|
A seguito della consultazione lanciata
con il Libro verde sul diritto del lavoro, lo scorso
novembre, la Commissione europea ha pubblicato, il 27
giugno, l’attesa Comunicazione sulla flexicurity, formula
magica dietro la quale si nascondono insidiose riforme del
diritto del lavoro e della protezione sociale.
Il documento (titolato Verso principi
comuni di flexicurity: più numerosi e migliori posti di
lavoro attraverso la flessibilità e la sicurezza) non è
vincolante da un punto di vista legale, ma all’interno dello
stesso si legge che le linee guida delineate serviranno da
base per un documento del Consiglio di fine presidenza
portoghese (dicembre 2007) affinché gli Stati membri inizino
ad applicare negli ordinamenti nazionali quanto “suggerito”
dalla Commissione europea.
Inoltre tali orientamenti saranno
inclusi nelle annuali linee guida per la crescita e
l’occupazione fino ad arrivare ad un vertice a tre voci con
le parti sociali per una discussione definitiva.
Questa nuova comunicazione della
Commissione sembra ricalcare l’impostazione del citato Libro
verde, a proposito del quale il giudizio delle
organizzazioni sindacali è stato netto fin dall’inizio:
l’attacco alla stabilità e alla protezione del lavoro non è
la soluzione alle sfide della globalizzazione.
Nel recente documento, la Commissione
indica alcuni “percorsi tipici” per aiutare gli Stati membri
ad elaborare le loro strategie di flexicurity sulla base del
rispettivo contesto nazionale. Ma leggendo il documento nel
suo significato generale, l’idea che ci si fa è che il vero
obiettivo sia una destrutturazione delle regole del mercato
del lavoro attraverso una individualizzazione del rapporto e
del diritto del lavoro e una facilitata “flessibilità in
uscita”, ovvero una maggiore libertà di licenziamento al
fine di aumentare produttività e mobilità.
È chiaro che il modello danese di
flexicurity, cui spesso si fa riferimento, non è
automaticamente esportabile negli altri stati dell’Ue,
perché appunto è nato, maturato e si è evoluto in un paese
specifico, contraddistinto da un diritto del lavoro e un
ruolo delle parti sociali che si differenzia notevolmente da
quello di altri paesi, per esempio dall’Italia. Rispetto a
ciò, l’ex primo ministro danese e attuale presidente del
Pse, Poul Nyrup Rasmussen, ha chiarito che parlare di
flexicurity non significa permettere ai governi, specie a
quelli di centro-destra, di forzare i lavoratori a essere
più flessibili senza fare nulla per migliorare la protezione
sociale.
La reazione immediata della
Confederazione europea dei sindacati, rispetto alla
Comunicazione della Ce, ha sottolineato la piena
disponibilità a discutere un moderno approccio di riforme
per investire nell’apprendimento, nell’eguaglianza di
genere, nel dialogo sociale, nella contrattazione collettiva
e in posti di lavoro di alta qualità. Allo stesso tempo,
però, la Ces contesta alla Commissione l’attacco alla
protezione e stabilità dei posti di lavoro, che sono un
diritto fondamentale dei lavoratori e la base per una
imprenditorialità produttiva.
Ribadendo il fatto che una seria
flexicurity deve incorporare i due aspetti: flessibilità ma
anche sicurezza, John Monks, segretario generale Ces, ha
affermato che “come rappresentanti dei lavoratori siamo
preoccupati per l’attuale espansione di lavori precari in
Europa. Dare alle imprese più libertà di licenziamento, idea
che pare essere il cuore della Comunicazione, avrà l’unico
effetto di peggiorare le cose. Più numerosi e migliori posti
di lavoro per tutti è la reale soluzione alla frammentazione
del mercato del lavoro e alla esclusione sociale, e non più
lavori precari per tutti”.
Nei mesi che verranno, e specialmente
nel corso della presidenza portoghese, il dibattito sarà
acceso: i sindacati europei dovranno vigilare su quanto
verrà deciso e mantenere un dialogo specialmente col
Parlamento europeo che, come sembra aver dimostrato con il
recentissimo voto in commissione Occupazione,
pare condividerne le preoccupazioni. |