatizzazioni. Come se quelle passate avessero dato qualche vantaggio economico al paese e come se le retribuzioni dei manager privati non fossero altrettanto scandalose e dannose di quelle dei consulenti pubblici.
Precarietà, contratti, fisco e stato sociale, su questi tre fronti il partito democratico sta articolando un’offensiva della stessa portata di quella che Bettino Craxi svolse negli anni Ottanta. Su questo piano è piena la sintonia tra Walter Veltroni e Luca di Montezemolo nelle pagine del Corriere della Sera. Così come qualche anno fa Berlusconi e D’Amato a Parma posero le basi per l’attacco all’articolo 18, oggi il futuro leader del partito democratico e il presidente della Confindustria propongono un altro giro di boa liberista. Ora, come allora, bisogna dire di no. Con il conflitto sociale, con la lotta alla precarietà, con il rigetto del protocollo del 23 luglio 2007, che questa nuova offensiva ha legittimato e incentivato.
Giorgio Cremaschi