Piergiovanni Alleva,
direttore della Rivista giuridica del
lavoro, fornisce una nuova idea nel
dibattito per le pensioni, integrando la
prima proposta che presentò sul manifesto
del 21 giugno scorso e che ha poi ispirato
le recenti ipotesi sugli incentivi.
Fondamentale, però, è spiegare subito che il
«sistema» Alleva è tutto incentrato sulla
«volontarietà» dell'aumento dell'età
pensionabile, senza dunque imporre alcun
obbligo (neppure sotto forma di scalino)
rispetto alle attuali condizioni (57 anni di
età e 35 di contributi), ma rendendo nel
contempo molto appetibile la permanenza al
lavoro. Come dire: spingendo chi può e lo
vuole a lavorare fino a 65 anni di età, o
oltre i 40 di contributi, perché offre
incentivi molto robusti, permette a chi
voglia uscire (ad esempio tutti i lavoratori
del manifatturiero, o con turni pesanti) di
farlo altrettanto liberamente, dato che
viene «coperto» dalla permanenza degli
altri. D'altra parte oggi il lavoratore può
fermarsi liberamente fino ai 65 anni sul
posto di lavoro, dato che non è licenziabile
fino a quando non abbia maturato la «pensionabilità
per vecchiaia» (la «pensionabilità per
anzianità» - 57 più 35 o 40 di contributi -
infatti non basta per essere licenziabili).
La proposta Alleva non è finanziata da
«tesoretti» o stanziamenti pubblici, ma
dagli stessi contributi dei lavoratori: non
danneggia l'Inps né i conti pubblici
(soddisfacendo dunque chi difende lo
«scalone» o gli «scalini»), e assicura non
solo pensioni più alte (fino all'82%-90% o
addirittura vicine al 100% dell'ultima
retribuzione), ma anche redditi complessivi
più ricchi mentre si resta al lavoro.
Alleva, come è
possibile ottenere tutto questo insieme?
Partiamo innanzitutto dalla mia prima
proposta, e poi - subito dopo - spiegherò
come l'ho integrata per spingere la
permanenza al lavoro fino ai 65 anni di età
o anche oltre i 40 di contributi. Ovviamente
sempre per chi voglia farlo. Dunque, la
«prima fase» della mia proposta è
indirizzata a chi voglia fermarsi al lavoro
dopo aver raggiunto i 57 anni di età e i 35
di contributi. Oggi, con il metodo
retributivo, che prevede un 2% di rendimento
ogni anno lavorato, la pensione può arrivare
al 70% dell'ultimo stipendio, o al massimo
all'80% se hai 40 anni di contributi. Io
propongo che chi si ferma al lavoro possa
far pesare di più gli anni di ritardo
dell'uscita sulla futura pensione: si può
arrivare fino a 60 anni di età maturando il
primo anno il 3%, il secondo il 4%, il terzo
il 5%. Ovviamente si può uscire alla fine di
ogni anno, a 58, 59 o 60: non è obbligatorio
farli tutti e tre. Così si potrà avere alla
fine del percorso un assegno pensionistico
più ricco del 12%, maturando l'82%
dell'ultima retribuzione.
Vogliamo fare un
esempio concreto?
Certo: poniamo che il lavoratore di cui
parliamo abbia una retribuzione di 20 mila
euro annui. Oggi può andare in pensione, con
57 anni e 35, ricevendo un importo pari al
70%, cioè circa 14 mila euro all'anno.
Nell'ipotesi che invece faccia 40 anni di
contributi, avrà l'80%, cioè circa 16 mila
euro. Con la mia proposta, matura 1200 euro
in più ogni anno, e può arrivare all'82%
della retribuzione, pari a un assegno di
17.200 euro annui. L'Inps non ci perde, ma
anzi resta in attivo, visto che per 3 anni
non eroga la pensione e continua a incassare
i contributi: ma per non caricare il lettore
di numeri, lo rimando al primo articolo
pubblicato sul manifesto del 21 giugno
scorso, dove faccio il calcolo dettagliato.
Così abbiamo
appurato che l'incentivo è abbastanza
sostanzioso: perché invece di 14 mila euro
di pensione annui, il lavoratore che voglia
fermarsi per altri tre - fino a 60 - ne
maturerebbe ben 17.200. La nuova proposta
parla di una «fase due»: fermarsi al lavoro
fino a 65 anni. Cosa prevede?
La proposta per la «fase due» è semplice
perché in qualche modo prevede un
prolungamento della «fase uno», ma in più
aggiunge anche un arricchimento del reddito
mentre si lavora. Il tutto, non a scapito
della contribuzione, come invece prevede
l'incentivo super-bonus Maroni. La mia
proposta prevede che chi sceglie di lavorare
oltre i 60 anni abbia due possibilità
davanti a sé: la prima è che ritorni alla
vecchia percentuale di rendimento annuo per
la futura pensione (2%) e che nel contempo
riceva ogni mese un assegno dall'Inps,
integrativo allo stipendio, pari al 30%
della pensione già maturata. So bene che sto
derogando doppiamente alle normative
vigenti: non solo il principio di non cumulo
tra reddito da lavoro e pensione, ma per
giunta si percepisce la pensione permanendo
nello stesso posto di lavoro. Ma credo che
già le leggi vigenti siano state superate
nella proposta di portare la pensione oltre
l'80% rispetto alla retribuzione. Ebbene, in
questo modo, maturando appunto altri 2% per
5 anni (ma anche qui, non è obbligatorio
fermarsi fino a 65, la permanenza si sceglie
ogni anno), arrivo oltre il 90% dell'ultima
retribuzione. In più, in tutti gli anni che
mi sono fermato al lavoro, ho un reddito più
sostanzioso. Dall'altro lato, se non voglio
questo 30% subito, ma preferisco una
pensione ancora più ricca in uscita, posso
optare per la seconda via del bivio: far
valere ogni anno di lavoro in più dal
sessantesimo al sessantacinquesimo, invece
che il 2%, ad esempio il 3%. Arrivo a
maturare un assegno che è quasi il 100%
dell'ultima retribuzione.
Facciamo di nuovo
un esempio.
Sì, il nostro lavoratore con 20 mila
euro di reddito annui, se sceglie di
prendere come incentivo il 30% della
pensione maturata, riceve ogni anno una
somma di 4.920 euro, aggiunti alla sua
retribuzione, che sono pari a 370 euro al
mese. In più, se si è fermato per 5 anni, a
questo punto ha maturato un assegno annuale
di circa 18 mila euro. Se non vuole,
viceversa, il 30% subito, matura un futuro
assegno di quasi 20 mila euro annui.
Ma l'Inps non ci
perde così?
No, e spiego perché: nel caso che quel
lavoratore fosse andato in pensione a 60
anni, l'Inps avrebbe dovuto da quel momento
pagargli 16.400 euro l'anno e cessato di
riscuotere 6.600 euro di contributi (33% di
20 mila). Dal momento invece che resta in
servizio gli paga solo il 30% della pensione
pari a 4.920 euro - che si aggiunge però
alla retribuzione. L'Inps risparmia 18 mila
euro circa l'anno, (16.400+6.600-4.920) e
quindi, nel quinquennio, circa 90 mila euro,
ove il lavoratore percorra la via
dell'incentivo fino in fondo, ossia fino ai
65 anni. In questo modo ho cercato di
costruire una sorta di «ponte», di
«bretella», tra la pensionabilità di
anzianità (57 anni) e quella di vecchiaia
(65), che molti lavoratori dovrebbero
razionalmente essere invogliati a
percorrere. Si prevedono non obblighi, ma
incentivi sostanziosi, e che non gravano
sull'Inps o sui conti pubblici.