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Roma, 9 agosto 2007
La fusione Unicredit-Capitalia parte col piede sbagliato, ma con la benedizione della (altra) casta sindacale
I LAVORATORI MERCE DI SCAMBIO SULL’ALTARE DEL LISTINO DI BORSA
L’approccio apparentemente tranquillizzante, amichevole, soft dei vertici di Unicredit e Capitalia in occasione dei primi comunicati stampa e delle dichiarazioni seguite alla presentazione del progetto di fusione per incorporazione dei due gruppi bancari ha contribuito a diffondere tra i lavoratori coinvolti e le rappresentanze sindacali un senso di piacevole e comodo “lasciarsi andare”.
Un diffuso senso di ineluttabilità degli eventi mista a determinismo che, se appare comprensibile (ma non condivisibile) in migliaia di lavoratori reduci, almeno in ambito Capitalia, da quasi vent’anni di fusioni, scorpori e convergenze di piattaforme applicative, risulta forse meno giustificabile se condivisa da una classe sindacale che dovrebbe (ma ancora stenta a farlo) capire che ogni fenomeno “societario” – a dispetto di quanto affermato e formalizzato in forbiti documenti ufficiali ad uso di media e comunità finanziaria – non rappresenta una opportunità per il mondo del lavoro, ma è concepito, perseguito e realizzato dalle lobby finanziarie, in questa come in altre occasioni, esclusivamente contro i lavoratori ed i loro interessi.
L’unica vera, reale giustificazione – come eufemisticamente, ma schiettamente si legge nell’ultima riga dell’ultimo capoverso del capitolo “Motivi dell’operazione” nella informativa recapitata dai due Gruppi bancari ai sindacati e all’ABI il 9 luglio 2007 – è “la creazione di valore nei confronti di tutti i portatori di interesse”. Tradotto: aumentare le quotazioni dei titoli in borsa e i dividendi per remunerare gli azionisti.
Tanto ciò premesso, lo scorso 3 agosto, dopo 80 ore ininterrotte di trattative tra i rappresentanti dei gruppi Unicredit e Capitalia e le organizzazioni sindacali – come informa il comunicato unitario delle nove sigle sindacali della categoria – è stato sottoscritto un protocollo di intesa che regolamenta e disciplina i processi di razionalizzazione all’interno del nuovo Gruppo. In altre parole, trattasi di un accordo preliminare che si limita a fissare le condizioni economiche di esodo volontario incentivato al pensionamento e di accesso al Fondo di Solidarietà.
“L’accordo raggiunto – si legge nel comunicato – prevede la fuoruscita, attraverso esodi e l’adesione al Fondo esuberi, entrambi su base volontaria e incentivati, nel corso del periodo di valenza del Piano Industriale (3 anni), di un massimo di 5.000 lavoratori all’interno del nuovo Gruppo e il contestuale rimpiazzo di parte delle uscite fisiologiche in Rete, con l’ingresso di alcune centinaia di nuovi occupati all’anno”.
Ora, quello che ci permettiamo di osservare, ma che le sigle sindacali ed i loro rappresentanti hanno omesso di rilevare, forse perché spiazzati da quell’approccio suadente e rassicurante, è un macroscopico e pericoloso rovesciamento dei termini procedimentali in questo primo atto nelle relazioni industriali del neo-costituito gruppo.
Noto è, infatti, che nei trasferimenti di azienda – nella cui nozione rientrano anche le fusioni e le incorporazioni – la presentazione dei piani industriali preceda la cosiddetta procedura sindacale. Ed è proprio in sede di procedura sindacale (costituita da informative e consultazioni) che i sindacati, sulla base del programma industriale presentato (raggiungimento di nuovi mercati, articolazione delle unità organizzative, abbandono o rafforzamento di linee di business, posizionamento geografico, sviluppo di nuovi prodotti, interventi di razionalizzazione, riconversione professionale) entrano in possesso di quegli indispensabili strumenti per valutarne le ricadute organizzative ed occupazionali.
Oltre che alla normativa nazionale e comunitaria, una simile prassi risulta contraria al buon senso: il nuovo gruppo presenterà il piano industriale soltanto a gennaio o febbraio del 2008: sulla base di quali elementi e conoscenze i sindacati hanno, con ben sei mesi di anticipo, non solo firmato il documento, ma semplicemente potuto sedersi ad un simile tavolo negoziale?
Forse, allora, una attendibile chiave di lettura potrebbe essere rintracciata nell’improvviso sblocco delle trattative per il rinnovo del contratto nazionale dei bancari che riprenderanno il prossimo 18 settembre dopo molti mesi di chiusura dei banchieri. Una sospetta apertura evidentemente subordinata alla propedeutica accettazione da parte dei sindacati – anche di quelli che in un primo momento avevano timidamente rilevato il citato rovesciamento dei termini – dell’accordo Unicredit-Capitalia sugli esuberi, stante il rilevante peso acquisito dal nuovo gruppo negli equilibri di Palazzo Altieri.
Se questa vicenda rappresenta la premessa dei prossimi negoziati, se questo è il desolante stato delle relazioni industriali nel settore del credito, non c’è il minimo dubbio sul conseguimento della “creazione di valore nei confronti di tutti i portatori di interesse”. Con la benedizione dei sindacati, l’altra casta.
-------------------- Stefano De Rosa Via Festo Avieno, 20 00136 ROMA |
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