Il capitalismo italiano nel suo piccolo «funziona»
Alberto Burgio

 
La crisi delle Borse ha offerto al capitalismo l'ennesima opportunità di dar prova della propria efficienza. Che, lungi dall'essere neutrale, premia alcuni interessi a scapito di altri. L'esplosione della bolla immobiliare ha polverizzato i risparmi dei piccoli investitori, mentre il fiume di denaro versato dalla Fed e dalla Bce (denaro proveniente dalle tasche dei contribuenti) ridurrà le perdite dei grandi speculatori che hanno accumulato migliaia di miliardi in anni di vacche grasse. Non bastasse, il giochetto di concedere credito senza garanzie moltiplicherà le file dei working poors (i già celebri Ninja), che si vedranno confiscare la casa per effetto della loro insolvenza.
Insomma, un vantaggio c'è. Anche quanti si ostinano a negare la pervicace attualità della lotta di classe dovranno arrendersi all'evidenza. Il sistema funziona eccome. E si fonda, come sempre, sul conflitto tra capitale e lavoro. Che è, a ben guardare, il quadro entro il quale si comprendono anche le polemiche che già infuocano il clima politico italiano alla vigilia della ripresa. Due sono i temi scottanti: la politica economica e fiscale del governo, e la lotta alla precarietà. Vediamo come stanno le cose cominciando da quest'ultima partita.
Come si sa, nulla in politica è più controverso delle cifre. Ciascuno dà i suoi numeri, così c'è anche chi giura che la Treu e la 30 hanno ridotto la precarietà. Se non si bara (cioè se si guarda all'intero continente del lavoro precario, che comprende anche le partite Iva, i co.co.co e i collaboratori a progetto), le cose stanno ben diversamente.
Secondo l'Istat, nel '97 (anno dell'entrata in vigore della Treu) i lavoratori precari in Italia erano 1.280 mila. Diventano circa 3 milioni nel 2003 (anno della 30) e 4.403 mila nel 2006. Il problema quindi è uno solo: come invertire questa tendenza (oggi quasi il 60 per cento dei nuovi assunti è precario), come ridurre la massa dei lavoratori «atipici» e intanto aumentarne le tutele.
Il centrosinistra, quando chiese il voto nel 2006, mostrava di averlo chiaro. Ora il ministro Damiano (che nel programma dell'Unione scrisse di considerare «normale» il tempo indeterminato ma adesso ripete che il suo pallino è la «via italiana alla flessibilità») ha sfoderato il famoso Protocollo sul welfare e la competitività. Che, oltre all'accordo sulle pensioni (lo scalone Maroni diluito in tre anni), contiene alcune misure sul mercato del lavoro. Che cosa possiamo dire in proposito?
Alcuni, a sinistra, sostengono che il Protocollo è «insufficiente». La verità è che se divenisse legge, faremmo addirittura un passo indietro rispetto a oggi. Va detto con chiarezza che il problema non è la mancata abrogazione dello staff-leasing, su cui si vorrebbe forse inscenare una trattativa che non interessa quasi a nessuno. Riguarda, piuttosto, la decontribuzione dello straordinario (che avrebbe conseguenze nefaste anche rispetto alla sicurezza sul lavoro) e soprattutto il peggioramento dei contratti a termine (con l'eliminazione di ogni causale e l'abolizione di qualunque limite alla reiterazione).
È davvero fuori luogo che il ministro agiti l'abusata metafora della corda troppo tesa. Se c'è qualcuno che la sta tirando troppo temiamo sia proprio lui. Quanto alla «buona» flessibilità, è evidente che se ci si concentra sugli ammortizzatori sociali invece che sull'eliminazione della precarietà, è perché si ritiene che la libertà di licenziare sia il fulcro del sistema, il vero fondamento della competitività.
Veniamo alla politica economica. Qui le cose appaiono ancor più sconsolanti. L'ossessione del «rigore» si giustifica con l'assunto che lo stato debba accontentarsi di regolare il gioco del libero mercato. Ma questo gioco a che cosa si riduce? In realtà le carte sono abbondantemente truccate perché lo stato regala alle imprese, più o meno ufficialmente, un'enorme quantità di denaro. Una «miriade di sussidi», come ha scritto lo stesso quotidiano della Confindustria, che ha calcolato che nel solo 2006 i trasferimenti alle imprese hanno superato i 16 mila miliardi di euro, mezza Finanziaria. A questa cifra vanno aggiunti i benefici del taglio del cuneo fiscale, ora esteso a banche e assicurazioni (4 miliardi per il 2007, destinati a superare i 5 l'anno prossimo) e altri 2,3 miliardi sbloccati utilizzando il «tesoretto». Una montagna di soldi. Dopodiché cosa accade?
Accade che si «riformano» le pensioni abbassando i coefficienti e prolungando la vita lavorativa. Che si elevano i contributi sui precari senza impedire alle imprese di scaricare gli aumenti sui lavoratori. Che, con oltre 100 miliardi di evasione fiscale all'anno, si promette di ridurre le tasse sugli straordinari, mentre nessuno più parla di restituire il fiscal drag (altra promessa del programma). Che il ministro dell'Economia chiede nuovi tagli alla spesa a cominciare dagli stipendi pubblici. E che scoppia un putiferio non appena qualcuno ricorda l'impegno di tassare titoli e plusvalenze più o meno come in tutta Europa (non in Venezuela).
Tutto questo per dire che non possiamo proprio lamentarci. Nel suo piccolo anche il capitalismo italiano è massimamente efficiente. Scherzi a parte, su che cosa scommette Palazzo Chigi? Sulla «gioiosa macchina da guerra» veltroniana? Sullo scompiglio creato dalla signora Brambilla? Si tratta di calcoli azzardati. Chi campa di salario o di pensione non ne può davvero più e prima o poi le elezioni arriveranno. Quanto alla sinistra, è il momento di smetterla con futili polemiche. Si tratta di condurre questo governo su un'altra rotta e un presupposto indispensabile a tale scopo è l'unità della sinistra sulle cose da fare. Almeno sulle principali, come la difesa dei diritti del lavoro. Un successo della manifestazione del 20 ottobre sarebbe essenziale anche e soprattutto per questo.