Pensioni

La Cgil appoggia la proposta Damiano,
ma Dini annuncia: "non la voto"

 

D.O.

 

Sul percorso a ostacoli che porta a un accordo sulle pensioni da oggi si erge un nuovo non possumus: è quello del senatore Lamberto Dini (e padre della riforma previdenziale del 1995), che - ha dichiarato - non voterà mai un provvedimento che abolisca lo scalone Maroni. Ostacolo non da poco, vista l'esigua maggioranza di cui gode il governo a Palazzo Madama. Ostacolo che potrebbe compromettere non solo la partita previdenziale ma la stessa tenuta dell'esecutivo.

Resta quindi strettissima la via d'uscita di una trattativa sempre più impaludata. La soluzione, come conferma l'esito del direttivo della Cgil tenutosi ieri, sta nella formula "aumento dell'età a 58 anni dal 2008, più tre anni di sperimentazione sugli incentivi per chi resta al lavoro e successiva verifica". Un'ipotesi nata in ambito sindacale, ripresa dal ministro del Lavoro Cesare Damiano e di nuovo rilanciata dai sindacati nel complicato botta e risposta di questi giorni. Ma sulla quale pesano alcune incognite: 1) oltre al già citato niet di Dini, innanzitutto quella del ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, che non ha ancora sciolto le sue riserve e probabilmente non lo farà prima della prossima settimana (lunedì si tiene l'Ecofin); 2) Damiano include nella proposta tutti i lavoratori, mentre Rifondazione comunista ha specificato che si devono escludere il lavoro operaio di industria, agricoltura e servizi e i turnisti; 3) la proposta prevede un meccanismo automatico alla fine dei tre anni, per cui se fallissero gli incentivi scatterebbero gli altri scalini, e la verifica sulla sperimentazione rischierebbe di tramutarsi in una mera ratifica. Situazione difficile, insomma, quasi un'impasse, soprattutto nella maggioranza di governo, più che nel dialogo tra sindacati ed esecutivo.

Tornando al Direttivo della Cgil, il segretario generale Guglielmo Epifani, nella sua relazione, ha ribadito che l'ipotesi Damiano è la "proposta migliore", auspicando che la trattativa riparta al piu' presto. 'Ora', ha aggiunto, 'il governo deve esprimersi e soprattutto deve esprimersi il presidente del Consiglio che, come sempre in trattative di questa rilevanza, ha la responsabilita' prevalente'. Il segretario confederale Paolo Nerozzi - conclusa la riunione del parlamentino confederale - ha spiegato che l'ipotesi Damiano è 'un punto importante da cui partire per risolvere una trattativa composta di tre parti: pensioni, mercato del lavoro e giovani'. 'Crediamo sia giusto - ha aggiunto Nerozzi -, nell'interesse del Paese, chiudere la trattativa presto come segno di stabilità'. Oggi il direttivo non si è espresso con un voto. 'Si vota per un mandato a chiudere - ha spiegato Nerozzi - non su ipotesi. La scelta di non votare è stata presa a larghissima maggioranza con soli quattro astenuti'.

Ma sarà difficile per il governo fare una proposta ufficiale dopo l'altolà posto da Dini: “non riescono a stare in piedi? E allora cadano - spiega il senatore senza troppi giri di parole -. Come si dice a Roma? Morto un papa se ne fa un altro”. “Non c’è solo la sinistra che pone veti - avverte Dini -: io la cancellazione dello scalone non la voterò mai”. “Io desidero che il governo Prodi continui”, prosegue il senatore della Margherita, che però non vuole “ascoltare l'estrema sinistra o il ministro Damiano": "non solo io, ma un certo numero di senatori non lo seguiranno su questa linea. Io su provvedimenti specifici che non siano nell'interesse del paese voto contro. Quello di Damiano è un pastrocchio”.


Pensioni minime, nessun accordo

In attesa di una convocazione ufficiale sullo scalone, sindacati e governo non hanno ancora trovato un accordo nemmeno al tavolo delle pensioni minime. Nell'incontro di ieri il governo ha ipotizzato un allargamento della platea dei beneficiari fino a 3,7 milioni di pensionati. L'aumento della platea farebbe però diminuire l'importo da corrispondere (anche per questa ragione i sindacati hanno espresso un parere negativo). Oltre alle pensioni contributive, la platea includerebbe le pensioni sociali (oltre 300 mila); le pensioni previdenziali di persone che non hanno altri redditi e non abbiano meno di 65 anni; infine le pensioni previdenziali da contribuzione percepite pero' da chi ha anche altri redditi, fissando però un limite dal quale far scattare l'aumento.

Ma Cgil, Cisl e Uil, insieme con le rispettive organizzazioni dei pensionati (Spi, Fnp e Uilp), ritengono le proposte del governo sulla rivalutazione delle pensioni basse 'ancora distanti rispetto alla piattaforma sindacale unitaria ed inadeguate a raggiungere un`intesa'. I sindacati ribadiscono, tuttavia, 'la volontà di continuare la trattativa per arrivare ad una conclusione positiva'. Le organizzazioni sindacali precisano, inoltre, 'che sono prive di fondamento le notizie che attribuiscono ai sindacati dei pensionati e alle confederazioni la volontà di escludere dai futuri miglioramenti le pensioni da lavoro autonomo e gli assegni sociali'. In questo quadro, aggiungono, 'continua la mobilitazione indetta dai sindacati confederali dei pensionati'. La trattativa è aggiornata a lunedì 9 luglio.

 

(www.rassegna.it, 5 luglio 2007)