La parola ai fatti
Gabriele Polo

 
Scommettiamo, a costo di sbagliare (con relativa figuraccia), che oggi Eugenio Scalfari ci rispiegherà i pericoli del «vertenzialismo» della sinistra di governo su pensioni e mercato del lavoro. Quanto è indispensabile Prodi, come è meraviglioso Padoa Schioppa, quanto è irresponsabile tirare la corda, che poi arriva Berlusconi e non sarete mica matti a spianargli la strada... E scommettiamo che Paolo Mieli gli contrapporrà un qualche fondo che non lascia spazio ad appelli alla «ragionevolezza» per dire a Prodi che sta morendo per mano sinistra; e che se il premier non si libera subito di tali minacce è preferibile (per lui auspicabile) che se ne vada, non vorrete mica continuare con questo instabile centrosinistra che tanto male fa. Di fronte a così grandi autorevolezze, meglio evitare altri predicozzi, ancorché di sinistra e metter semplicemente in fila i fatti più recenti. Che parlano da soli.
La notte del 20 luglio il governo vara la riforma delle pensioni trasformando lo scalone di Maroni in rigidi scalini, per confermare la supremazia dei bilanci di Padoa Schioppa e sotto lo slogan «diamo un futuro ai giovani». I sindacati accettano (pur con malumori e opposizioni dentro la Cgil), la sinistra incassa infelicemente la prima sberla. Tre giorni dopo, il 23 luglio, sempre di notte, Prodi presenta il protocollo su welfare e lavoro che mantiene sostanzialmente intatta la legge 30, conferma la precarietà dei giovani e stimola il lavoro straordinario. Soddisfatti Cisl e Uil, la Cgil «denuncia» di essersi trovata di fronte a un testo che non si aspettava e accetta con riserva, Confindustria esulta, la sinistra di governo finisce ko. In meno di una settimana due punti fondamentali del programma dell'Unione (cancellazione dello scalone e «superamento» della legge 30) sono ridotti a carta straccia. Due giorni dopo, il 25, Guglielmo Epifani, scrive una lettera a Prodi in cui chiede se il protocollo sul welfare possa essere firmato solo in parte, alludendo a una sua possibile modifica. Il 26 il presidente del consiglio gli risponde che no, si firma tutto o niente, però lo invita a continuare nella concertazione. Passano meno di 24 ore e, confortati dal malumore della Cgil, i ministri Ferrero (Prc), Mussi (Sd), Pecoraro Scanio (Verdi) e Bianchi (Pdci) incontrano Romano Prodi per chiedergli la possibilità di modificare in parlamento il tanto citato protocollo. Altrimenti «sarà battaglia». Sembra che escano rassicurati dalla riunione e Prodi commenta semplicemente così: «E' andata bene». Ma bastano poche ore per il contrordine compagni. Ieri mattina il punto 11 del dodecalogo prodiano, altrimenti detto portavoce, dopo mesi di silenzio ritrova finalmente la parola: «Non ci sarà nessun ritocco al protocollo». La sinistra riannuncia battaglia.
Tutto questo ha riempito le pagine dei giornali e le cronache dei notiziari tv. E' stata una «guerra» mediatica. Sul fronte sociale non è successo nulla, se non il diffondersi del malcontento di elettori più o meno di sinistra e di lavoratori più o meno dipendenti. E siccome la battaglia delle parole proseguirà per tutta l'estate, c'è il rischio che a settembre gli «spettatori» siano un po' stufi e non ci capiscano più nulla, diventando più o meno qualunquisti. A meno che gli annunci dei furori autunnali non trovino protagonisti precisi e conseguenti e appuntamenti altrettanto chiari per cancellare ciò che - per ora a parole - non piace. Anche se Eugenio Scalfari si mette a piangere e Paolo Mieli imbraccia il fucile.