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Pensioni, un dibattito
con numeri e tendenze «ad hoc»
Felice Roberto Pizzuti
Gli squilibri della
politica stanno strumentalizzando il
dibattito previdenziale fino a stravolgerne
i contenuti. Si dice ad esempio che
l'eliminazione dello «scalone» sarebbe
insopportabile per gli equilibri finanziari;
però si dimentica che, in base ai dati
ufficiali di tutte le gestioni
pensionistiche, il saldo tra le entrate
contributive e le prestazioni previdenziali
al netto delle ritenute fiscali è positivo
per un ammontare pari allo 0,5% del Pil.
Dunque il bilancio pubblico trae vantaggio
dal sistema pensionistico.
D'altra parte il ministro dell'economia ha appena dovuto ricordare agli ultraortodossi di Bruxelles che per l'anno in corso il nostro rapporto deficit/Pil sarà inferiore a quello concordato; dunque non c'è ragione che altri in Italia facciano da sponda chiedendo un improbabile «rigore» che sarebbe controproducente per la nostra crescita economica (oltre che per gli equilibri di governo). Particolarmente significativo del clima del dibattito è che per valutare il costo dell'abolizione dello scalone vengano ancora usati i dati della relazione d'accompagnamento alla legge Maroni del 2004 che, ovviamente, faceva riferimento alle tendenze al pensionamento d'anzianità ipotizzate allora. Ma proprio per il prolungato parlare di «scaloni» e «scalini», chi poteva e voleva ha già lasciato il lavoro; viceversa, c'è un numero crescente di lavoratori che non possono permettersi di sostituire il maggior reddito della retribuzione con quello della pensione e, quindi, indipendentemente dai provvedimenti che saranno presi, rimarranno a lavoro. In definitiva, per valutare l'effetto finanziario dello scalone, non si può oggi far riferimento alla tendenza al pensionamento immaginata tre anni fa; quell'effetto è di gran lunga inferiore. Ipotesi fatte nel Rapporto sullo stato sociale anno 2007 portano a pensare che l'abolizione dello scalone possa portare risparmi che anche nel 2010 sarebbero inferiori ai 2 miliardi di euro. Non è una cifra che merita le crociate in atto contro la sua abolizione. Un altro argomento molto abusato da chi si autodefinisce riformista è la contrapposizione tra giovani e anziani. Ancora una volta si trascurano circostanze significative. Non v'è dubbio che l'invecchiamento della popolazione e l'aumento della vita media spingano verso uno slittamento dell'età di pensionamento. D'altra parte questa tendenza è già spontaneamente in atto e l'età effettiva di pensionamento degli uomini è sostanzialmente in linea con la media europea; quella delle donne è più bassa, ma riflette la carenza di servizi sociali e la specificità del nostro mercato del lavoro. Nel nostro paese registriamo i più bassi tassi di occupazione, i quali dipendono da una strutturale inadeguatezza della domanda di lavoro espressa dal nostro sistema produttivo. La nostra vera e più importante necessità, economica e sociale, è proprio rimuovere quella carenza strutturale, rinnovando il sistema produttivo con investimenti adeguati e aumentando e qualificando anche la domanda di consumi. Nel frattempo e a quel fine, occorre considerare che forzare al lavoro anziani che vorrebbero andare in pensione ha come effetto rallentare il turn-over e lasciare inoccupati giovani i quali, comprensibilmente, vorrebbero lavorare in modo stabile e - va sottolineato - meglio asseconderebbero il rinnovamento del sistema produttivo. Diversamente da quanto si è fatto negli ultimi anni e si vorrebbe continuare a fare, l'età di pensionamento dovrebbe avere un buon margine di scelta da parte degli individui; per favorire non solo un delicato passaggio di vita, ma anche una autoselezione dei lavoratori che migliorerebbe la composizione dell'occupazione. Infatti, è ragionevole pensare che gli anziani che svolgono attività meno usuranti e più gratificanti siano quelli più propensi a prolungare la vita lavorativa, ma allo stesso tempo siano anche coloro che hanno acquisito un'esperienza più positivamente spendibile nel sistema produttivo e per il suo rinnovamento. Viceversa, trattenere al lavoro chi è troppo stanco per rimanere, equivale per lo più ad ostacolare un positivo ricambio da parte dei giovani e a frenare la produttività e la capacità di rinnovamento. Va anche aggiunto che se gli attuali giovani avranno oggi difficoltà a trovare un lavoro stabile, questo sì li costringerà a lavorare fino a tardissima età per maturare una pensione che comunque si profila inadeguata. Esattamente il contrario della posizione, che spinge al conflitto intergenerazionale, secondo cui i giovani dovrebbero manifestare contro gli anziani che non vogliono prolungare oltre misura l'attività lavorativa. La presunta contrapposizione giovani-anziani viene erroneamente richiamata anche a proposito dei coefficienti di trasformazione. Anche in questo caso appare più evidente che se si vuole preservare l'equilibrio attuariale del sistema contributivo, i coefficienti - e dunque le pensioni - devono ridursi se aumenta il tempo di vita attesa da pensionati. Ciò che invece si tralascia di notare è che l'equilibrio attuariale non è affatto neutrale rispetto alla distribuzione del reddito e ai corrispondenti equilibri economici e sociali. Se i coefficienti vengono adeguati all'aumento dell'età di vita al fine di non aumentare il futuro rapporto tra la spesa pensionistica e il Pil, l'onere dell'aggiustamento viene tutto scaricato sulle prestazioni dei pensionati futuri, che sono proprio i giovani di oggi che si vorrebbero aiutare; l'equilibrio attuariale sarebbe preservato aumentando la forbice tra i redditi (futuri) dei pensionati e dei lavoratori. Una scelta opposta sarebbe lasciare costante il rapporto tra pensioni e retribuzioni, accettando che - in corrispondenza all'aumento della quota degli anziani sulla popolazione - aumenti fisiologicamente anche la quota di Pil assegnata loro come pensioni. Tra le due soluzioni sono naturalmente possibili anche scelte intermedie, ma quelle fatte a partire dagli anni Novanta sono andate nella direzione di stabilizzare l'impatto del trasferimento pensionistico, aumentando il divario tra pensioni e retribuzioni. Infatti, con il sistema retributivo a regime e adeguando i coefficienti, un lavoratore dipendente a tempo indeterminato, con 60 anni di età e 35 di contributi maturerà una pensione pari a solo il 48,5% dell'ultima retribuzione (con il retributivo arrivava al 67% nel settore privato e al 77% nel pubblico). Un lavoratore parasubordinato - considerando che percepisce remunerazioni minori, meno dinamiche e più discontinue e che ha aliquote contributive più basse - maturerà una pensione pari a meno della metà di un lavoratore dipendente che svolge funzioni analoghe. A ben vedere, il dibattito non dovrebbe tanto concentrarsi sull'adeguamento o meno dei coefficienti, quanto su come distribuirne l'onere finanziario, mantenendo comunque la rilevanza contabile dei flussi redistributivi. Se non si vorrà penalizzare gli attuali giovani, accentuando la forbice già innescata tra pensioni e retribuzioni, sarà opportuno fiscalizzare almeno parzialmente gli effetti dell'adeguamento dei coefficienti di trasformazione. Una fiscalizzazione anche completa implicherebbe un costo non molto oneroso per il bilancio pubblico che, comunque, comincerebbe ad avvertirsi solo fra un decennio,. Nel 2030 l'onere salirebbe ad un ammontare pari allo 0,29% del Pil e nel 2035 arriverebbe allo 0,44%. |