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La Cgil chiede al governo
«posizione chiara e univoca»
Il direttivo respinge gli
scalini e chiede interventi sui contratti a
termine. A difendere i 57 anni e 35 di
contributi Rinaldini, Nicolosi, Greco e
Cremaschi
Antonio Sciotto
Un direttivo concitato,
quello della Cgil di ieri, come sempre nei
momenti caldi. Fissato per le tre del
pomeriggio, seguiva la rottura della notte
precedente e restava proiettato verso una
possibile convocazione a Palazzo Chigi per
la serata. Ipotesi che rimbalzava sulle
agenzie di stampa, ma su cui il segretario
Guglielmo Epifani ha messo un punto, per
fugare ogni dubbio: nessuno ci ha convocato
per stasera, non è previsto un incontro - ha
tagliato corto davanti ai suoi. Nello stesso
tempo, il parlamentino Cgil si è riconvocato
per sabato, all'indomani non solo del
consiglio dei ministri sul Dpef ma anche
(novità intervenuta a direttivo già chiuso)
del nuovo faccia a faccia con il governo che
si terrà questa mattina, convocato ieri in
serata.
Le posizioni espresse in assemblea sono state praticamente due: una sostanziale apertura a ipotesi che spostino l'età pensionabile almeno dai 57 ai 58 anni, e - dall'altro lato - l'esplicita tenuta sui livelli attuali, appunto 57 anni e 35 di contributi. Posizione, quest'ultima, espressa dal segretario generale Fiom Gianni Rinaldini, da Dino Greco, dal coordinatore della Rete 28 aprile Giorgio Cremaschi e da Lavoro e società di Nicola Nicolosi. Ma a chiedere che non si tratti più e che si vada subito allo sciopero generale è solo Cremaschi: gli altri sono d'accordo con quanto uscito unitariamente alla fine della riunione, cioè aspettare una proposta del governo - ma chiara ed espressione univoca di tutta la maggioranza - e poi valutare sabato, al nuovo direttivo, se accettare o mobilitarsi. Vediamo dunque cosa chiede la Cgil, poi analizzeremo alcune delle posizioni emerse. «La Cgil - è scritto nel documento finale del direttivo - conferma l'importanza e il valore della proposta fondata sul principio dell'incentivazione alla permanenza che recupera flessibilità nell'uscita per la pensione e valorizzazione della libertà di scelta del lavoratore. Mentre respinge fermamente la proposta presentata dal governo che prevede al posto dello scalone l'innalzamento progressivo dai 58 anni ai 62 anni con cadenza di 18 mesi per tutti i lavoratori e di 24 mesi per gli operai. Per queste ragioni la Cgil chiede al governo di presentare una nuova proposta che impegni l'intera maggioranza su tutti i temi ancora in discussione e che permetta una conclusione positiva di tutta la trattativa». E' una mediazione tra chi apre almeno ai 58 anni, ma senza concedere gli scalini proposti da Padoa Schioppa, e chi è fermo sui 57 e 35 di contributi. Inoltre il direttivo Cgil ritiene «non più differibile una nuova regolamentazione dei contratti a termine». Dal canto suo, Gianni Rinaldini, ribadendo che «si deve restare sui 57 e 35, con eventuali incentivi e senza taglio dei coefficienti», nota che «si aspetta una proposta dal governo e sabato si valuterà il da farsi». Nicolosi (Lavoro e società) ritiene «possibile una ripresa del confronto solo su queste basi: no all'abbassamento della pensione pubblica rimaneggiando i coefficienti; restare ai 57 e 35 anni, e introdurre incentivi all'uscita; non alzare l'età per le donne e mantenere gli impegni sulla legge 30»; inoltre «tutto il percorso deve essere deciso con il voto certificato dei lavoratori». La Rete 28 aprile dice invece che «non ci sono le condizioni per riprendere il negoziato: Cgil, Cisl e Uil decidano lo sciopero generale e si chieda di abolire lo scalone, senza scalini, non si taglino i coefficienti, si metta in discussione la legge 30». |