Cgil, la pericolosa normalizzazione di Brescia
Dino Greco

 
La svolta intervenuta nella conduzione della Cgil bresciana merita un esame più attento dei fattori che l'hanno determinata, tanto per comprenderne le dinamiche, non riducibili a una lite da cortile e a qualche personale miseria che pure vi è stata e che ha lasciato il suo inconfondibile segno, quanto per cogliere nella crisi che si è aperta elementi rivelatori di una più estesa patologia che coinvolge il sindacato, la Cgil, in modo speciale nel nord del paese.
Il tema è quello di una profonda spoliticizzazione del mondo del lavoro, non soltanto di quello centrifugato, disperso e difficilmente intercettabile del precariato, ma anche - sia pure in misura più attenuata - di quello insediato nelle roccaforti, dove il sindacato è invece presente e organizzato. Quando Loris Campetti, a seguito di un'indagine promossa un anno fa dal manifesto fra i lavoratori delle valli bresciane, coniava la scioccante espressione di «leghismo rosso», coglieva ruvidamente nel segno. Perché mostrava plasticamente la divaricazione fra le idee tradizionali del sindacalismo solidarista e di combattimento e la concezione del mondo e delle relazioni sociali di tanti nostri iscritti e di non pochi militanti.
Un cortocircuito pesante, del quale le recidive catastrofi elettorali sono soltanto la registrazione contabile, l'espressione di una deriva culturale che parla certo dell'afasia di una sinistra politica esangue, ma che chiama in causa anche il sindacato, impegnato in una sua parte a negarne l'esistenza nell'illusione di rendersene immune.
Anziché fare i conti con una pervasiva ideologia dominante impregnata di individualismo, xenofobia, chiusura egoistica nel «particulare», anziché contrastarne i veleni attraverso l'ingaggio di una grande battaglia culturale e politica, esso ha arretrato il raggio della propria azione, limitando il perimetro del confronto e del conflitto, sgomberando il campo da ogni possibile elemento di contrasto con il senso comune e simulando una rappresentanza dei lavoratori che resiste solo in quanto la si rinchiuda in una dimensione aziendalistica. Sicché la fabbrica non è più il microcosmo dal quale «si guarda al tutto dal punto di vista di una parte», ma il luogo dove inizia e finisce un'attività sindacale, talvolta conflittuale, ma in realtà sempre più angusta e impoverita nei suoi stessi contenuti rivendicativi.
Il pur irrinunciabile conflitto redistributivo rimane allora il prevalente, se non l'unico terreno su cui si esercita la contrattazione. Non è più «la classe» il punto di riferimento e, a ben vedere, neppure «la categoria», bensì la singola azienda: alla solidarietà orizzontale si sostituisce l'autodifesa di gruppo in un processo inarrestabile di balcanizzazione, fatalmente perdente. Ora, se questo modello viene teorizzato come il solo possibile, non parli più ai lavoratori nel loro insieme, non ne intercetti la complessa identità sociale, non c'è più voce capace di connettersi con ciò che si muove fuori dal luogo di lavoro.
E non vi è incontro possibile con la società e neppure con i movimenti che sussultoriamente contrastano una politica sempre più autoreferenziale e ingessata nelle istituzioni. Insomma, se scompare l'ambizione progettuale, con essa si archivia anche l'idea del sindacato come soggetto politico. E la stessa indipendenza diventa una velleità propagandata, piuttosto che una pratica esercitata.
Torna allora in auge, fatalmente, la delega alla politica o, peggio ancora, si riesumano forme di padrinato politico che ci eravamo lasciate alle spalle da tre lustri. Il fatto è che se non provi a cambiare la realtà è la realtà che cambia te, a dispetto del simulacro che continui a esibire.
Questa è la natura (quella nobile) dello scontro politico che si è aperto nella Camera del lavoro di Brescia. Noi abbiamo posto il tema di un sindacato che si proponga di saldare fabbrica e società, contrattazione aziendale e contrattazione sociale, diritti del lavoro e diritti di cittadinanza; abbiamo proposto di rideclinare il concetto stesso di confederalità, ripensando la Cgil come una rete capillarmente diffusa di camere del lavoro comunali, fulcro di un processo di riorganizzazione della democrazia come democrazia partecipativa, all'opposto di quella deriva «parastatale» che affida alla proliferazione dei «servizi» la captazione di un consenso solo passivo; abbiamo fatto della lotta dei migranti, nella sua concreta materialità, un simbolo del rilancio del concetto di uguaglianza, del valore della diversità e, a un tempo, della rotta da seguire per un rinnovamento profondo del sindacato.
Insomma, abbiamo cercato di rispondere al rischio di una corporativizzazione del movimento, di un suo ripiegamento autistico dentro fortilizi destinati all'espugnazione. Purtroppo è quest'ultima l'impostazione che ha prevalso, senza per altro mai approdare a un confronto politico esplicito, perché l'oggetto del contendere è stato occultato e sequestrato dal ristretto gruppo dirigente metalmeccanico locale, il quale, non per caso, ha trovato una saldatura con la destra della Cgil bresciana e con un centro confederale evidentemente interessato a ricondurre sotto controllo, a «normalizzare», uno dei punti di più vivace dialettica sindacale della Cgil.
La svolta, inutile nasconderlo, avviene brutalmente, con una soluzione ostentatamente liquidatoria, molto prossima a una «purga», riflesso di un'inclinazione autoritaria che si colloca, anch'essa, all'estremo opposto di un'esperienza sindacale che ha fatto del pluralismo, della dialettica e della democrazia interna un tratto distintivo. Del resto, quando il confronto si isterilisce, quando latitano le idee e diviene più difficile riscuotere il consenso, c'è sempre il rischio di spingersi lungo una china pericolosa, quella della repressione del dissenso o anche soltanto delle opinioni altrui: allora l'organizzazione si «militarizza» e alla libera discussione si sostituisce il primato della gerarchia che non promuove la capacità, la criticità, ma si circonda di una mediocrità docile e ossequiente. Difficile dunque prevedere se, come e quando il discorso interrotto potrà riprendere. Ai compagni e alle compagne di Brescia che in tutti questi anni hanno condiviso un'avventura sindacale e esistenziale tanto intensa, giunga l'invito a non tirare i remi in barca, a elaborare presto il lutto e a reingaggiarsi nella battaglia politica