|
Scontro nella Cgil. La
maggioranza corre a salvare il governo
Scalone. Epifani e i «mussiani»:
ok la proposta Damiano. Nicolosi è invece
contro «l'automatismo». Fiom e Cremaschi: 57
e 35 di contributi
Antonio Sciotto
La Cgil ieri, nel suo
Direttivo, ha riprodotto il dibattito dei
partiti politici sullo scalone; a parte la
Fiom, con Gianni Rinaldini, e la Rete 28
aprile di Giorgio Cremaschi, gli unici
rimasti a difendere i 57 anni e 35 di
contributi: l'eliminazione totale dello
«scalone». Per il resto le posizioni sono
queste: 1) Epifani e i «mussiani» (il gruppo
intorno a Paolo Nerozzi) che sostengono la
proposta Damiano, come fa Sinistra
democratica; 2) la parte più a «destra» -
quella integrata nel Partito democratico:
Nicoletta Rocchi, Mauro Guzzonato, Agostino
Megale, Achille Passoni, Marigia Maulucci -
che non ha nascosto simpatie addirittura per
lo «scalone» e le posizioni di Massimo D'Alema
(«anche se ci fossero le risorse per
abolirlo, non le spenderei per questo»), e
che avrebbe accettato possibilmente una
diluizione da subito in «scalini»; 3) Nicola
Nicolosi (area Lavoro e Società), che
afferma che «in assenza di proposta del
governo, valgono i 57 e 35 di contributi»;
ma citando la proposta Damiano e i 58 anni
più incentivi, non la elimina del tutto,
seppure affermi che «ha bisogno di molti
correttivi»: «Quello che non va è
l'automatismo dell'aumento dell'età dopo la
verifica dei tre anni».
A questo punto ricordiamo cosa dice la «proposta Damiano». Nella prima parte è simile a quella del Prc: portare l'età dai 57 ai 58 anni e sperimentare per tre gli incentivi; solo che Damiano include tutti i lavori, il Prc vorrebbe esclusi gli usuranti. Ma subito dopo la proposta del ministro ha un'insidia messa in evidenza da Nicolosi, e rifiutata ugualmente dal Prc: se dopo i tre anni si dovesse sperimentare che gli incentivi non hanno funzionato, si dovrebbe aumentare automaticamente l'età. Cioè tornerebbe lo scalone: la «fregatura» è che i sindacati firmerebbero per un obbligo all'aumento dell'età, e il loro ruolo al tavolo nel 2010 si ridurrebbe solo al momento della verifica (se gli incentivi hanno funzionato o meno), senza poter esercitare un rifiuto. Dunque il Direttivo di ieri si è concluso senza voto, riaggiornato senza data. Ma Epifani, in conclusione, ha espresso la sua proposta a Prodi, su cui lo ha chiamato «a esprimersi», e che ha detto «condivisa dalla maggioranza del direttivo»: «Superare lo scalone prevedendo un aumento dell'età pensionabile a 58 anni, incentivi alla permaneza volontaria al lavoro e verifica dopo un triennio». Fermandosi alla «verifica», il leader Cgil non esclude l'automatismo, che dunque resta un rischio attuale. Epifani l'ha definita «proposta della Cgil», perché non accetta esplicitamente (seppure non lo escluda) l'automatismo Damiano; anche Nerozzi ha appoggiato la proposta «Cgil, Cisl e Uil recepita con coraggio da Damiano», senza escludere l'automatismo e affermando che il direttivo ha dato «ampio consenso». In più, ha detto che «è giusto chiudere presto nell'interesse del Paese e per dare un segno di stabilità». Ai 58 anni di Epifani si oppone dunque Nicolosi, che non è d'accordo con la sintesi del direttivo già data per certa dal leader Cgil e da Nerozzi, quando sottolinea che «fino a una proposta unitaria del governo valgono i 57 e 35». Come Rinaldini: «Sono sbagliate e inaccettabili le proposte di portare l'età a 58 anni» (mostrandosi non convinto, dunque, anche del compromesso Prc); e Cremaschi, secondo cui «senza il voto tutte le posizioni sono aperte», e che ribadisce quella Fiom: appunto 57 e 35. |