Grande stampa, piccole pensioni
Galapagos

 
L'editoriale di ieri della Repubblica - firmato dal vice direttore Massimo Giannnini - dedicato alle pensioni è decisamente fuori tempo. Poco meno di tre anni fa Nicola Rossi, ex consigliere di D'Alema, in tempi non sospetti (l'Ulivo era all'opposizione) sostenne, in un'intervista al Corsera , che la riforma Maroni quella dello scalone - era «una legge iniqua». Però aggiungeva: fa schifo, ma ce la terremo ben stretta. Giannini va oltre: la legge Maroni il governo se la deve tenere ben stretta perché non fa assolutamente schifo. Dice Giannini: quella legge il prossimo anno penalizzerà al massimo 130.000 possibili pensionandi e la rinuncia allo scalone costerebbe solo nel 2008 circa 4,5 miliardi. Questo significa - facendo due conti - una pensione media (per i 130.000) di quasi 35.000 euro lordi l'anno, poco meno di 3.000 euro al mese per 13 mensilità. Visto che non sono solo i giornalisti del calibro di Giannini a pensionarsi, i conti non tornano. Giannini va oltre: sostiene che abolendo lo scalone, si riproporrebbe l'ennesimo conflitto generazionale: l'egoismo dei padri condannerebbe i figli, «ennesimo torto ad alcuni milioni di giovani condannati a non avere un domani». Il problema è che i giovani non riescono a vivere l'oggi: i bassi salari, il precariato a vita, l'impossibilità di uscire di casa, il vivere a 40 anni in famiglia, la chiusura delle banche nel concedere un mutuo per la casa. Con le pensioni, tutto questo che c'entra? Giannini, però, non molla: spinge il governo a governare e al tempo stesso spara bordate contro «la Triplice confederale», usando una terminologia - detto per inciso - molto cara alla destra. E tace sul fatto che il governo in cambio dell'innalzamento dell'età pensionabile non ha offerto nulla, salvo pochi euro di aumento ai pensionati che più al minimo non si può. Di più: il disavanzo dei conti pubblici viene imputato quasi per intero proprio alla spesa pensionistica. E' questo è un falso clamoroso: con i soldi dei contributi lo stato paga anche l'assistenza che negli altri paesi è a carico della fiscalità generale. Insomma, la trattativa interrotta perché i sindacati si sono alzati dal tavolo, era una falsa trattativa. Certo, i conti pubblici non godono di buona salute, ma che a risanarli debbano essere i lavoratori dipendenti, che da anni stanno perdendo fette consistenti di reddito, è pretesa assurda. Solo 6 mesi fa l'Istat ci ha fatto sapere che l'economia sommersa «fattura» tra i 230 e i 245 miliardi, il 20% del Pil. Un nero che sfugge alla tassazione e che, oltrettutto - e questo dovrebbe interessare i liberisti nostrani - altera la concorrenza. Di più: sempre secondo l'Istat si aggirano per l'Italia quasi 3 milioni di lavoratori «non regolari». Il che significa un mare di contributi non pagati. Il governo dice di essere impegnato nella lotta all'evasione. Basterebbe dimezzarla e l'Italia avrebbe risolto tutti i problemi, potendo anche ridurre la pressione fiscale. Questo significa politica economica di centro sinistra. Il resto, come fa Giannini, è solo rincorsa della destra.