L'Autorità fa il bilancio della sua attività: si è davanti al bivio tra liberalizzazione e interessi nazionali
Energia, concorrenza impossibile
Alessandro Ortis chiede alle istituzioni di proseguire in una direzione che crea più problemi che non soluzioni
Francesco Piccioni
Roma

 
Mission impossible. Ascoltando la relazione annuale di Alessandro Ortis - presidente dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas - arriva ad un certo punto questa «illuminazione» (e non è un gioco di parole).
Ortis espone a lungo i problemi esistenti nei due settori sottoposti alla sua vigilanza, gli sforzi fatti - legislativamente e tramite le proprie delibere - per introdurre la mitica «concorrenza tra operatori». Analizza i risultati positivi della propria «attività di regolazione» (pochi e neanche «percepibili», come l'effetto calmieratore sui prezzi, calcolato in 4 miliardi di euro, ma soffocato dall'aumento dei prezzi di greggio e gas sui mercati internazionali) e quelli negativi («investimenti tardivi» ne settore del gas «per l'assenza di fatto della concorrenza»). Coglie alcune distorsioni del mercato globale - il prezzo del gas in Europa viene stabilito con contratti a lungo termine, ma risente pesantemente delle oscillazioni del prezzo spot del petrolio. Constata le asimmetrie esistenti in Europa a livello di normative nazionali, «perduranti frammentazioni del mercato continentale», congestioni transfrontaliere», «scarso coordinamento tra i gestori di rete», «concentrazione dell'offerta» e «persistenti privilegi per gli ex monopolisti nazionali».
Un quadro ben lontano da quel «contesto continentale comune» che sarebbe tra gli obietti della politica di integrazione. E qui interviene l'«illuminazione», che getta luce su due versanti. La evidente frammentazione del mercato energetico richiederebbe un «di più» di iniziativa politica, di «centralizzazione», in qualsiasi modo, delle scelte operative. E invece lo strumento è stato individuato - da quei genii insediati a Bruxelles direttamente dalle scuole economiche (e dalle istituzioni) liberiste - nell'aumento della «concorrenza». La quale, per sua natura, rifugge da qualsivoglia idea di «piano collettivo» (tantomeno di lungo periodo) incentrata com'è sul profitto individuale di impresa.
In secondo luogo, non si capisce come possa essere «instaurata» una concorrenza «a valle» se esiste un monopolio «a monte». Prendiamo il caso del mercato del gas. Di fronte a una produzione nazionale calante (solo il 13% del fabbisogno, nel 2004), le importazioni provengono per oltre il 70% da due soli paesi: Russia e Algeria. I quali hanno consorziato le proprie società statali (Gazprom e Sonatrach) e insieme «fanno» il prezzo del gas. I potenziali concorrenti (per quantità di riserve accertate) stanno in altri continenti (Nigeria e Venezuela); per farli diventare delle alternative credibili dovremmo costruire un alto numero di rigassificatori sulle coste italiane. Ma nemmeno questo ci aiuterebbe sul fronte del prezzo, perché il trasporto da lunga distanza su navi gasiere annulla completamente o quasi il possibile differenziale (anche a non voler capire che un'«Opec del gas» già esiste). Come potrebbe una miriade di rivenditori «più piccoli» del gigante Eni (ancora «pubblico») strappare un prezzo migliore al venditore-monopolista russo-algerino? E come potrebbero rivendere a una tariffa inferiore quello che hanno acquistato allo stesso prezzo (tenuto conto che anche questi operatori dovrebbero pagare un consiglio di amministrazione, dei dipendenti, remunerare gli azionisti, ecc)?
La mission impossible dell'authority emerge a questo punto in tutta la sua drammaticità: nata per «promuovere la concorrenza e tutelare i consumatori» in un settore dove domina un oligopolio internazionale, si ritrova a dover scegliere se perseguire il primo obiettivo oppure il secondo. Perché sono inconciliabili, a dispetto di quel che prescrive la dottrina liberista. E il presidente Ortis se ne mostra indirettamente consapevole quando invita l'Europa a «scegliere: far marcia indietro o andare avanti sul terreno delle liberalizzazioni». Davanti ha infatti un quadro di «autodifesa nazionale» che coinvolge non solo il «cattivo» fornitore (Putin), ma anche tutti i principali paesi europei. Francia in testa.