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Pensioni: settimana decisiva ??? La più assurda e stupida delle trattative sindacali di questi anni.
Poche volte nella storia della contrattazione sindacale è capitata una situazione assurda come l'attuale confronto sulla previdenza. Ricorda molto la vicenda della scala mobile e della sua eliminazione. Dopo mesi di resistenza sindacale la questione si è prima risolta con una resa dei conti interna al sindacato tra l'ala contrattualista e l'ala più sensibile ai richiami della razionalità economica (tanto sbandierata da Governo di turno e Confindustria, e tanto affascinante per il nuovo realismo sindacale) e poi con la discesa in campo dell'assurda motivazione con cui Cgil Cisl Uil cercavano di giustificare il cedimento salariale, affermando che l'eliminazione della scala mobile non sarebbe stato un trauma ma avrebbe anzi rinvigorito e rafforzato la contrattazione salariale di primo e secondo livello. Che il tutto si sia risolto in realtà in una bufala, pagata con una discesa paurosa del potere d'acquisto delle retribuzioni, ce lo dice non solo la ragione ma anche la storia successiva della contrattazione sindacale, ma nonostante ciò ancora oggi gran parte della burocrazia sindacale difende la bontà di quell'accordo sulla eliminazione della scala mobile.
La stessa cosa si sta riproponendo oggi su quello che ormai tutti tutti danno per scontato, ossia l'accordo per l'innalzamento dell'età pensionabile e per la revisione dei coefficienti. Tralasciamo ora, per ragioni di spazio, un approfondito esame della riforma Dini dando per scontato, ed acquisito nella coscienza di molti, che quella legge e l'accordo sindacale che l'ha resa possibile sono alla base del disastro attuale, non fosse altro perchè, assurdamente, si è da allora legata e subordinata la valutazione del conto previdenziale non già all'equilibrio del rapporto tra entrate ed uscite dal conto previdenziale, quanto all'andamento del Pil, quindi ad un parametro estraneo ad una valutazione sull'effettivo equilibrio del conto previdenziale. L'obiettivo di quella operazione era costringere entro vincoli decisi dallo Stato il conto delle uscite previdenziali (mantenendo inalterato, anzi aumentando negli anni, il carico contributivo sulle retribuzioni, e quindi sulle entrate nel conto previdenziale) in modo da liberare risorse per finanziare le spese assistenziali (invalidità, malattia, gravidanza, infortuni, pensioni sociali ecc) altrimenti a carico della fiscalità generale. Quindi l'accordo Dini ha portato la previdenza pubblica a funzionare più come "cassa" da cui attingere risorse che potevano così aumentare a volontà semplicemente decidendo sulla base di convenienze dettate dai soggetti economici estranei alla gestione del fondo previdenziale. Anche l'impegno, inserito nell'accordo di allora, a separare il conto previdenziale da quello assistenziale si è dimostrato una bufala tanto che, a distanza di 12 anni siamo ancora qui a rivendicarlo. La riforma Dini ha di fatto avviato l'estromissione del sistema previdenziale pubblico dalla "categoria di salario differito" facendolo apparire non già come "dovuto" a fronte di accantonamenti salariali nell'arco della vita lavorativa, ma come "graziosa concessione" del bilancio pubblico.
Lo scalone Maroni e la trattativa che si sta consumando in questi giorni sono tutti interni a questa logica. Infatti, a guardare le cose dal punto di vista del puro e semplice conto economico previdenziale, il bilancio Inps è in attivo (sicuramente lo è quello della cassa previdenziale dei lavoratori dipendenti), ossia le entrate previdenziali coprono ancora ed a sufficienza le uscite per il pagamento delle pensioni. Non ci sarebbe quindi alcuna ragione per ridurre ulteriormente le uscite manomettendo ulteriormente il diritto previdenziale dei lavoratori, ma l'iniziativa di Maroni prima e le richieste del Governo Prodi ora, partono da presupposti completamente diversi. Il loro obiettivo non è infatti l'equilibrio del sistema previdenziale, ma un'ulteriore prelevamento di risorse dalla "cassa" previdenziale. A dimostrare ciò, oltre al fatto che non vi è ragione economica per sospettare di carenza di tenuta del conto previdenziale, ci sono le argomentazioni che stanno alla base dell'attuale trattativa.
Ormai tutti (Governo, imprenditori e sindacati) concordano nel dire che il sistema "potrebbe" non reggere nel tempo senza intervenire da oggi. La scoperta dell'acqua calda. Ma proviamo a vedere quali sono, dal punto di vista economico, i fattori che nel tempo potrebbero aprire problemi.
Sembrano e sono ragionamenti di semplice ed accessibile buon senso che però non interessano nè al fondo monetario internazionale, nè alla commissione Europea, nè al Governo e tanto meno alle imprese. Se fosse vera solo la metà delle cose che dicono (e cioè che bisogna salvaguardare i giovani garantendo l'equilibrio del conto previdenziale) basterebbe fare la metà delle cose sopra ricordate per chiudere la partita almeno per i prossimi 30 anni. Ma in realtà i giovani non c'entrano nulla. L'obiettivo non è l'equilibrio del fondo previdenziale pubblico ma il dirottamento di una parte delle sue risorse. Sono le stesse parti sedute al tavolo della trattativa che lo dicono. Ad osservare bene lo sviluppo della trattativa Governo-Sindacati ed i commenti che gli ruotano attorno da parte di economisti, politici, giornalisti, imprenditori, è facile notare come l'argomento della trattativa non sia la tenuta del sistema previdenziale ma come garantire allo Stato l'incameramento di quel risparmio previdenziale (che il Governo ha già messo nel suo bilancio) determinato dallo scalone Maroni se fosse entrato in vigore. Certamente parliamo di soggetti che hanno fino ad ieri sostenuto l'iniquità dello scalone Maroni e che avevano promesso di abolirlo. Il fatto è però che nessuno intende rinunciare comunque al rastrellamento di risorse che quello scalone permetteva. E' questo che spiega lo svolgimento assurdo della trattativa. Il Governo ha cambiato posizione almeno 10 volte, fino ad arrivare assurdamente a proporre l'innalzamento dell'età a 62 anni in modo graduale, e facendo altrettante volte retromarcia. I sindacati hanno sostenuto di tutto un pò, senza mai mettere in discussione però l'obiettivo del Governo di incassare, in un modo o in un'altro, i "risparmi" che lo scalone Maroni permetteva. Il tutto condito dalla parola d'ordine "diamo un futuro ai giovani", ma in realtà il tutto guidato dalla scelta di fare cassa dal fondo INPS.
Proprio di oggi l'ennesima proposta di Damiano. Apparentemente più morbida ma di fatto sempre legata alla prospettiva dello "scalone". Damiano annuncia infatti oggi (a poche ore dalla ripresa delle trattative) che il Governo lascia cadere anche la proposta degli scalini. Si accontenterà di aumentare l'età pensionabile a 58 anni con un sistema di incentivi per chi intende lavorare anche oltre. Questo rimarrebbe in vigore per tre anni. Fra tre anni altra verifica e se si dimostrasse ancora necessario allora si riproporrà di nuovo lo scalone di Maroni. Ma attenzione !! Damiano afferma anche che il Governo non intende oggi rinunciare al rastrellamento dei soldi già calcolati se fosse entrato in vigore lo scalone Maroni e quindi chiederà al sindacato di trovare altri sistemi per realizzare all'interno del conto previdenziale questo risparmio da dirottare al bilancio dello Stato. E qui casca l'asino, a dimostrazione che tutta la trattativa altro non è che una ricerca di percorsi che garantiscano allo Stato l'incameramento di quei 10 miliardi di euro (parte dei soldi da noi versati per le nostre pensioni) che già il Governo considera suoi ed a Bilancio. Ammesso e non concesso che ci si possa accontentare della mediazione di Damiano, come farà l'accordo a garantire comunque quelle entrate che Damiano dà ormai per scontate?? Forse lavorando sui coefficienti ?? Forse semplificando i costi di gestione dell'Inps ? e cosa altro ??. E' probabile che i sindacati vedano l'uscita odierna di Damiano come il salvagente per liberarsi dall'impasse in cui sono caduti, e grideranno alla vittoria, ma in realtà accettando di piegarsi all'obiettivo di permettere comunque il rastrellamento a cui il Governo ambisce, si ritroveranno ancora più impantanati di prima.
A conti fatti, anche la conclusione che oggi si prospetta per questa trattativa non fa che smascherare tutto il carattere "politico" della stessa. A guidare il sindacato non è certo stata una autonoma valutazione della reale situazione dei conti INPS, come era invece alla base delle sue posizioni quando si trattava di fare opposizione a Berlusconi, ma il tentativo di fare da spalla al Governo amico cercando però di non compromettere troppo la sua immagine ed il suo rapporto con i lavoratori. Non è un caso che Cgil Cisl Uil non abbiano mai messo in discussione l'obiettivo del Governo di dirottare miliardi di euro dal bilancio Inps attraverso quello che il Governo chiama anacronisticamente "risparmio previdenziale", limitandosi a porre solo dei paletti sul "come" realizzarlo. La stessa linea sindacale si è inoltre fondata unicamente sui delicati equilibri tra le organizzazioni. La così detta "piattaforma unitaria" per altro mai discussa tra i lavoratori ma solo nello stretto giro dei direttivi di organizzazione, altro non è che un cumulo di frasi fatte, ovvie nella loro declinazione, quanto indeterminate nel loro effettivo svolgimento, utili solo a legare Cgil Cisl Uil in una specie di patto tra organizzazioni per tenere sotto controllo le divisioni interne e salvaguardasi da reciprochi ricatti di accordo separato. Lo steso Governo, diviso al suo interno sul modo con cui incamerare il risparmio previdenziale, e combattuto tra la sua ala più liberista e quella più preoccupata dalla perdita di consensi elettorali, si è trovato in difficoltà nella formulazione delle sue proposte in trattativa, ma comunque sempre unito sulla necessità di recuperare comunque quelle risorse che lo scalone Maroni avrebbe reso disponibili se applicato. Tutto questo mentre ai lavoratori ed ai pensionati veniva detto che l'oggetto della trattativa era come migliorare le loro pensioni. Nulla di più assurdo come abbiamo visto. Si parla di sostenere le aspettative previdenziali di giovani che, grazie alla legge 30, avranno una vita lavorativa fatta di precarietà e che già, per come è il sistema previdenziale oggi, avranno una pensione da fame se ce l'avranno, che riescono a vivere solo stando in casa dei genitori almeno fino a 35 anni (media nazionale Istat), e sostenendosi anche con le pensioni dei genitori che, appunto, oggi il Governo vuole tagliare perchè così si aiutano i giovani. Nulla di più assurdo e di stupido. Altrettanto assurda e stupida è anche la posizione sindacale. Una posizione tutta politicista, che non nega l'obiettivo del Governo, semplicemente vorrebbe che fosse realizzato senza fare incazzare troppo i lavoratori. Lavoratori che per altro nessuno si è degnato di andare a sentire, ma che Cgil Cisl Uil continuano a presumere di rappresentare (almeno fino a quando non gli capita di passare da Mirafiori, prendere qualche fischio e promettere che sulle pensioni avrebbero tenuto duro fino alla fine, per poi dimenticarsene quando sono nei corridoi di Palazzo Chigi).
Come dicevamo prima oggi è stata messa sul tavolo l'ultima proposta del Governo. Damiano l'ha presentata come la soluzione definitiva, sufficiente a coprire le spalle di Cgil Cisl Uil permettendo nel contempo di aumentare comunque l'età pensionabile e di far cadere il tabù sui coefficienti. Rimarrà da vedere come reggerà (peggiorerà) questa ipotesi alla prova di riuscire comunque a rastrellare qualche miliardo dalle case INPS, ma già così è una proposta che andrebbe rigettata. E' probabile che questa settimana sarà la settimana dell'accordo. Come per la cala mobile. Ci verranno a dire che hanno salvato la pensione ai giovani, ma in realtà l'accordo sarà solo l'ennesimo picconamento ad un sistema previdenziale pubblico che tutti vorrebbero ridotto al lumicino a favore di un maggiore peso della previdenza costruita su agenzie di collocamento finanziario (in borsa) dei salari dei lavoratori.
Chi soffre di più in questo frangente è la CGIL. Cisl e Uil sono ormai definitivamente strutturate su base feudale dove tutti fanno quello che dice il capo. Di contro la Cgil mantiene ancora alcune proprie contraddizioni interne, ed è a partire da queste che si può sperare di riaprire il discorso. Stendiamo un velo pietoso sulla burocrazia di "Lavoro e Società", ormai (a parte singole e sparute dichiarazioni di suoi singoli esponenti) piegata da semplici ragionamenti di convenienza, a stare legata al carro della maggioranza guidata da Epifani. In Cgil rimangono principalmente la FIOM e l'area programmatica "Rete28aprile" che hanno qualche possibilità di rappresentare uno spazio concreto di intervento e partecipazione della base sindacale.
Ma la prova dei fatti sarà quello che si saprà mettere in campo ad accordo firmato. La questione principale è la conquista del diritto per i lavoratori di dire SI o NO all'accordo tramite l'esercizio di uno strumento come il Referendum. La Cgil, a parole, lo chiede, anche se Cisl e Uil hanno già manifestato il loro disaccordo. Lottare per vincolare la validità dell'accordo (qualsiasi che sia) all'esito di un referendum tra i lavoratori, e schierarsi per la bocciatura dell'accordo, è il passaggio cruciale anche per il futuro di una sinistra sindacale nei sindacati confederali che ormai, se vuole crescere, non può limitari solo alla critica della linea e degli accordi ma deve porsi il problema di fondare una idea alternativa di come deve essere il sindacato oggi ed organizzarsi per proporre questa scelta ai lavoratori. Su questa vicenda delle pensioni si apre, almeno in Cgil, il percorso di preparazione del prossimo congresso.
Tra le altre cose, è anche l'assurda e stupida vicenda dell'attuale confronto sul sistema previdenziale a dimostrarlo. Per difendere il nostro lavoro, le nostre pensioni ed il nostro salario, oggi più di prima, dobbiamo cambiare il sindacato, prospettandone un cambiamento coraggioso verso un modello più partecipativo, democratico, e contrattuale.
2 luglio 2007
Coordinamento RSU
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