Pensioni, un mare di bugie per giustificare i tagli


JOSEPH HALEVI


Chiunque  abbia  letto  il  dettagliato  articolo  di Luciano Gallino su La Repubblica  di  giovedì  5 luglio intitolato «lettera aperta all'Inps sulle pensioni  italiane»  capirà  senza  difficoltà  alcuna  che  non  esiste un problema  di  solvibilità  futura dell'istituto preposto al pagamento delle pensioni.  In  particolare Gallino osserva che il fondo pensioni lavoratori dipendenti avrà per il 2007 un avanzo di esercizio di circa 3,5 miliardi di euro.

Il  deficit  dell'Inps deriva dalla gestione di fondi impropri, come quello dei  dirigenti  di  azienda  che da solo ha un disavanzo di 2,8 miliardi di euro.  Questa  e  altre  somme  vengono  scaricate sul fondo dei lavoratori dipendenti  che  quindi  non  può  che  andare in rosso. Gallino sottolinea inoltre  che  il  deficit  imputato  all'Inps origina da poche centinaia di migliaia di unità, come appunto i dirigenti di azienda. 

Ne consegue che la questione dell'età pensionabili dev'essere svincolata da incombenze  contabili  che  non  ci  sono,  ma  va  legata  piuttosto a una valutazione   del   lavoro   nella  società  contemporanea,  in  Italia  in particolare.  Ma  non  è  di  questo  che  si  sta discutendo. La riduzione dell'età  pensionabile  viene  venduta  come un'operazione di cassa volta a salvare/garantire le pensioni dei giovani, nonché a restare nell'ambito dei criteri dei patti di stabilità europei.

Per  ciò  che  riguarda  il  primo  aspetto l'operazione di cassa è un puro imbroglio.   Infatti   l'erogazione  dei  contributi  dipende  dal  reddito percepito,  il quale dipende dall'occupazione, in quantità e qualità. A sua volta  l'occupazione dipende dagli investimenti. Non vi è nessuna relazione tra i risparmi di cassa ottenuti attraverso la riduzione dei pagamenti e la percezione  dei contributi innalzando l'età pensionabile, e l'insieme degli investimenti   necessari  ad  assicurare  un  alto  livello  occupazionale. Pescando  nell'esperienza  dei  paesi  angloamericani  si  nota  inoltre  - tralasciando le perdite dovute ai fallimenti di fondi di investimento - che mentre  aumenta  l'età  pensionabile,  aumenta la precarizzazione e il part time nel campo occupazionale e si impoveriscono le stesse pensioni.

L'altro   argomento  riguarda  l'ormai  trita  questione  del  rientro  nei parametri  dei  patti  di  stabilità  europei,  speciosamente  sollevata da Eugenio  Scalfari  con  foga antisindacale e anticomunista su Repubblica di domenica. Lo si dica chiaramente: si devono arraffare soldi laddove si può, non  al  fondo  dei  dirigenti  di  azienda  (in  passivo), ma a quello dei lavoratori dipendenti (in attivo) sicuramente sì.

Ripeto  brevemente  ciò  che  è  stato  detto  molte volte. Non vi è alcuna ragione  di  considerare  validi i parametri di riferimento dei patti. Essi sono  da  sempre arbitrari, come scritto più volte; ora sono superati nella recente  pratica.  Ieri  i  patti  venivano  ignorati dalla Francia e dalla Germania e oggi sono oggetto di scontri durissimi tra Francia ed Europa. In realtà  essi  non rappresentano più un punto di accordo, per quanto errato, bensì  un  pomo  della  discordia  su cui si sta sfaldando la governabilità europea.

Perciò  il  nodo-pensioni  va  svincolato da considerazioni su «risparmi» e solvibilità  dell'Inps,  nonché dai marci parametri europei. Mentre si deve partire dall'impoverimento dei pensionati odierni e futuri in atto in molte parti  del  mondo  angloamericano, dovuto alle nuove forme di accumulazione capitalistica.


Il Manifesto 10/7/2007