"Ci sono 130 mila persone che l'anno prossimo hanno
maturato il diritto ad andare in pensione. Molte
hanno lavorato 35 anni in fabbrica, 48 ore a
settimana. Con salari minimi, con turni massacranti.
Per loro andare in pensione è come raggiungere
un'oasi. E se tu gli sposti l'oasi, anche solo di un
metro, commetti un delitto sociale. Un delitto che
noi non possiamo e non vogliamo commettere...".
Questo, dunque, è il paletto invalicabile della
trattativa. Qualunque intervento sull'età
pensionabile deve "salvare" i diritti acquisiti
degli operai. "Sono pochi? Può darsi. Ma io voglio
guardare negli occhi ed ascoltare le lavoratrici
tessili del biellese, o i lavoratori metalmeccanici
che non hanno avuto la fortuna di trovarsi un
Marchionne come capo-azienda. Sono persone che hanno
maturato un diritto sacrosanto, e noi abbiamo il
dovere di garantirglielo. E sa perché? Non per
ragioni "di classe", come qualcuno potrebbe pensare.
Ma proprio per l'idea di sinistra che ci ha
insegnato Bobbio, quella che ruota intorno
all'uguaglianza. Nella nostra società questi sono
gli "ultimi". Questi sono i "deboli". E io, che
rifiuto l'idea di vederli contrapposti ai giovani in
un presunto e per me insostenibile "conflitto
generazionale", voglio difenderli. È esattamente
questa la ragione per cui noi facciamo politica, e
la ragione che nel secolo scorso ha consentito alla
stessa politica di raggiungere il suo punto più
alto, ponendosi l'obiettivo della trasformazione
radicale della società".
Questa visione, che i suoi critici definiranno
vetero-operaista, non lo spaventa: "Certo, diranno
che sono classista, diranno che sono conservatore.
Ma in realtà garantire i diritti acquisiti a quelle
persone è una risposta doverosa persino nell'ottica
del "capitalismo compassionevole"...". Quello che
Fausto il Rosso non accetta è che il problema di
quelle "persone in carne ed ossa" venga rimosso,
come se non esistesse. "L'ho detto a Padoa-Schioppa,
quando è stato qui da me: io capisco che il tuo
vincolo è l'equilibrio finanziario. Ma tu cosa
rispondi al mio vincolo, che invece è la tutela che
dobbiamo a quei lavoratori?". Allo stesso modo, non
sopporta che il problema venga aggirato, con quella
che chiama "la formula ambigua dei lavori usuranti".
"Che vuol dire lavori usuranti? C'è chi dice che è
usurante fare la maestra d'asilo. E come dovremmo
definire allora il lavoro di chi fa il turnista in
un'azienda meccanica, o di chi passa la giornata
davanti a una pressa? Sono pronto a sostenere il
confronto in un'assemblea sindacale, di fronte ai
lavoratori del pubblico impiego. Sono pronto a
spiegare perché è legittimo chiedere a loro di
andare in pensione più tardi. Durante la vita
lavorativa, hanno beneficiato di condizioni che un
operaio non raggiungerà mai: contratti, orari,
disciplina normativa, livelli retributivi, garanzie
occupazionali. Non è giusto difendere la
disuguaglianza di condizioni mentre si lavora, e poi
pretendere l'uguaglianza solo quando si va in
pensione".
TRADUZIONE: L'ETA' PENSIONABILE PUO'
ESSERE AUMENTATA PER TUTTI I LAVORATORI TRANNE CHE
PER ALCUNE CATEGORIE DI OPERAI DELL'INDUSTRIA,
LIMITANDO PERSINO L'AMBITO, PERALTRO MAI PRECISATO,
DEI "LAVORI USURANTI"
Alcune considerazioni. Ma i lavoratori dei call
center? o gli altri in condizioni di lavoro analoghe
nella grande distribuzione? e i lavoratori
dell'edilizia? e i braccianti agricoli? ecc. Non si
sa!
Ciò che si capisce è che viene riconosciuta
l'esistenza di cause oggettive di natura finanziaria
che obbligano ad aumentare l'età pensionabile, cui
si chiede di fare una deroga a favore di alcuni
lavoratori. Questa posizione non mi sembra proprio
che sia espressione di una cultura di sinistra.
E dare per acquisite le
analisi neoliberiste delle cause del progressivo
ridimensionamento della previdenza pubblica (che il
PRC ha sempre rifiutato, anche nel Convegno
nazionale del 18 gennaio) non pare molto funzionale
ad una ripresa della sinistra, che pure Bertinotti
nel corso dell'intervista dice di perseguire. Ad
esempio il Presidente della Camera pare avere
totalmente dimenticato che:
-
i parametri di
Maastricht, condivisi dal governo, costituiscono il
vero problema. Essi "obbligano" a tagliare la spesa
sociale
-
la BCE promuove
politiche a vantaggio della rendita finanziaria, da
cui discende anche la "necessità" della
privatizzazione della previdenza, che comunque
costituisce un obiettivo centrale del Capitale
-
i dati relativi ai
conti dell'INPS, usati per motivare l'aumento
dell'età pensionabile, sono falsi. Infatti, la parte
previdenziale del bilancio dell'INPS è talmente
attivo che gli permette di finanziare lo Stato
pagando ingenti spese assistenziali che non gli
competono. Così costi sociali che dovrebbero essere
pagati con la fiscalità generale vengono pagati solo
dai lavoratori
-
le previsioni sulle
catastrofi future per i giovani sono prive di
credibilità, assumendo parametri scientificamente
inapplicabili all'arco di parecchi decenni
-
il conflitto
generazionale fomentato dai liberisti non esiste. Le
pensioni pubbliche vengono ancora finanziate col
metodo della ripartizione, quindi coi contributi
versati contestualmente e non intaccano in alcun
modo le pensioni future
-
il futuro delle
"giovani generazioni" è messo a rischio dall'attuale
sistema previdenziale (che più nessuno mette in
discussione!) che già ora prevede per loro pensioni
da fame
-
esiste un problema
attuale per i giovani che si chiama precarietà del
lavoro (e della vita), che è strettamente legato
anche all'età pensionabile. Più si alza l'età del
pensionamento più cresce la competizione tra
lavoratori e, quindi, la precarietà, i bassi salari,
i bassi contributi, ecc.
-
esistevano proposte
precise del PRC, idonee a finanziare un sistema
previdenziale pubblico dignitoso.
Inoltre, mi
sembra aiuti poco una ripresa della sinistra lavorare alla
divisione dei lavoratori tra buoni (i privati) e cattivi (i
pubblici)! E i dipendenti pubblici sono tutti nella stessa
condizione lavorativa? Anche gli infermieri ospedalieri sono
dei fannulloni? Anche i vigili del fuoco sono dei
privilegiati? E gli operai che dipendono da enti pubblici
sono come gli impiegati che il Presidente incontra
quotidianamente alla Camera? E' possibile che Bertinotti
abbia fatte proprie concezioni qualunquistiche che sono
sempre state patrimonio della destra?
E cos'è il
"capitalismo compassionevole"? Il capitalismo si propone il
raggiungimento del profitto, come può essere
"compassionevole"? Se lo fosse non sarebbe più
capitalismo!Nella sua espressione migliore (sotto la
pressione delle lotte dei lavoratori, per far fronte alla
lunga depressione successiva alla crisi del '29 e per tener
testa al mito del socialismo sovietico) ha dovuto coniugare
il profitto coi diritti sociali. Ne è nato lo stato sociale.
Naturalmente, quando i margini di profitto si sono ristretti
e sono cadute le altre condizioni che lo avevano originato è
tornato alla sua versione di sempre, quella liberista. Mai,
però, si è presentato come compassionevole. E' una visione
dell'economia che esiste solo nelle encicliche di alcuni
Papi tradizionalisti.
E quali
particolari virtù possiede Marchionne, per sconfiggere
addirittura l'alienazione del lavoro e rappresentare la
"fortuna" (?) dei suoi dipendenti? Non gli vendono più il
proprio tempo e le proprie capacità lavorative e una parte
cospicua della propria vita ( che si vorrebbe aumentare,
appunto, alzando l'età pensionabile!) in cambio di un misero
salario?
Queste
saranno le impostazioni culturali su cui fondare la "cosa
rossa" che dovrebbe scongiurare l'estinzione della sinistra,
di cui parla Bertinotti in altra parte dell'intervista?
Sergio Casanova
IL COLLOQUIO. Il
presidente della Camera avverte gli alleati
"Il programma di governo deve essere rispettato"
Bertinotti: "Sulle pensioni non voglio la crisi
ma ammetto che il rischio esiste"
"Socialmente
intollerabile alzare l'età per gli operai"
di MASSIMO
GIANNINI
"NON possumus...".
C'è un'indignazione vera, ma anche una sofferenza acuta,
nelle parole di Bertinotti. Discutiamo da un'ora, nel suo
studio a Montecitorio. Sulla riforma delle pensioni, oggi
come nel 1998, il governo di centrosinistra rischia di
cadere. E dopo un lungo colloquio con il presidente della
Camera, si capisce che il pericolo è reale. Rifondazione
comunista (di cui Fausto il Rosso resta il faro, nonostante
il riserbo istituzionale che s'è imposto) non può accettare
né lo "scalone" di Maroni, né lo "scalino" di Damiano.
Non può accettare nessun innalzamento "in corsa" dell'età
pensionabile per la categoria degli "ultimi nella moderna
gerarchia sociale": gli operai. Quelli che "hanno lavorato
duro per una vita". Quelli ai quali, oggi, non puoi dire
"lavora un altro anno". Su questo punto non c'è vincolo di
coalizione che tenga. Ogni violazione del patto che lo Stato
ha sottoscritto con queste persone "sarebbe socialmente
intollerabile". Bertinotti usa la formula di Pio IX ai tempi
della Questione Romana: "Non possumus".
Non è un monito a Prodi. Non è una minaccia al governo. Il
presidente della Camera non vuole condizionare la
trattativa, mettere veti alla maggioranza, imporre la linea
al suo partito. Fa un ragionamento politico-culturale. Parte
da lontano, e ripete quello che ha scritto nell'editoriale
della rivista "Alternative del socialismo", in uscita nei
prossimi giorni: "La sinistra si trova oggi di fronte a
una sfida drammatica, forse la più difficile della sua
storia: quella dell'esistenza politica. Quello che si
affaccia è l'orizzonte di un vero e proprio declino". Di
fronte alla ventata di "organicismo liberista" che attacca
in radice la politica, "l'eredità del movimento operaio del
'900 rischia di essere cancellata". "Io - aggiunge - resto
ancorato al cleavage destra-sinistra, e resto affezionato
all'idea di sinistra che ci ha insegnato Norberto Bobbio,
con il suo discorso sull'uguaglianza".
"Vede - ragiona il leader - io capisco che la politica è sempre più
lontana dalla gente. Ma non posso accettare che lo "straniamento"
si spinga fino a questo punto. Non posso accettare che i
politici non sappiano più cos'è la vita delle persone in
carne ed ossa". Una volta, soprattutto a sinistra, le cose
non andavano così. "Ricordo Giorgio Amendola, che veniva
alla Quinta Lega di Mirafiori, guardava in faccia quelle
persone, ci parlava. Poi il partito decideva a modo suo, ma
c'era ascolto, c'era dialogo. Oggi no. Oggi il problema
delle pensioni viene declinato in due soli modi. Si dice che
l'età pensionabile va innalzata perché le aspettative di
vita si sono allungate, e perché il sistema non è in
equilibrio dal punto di vista finanziario". Sono risposte
"agghiaccianti". "Dove sono le donne e gli uomini, dietro
queste risposte?". C'è quasi rabbia, nelle parole del
presidente della Camera: "Ci sono 130 mila persone che
l'anno prossimo hanno maturato il diritto ad andare in
pensione. Molte hanno lavorato 35 anni in fabbrica, 48 ore a
settimana. Con salari minimi, con turni massacranti. Per
loro andare in pensione è come raggiungere un'oasi. E se tu
gli sposti l'oasi, anche solo di un metro, commetti un
delitto sociale. Un delitto che noi non possiamo e non
vogliamo commettere...".
Questo, dunque, è il paletto invalicabile della trattativa.
Qualunque intervento sull'età pensionabile deve "salvare" i
diritti acquisiti degli operai. "Sono pochi? Può darsi. Ma
io voglio guardare negli occhi ed ascoltare le lavoratrici
tessili del biellese, o i lavoratori metalmeccanici che non
hanno avuto la fortuna di trovarsi un Marchionne come
capo-azienda. Sono persone che hanno maturato un diritto
sacrosanto, e noi abbiamo il dovere di garantirglielo. E sa
perché? Non per ragioni "di classe", come qualcuno potrebbe
pensare. Ma proprio per l'idea di sinistra che ci ha
insegnato Bobbio, quella che ruota intorno all'uguaglianza.
Nella nostra società questi sono gli "ultimi". Questi sono i
"deboli". E io, che rifiuto l'idea di vederli contrapposti
ai giovani in un presunto e per me insostenibile "conflitto
generazionale", voglio difenderli. È esattamente questa la
ragione per cui noi facciamo politica, e la ragione che nel
secolo scorso ha consentito alla stessa politica di
raggiungere il suo punto più alto, ponendosi l'obiettivo
della trasformazione radicale della società".
Questa visione, che i suoi critici definiranno
vetero-operaista, non lo spaventa: "Certo, diranno che sono
classista, diranno che sono conservatore. Ma in realtà
garantire i diritti acquisiti a quelle persone è una
risposta doverosa persino nell'ottica del "capitalismo
compassionevole"...". Quello che Fausto il Rosso non accetta
è che il problema di quelle "persone in carne ed ossa" venga
rimosso, come se non esistesse. "L'ho detto a Padoa-Schioppa,
quando è stato qui da me: io capisco che il tuo vincolo è
l'equilibrio finanziario. Ma tu cosa rispondi al mio
vincolo, che invece è la tutela che dobbiamo a quei
lavoratori?". Allo stesso modo, non sopporta che il problema
venga aggirato, con quella che chiama "la formula ambigua
dei lavori usuranti". "Che vuol dire lavori usuranti? C'è
chi dice che è usurante fare la maestra d'asilo. E come
dovremmo definire allora il lavoro di chi fa il turnista in
un'azienda meccanica, o di chi passa la giornata davanti a
una pressa? Sono pronto a sostenere il confronto in
un'assemblea sindacale, di fronte ai lavoratori del pubblico
impiego. Sono pronto a spiegare perché è legittimo chiedere
a loro di andare in pensione più tardi. Durante la vita
lavorativa, hanno beneficiato di condizioni che un operaio
non raggiungerà mai: contratti, orari, disciplina normativa,
livelli retributivi, garanzie occupazionali. Non è giusto
difendere la disuguaglianza di condizioni mentre si lavora,
e poi pretendere l'uguaglianza solo quando si va in
pensione".
Come si può trovare l'intesa, al tavolo con le parti
sociali, il presidente della Camera non può e non vuole
dirlo. "Non sta a me indicare soluzioni. Le trovino
loro...". Purché le trovino. Ignorare il tema non si può:
"Capisco un approccio alla Sarkozy, che brutalmente dice ai
lavoratori "vi do più soldi, vi detasso gli straordinari,
purché lavoriate di più". Per me è una soluzione
impraticabile. Ma è il segnale che si riconosce l'esistenza
di un problema, anche se gli si dà una soluzione sbagliata".
Qui, secondo Bertinotti, si rischia di dare una soluzione
sbagliata proprio perché non si vuole vedere il problema. E
la ragione, secondo le parole usate nell'editoriale per la
sua rivista, sta anche e soprattutto "nell'insidia
neo-borghese", cioè in quella tendenza di una certa classe
dirigente, nel mezzo della transizione incompiuta, a voler
"precludere alle sinistre critiche ogni possibilità di
essere attive nei processi politici". Il "manifesto" di
Montezemolo all'assemblea di Confindustria è "la punta
dell'iceberg". E' il paradigma di una strategia che mira
innanzitutto a "sradicare la sinistra dal Nord del Paese",
dove c'è "la frontiera dell'innovazione capitalistica
europea", e dove "se sei a rischio come sinistra di
alternativa, sei a rischio per il futuro". E in subordine,
mira a "cancellare le categorie di sinistra e di destra", in
nome di una presunta "neutralità" delle politiche e di una
palese "inutilità" della politica. E punta a creare uno
spazio in cui, alla fine, "tutto diventerebbe centro". Nelle
sue diverse versioni e nelle sue possibili conformazioni.
Lui non lo dice espressamente. Ma c'è una sponda politica,
per questo disegno tecnocratico. E non è solo quella di
Casini. È anche quella di Dini. Stretta in questa tenaglia,
secondo l'analisi di Bertinotti, la sinistra radicale ha due
doveri. Il primo è accelerare al massimo "sulla costituente
del soggetto unitario e plurale della sinistra di
alternativa", che deve ambire alla "ricerca sul socialismo
del XXI secolo". Il secondo è riaffermare con orgoglio il
suo "non possumus" sulla previdenza. La domanda cruciale è:
fino a che punto? Si può arrivare a una crisi del governo
Prodi sulle pensioni, come accadde nel '98? Il presidente
della Camera pesa le parole: "Non si può escludere nulla.
Certo oggi le condizioni sono diverse dal '98. Allora
facemmo una scelta politica dolorosa ma necessaria. Prodi
scelse una strada che noi non potevamo imboccare, e
decidemmo di riprenderci la nostra autonomia. Ma allora
c'era solo un patto di desistenza. Oggi c'è invece
un'alleanza organica, e c'è un programma comune che, piaccia
o no, tutti gli alleati hanno sottoscritto. Oggi tutti, da
Rifondazione al Pdci ai Verdi, capiscono che questo governo
e questa maggioranza rappresentano l'equilibrio più avanzato
possibile, per le forze della sinistra di alternativa.
Dunque nessuno vuole la crisi. Ma questo non vuol dire che
il rischio non c'è...".
Il quadro politico è così "sfarinato", si sarebbe detto ai
tempi di Rino Formica, che Fausto il Rosso vede un pericolo
diffuso, e annidato ovunque: "Le pensioni arriveranno al
voto qui alla Camera in autunno. Ma prima avremo
l'ordinamento giudiziario, con le tensioni tra Mastella e Di
Pietro. Poi c'è un altro focolaio, tra conflitto d'interessi
e riforma delle tv. Per non parlare della legge elettorale,
che resta sullo sfondo, irrisolta...". Insomma, Bertinotti
non lo dice, ma applica al governo la metafora del "vestito
liso": si sta logorando, e dunque si può strappare. In ogni
momento, e in qualunque sua parte. Per evitarlo c'è un solo
modo: una guida politica forte. Molto più forte, molto più
incisiva. Che guidi i processi, e non si faccia travolgere.
Ma questo è un problema che non si può porre al presidente
della Camera, perché riguarda solo il presidente del
Consiglio.
(6 luglio 2007)