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Pensione dannata
Gabriele Polo
Lord Keynes sollecitava
di guardare al breve periodo, «perché sui
tempi lunghi siamo tutti morti». Alla luce
del confronto sulle pensioni verrebbe da
suggerire il contrario: è l'ossessione dei
tempi brevi che «uccide» tutti. Sembra
un'affermazione paradossale, alla luce della
gran propaganda con cui si enfatizza la
drammaticità delle curve di spesa
previdenziale e il loro innalzarsi per
alcuni anni ancora. Ma, detto che quelle
previsioni sono del tutto ipotetiche e che
la loro indiscutibilità si basa solo sui
vincoli di bilancio posti dall'Ue,
bisognerebbe ricordare come sul lungo
periodo la spesa pensionistica scenderà. E
che, semmai, c'è un'emergenza da affrontare
decidendo di spendere di più almeno per
qualche anno. Sembra una bestemmia, e allora
bestemmiamo ancora un po'.
Questo è un paese un po' pazzo. O terribilmente monotono. Dagli anni '80 qualunque ragionamento che ruoti attorno a bilanci (pubblici o privati) ricade sempre su un unico soggetto: il lavoro, i suoi costi (diretti o indiretti), le sue «rigidità». Nulla importa che l'astrattezza del lavoro sia concretamente riempita di vite di persone: e allora lo si rende variabile del tutto dipendente, se ne taglia il prezzo d'acquisto, lo si rende flessibile. Il lavoro - come voce economica - se ne frega; le esistenze - come persone concrete - diventano subordinate, più povere, precarie. Persino infelici e insicure. Il continuo ricorso alle pensioni come voce di cassa sta dentro questo quadro e poco importa ai registi del risanamento essere incoerenti, o un po' surrealisti, quando precarizzano il lavoro (abbassando le entrate dell'Inps) rendendo impossibile a sempre più giovani di raggiungere l'età pensionabile e poi innalzano continuamente quella soglia perché i conti non tornano. Oggi siamo all'ennesima «riforma» previdenziale: c'è lo scalone maroniano da evitare. Ma per evitarlo basterebbe cancellarlo, piuttosto che limarlo in scalini che non eliminano né riducono il danno sociale, semplicemente lo rateizzano nel tempo. Servirebbero un bel po' di soldi: ma perché non trovarli nelle entrate straordinarie del fisco? Perché il pensiero comune condiviso nelle classi dirigenti non lo permette. Ma visto che questo tira in ballo le scelte politiche, lo sa il governo Prodi che sulla previdenza - sugli scalini - si gioca quel poco di credibilità che gli è rimasta tra gli elettori che l'hanno votato (e anche tra i molti che non l'hanno fatto)? Forse sarebbe meglio rischiare d'inciampare sullo scalone che piace a Confindustria, piuttosto che rotolare giù dagli scalini di una mediazione che nessuno - tra le persone in carne e ossa e non nell'astrazione economica - apprezza. Ps. Il discorso sulla coerenza vale anche per il sindacato. Poiché i suoi rappresentati sono persone concrete, a essi dovrebbe esser data la possibilità di pronunciarsi sugli accordi che li riguardano. Il modo migliore per farlo resta il voto. Poi Cgil, Cisl e Uil facciano ciò che vogliono, ma almeno sapranno l'opinione di chi paga. In tutti i sensi. |