|
«Dobbiamo cantarle al
governo» I delegati di fronte al «malessere»
Le difficoltà di una
trattativa spiegate a mille delegati del
Lazio. Tra mugugni, applausi e un po' di
disorientamento. Epifani: «fin qui abbiamo
sentito solo obiezioni di ragioneria, ma
allora non serve trattare con il sindacato»
Fr. Pi.
Roma
Ma com'è il clima
all'interno del sindacato? Parliamo dei
delegati, non dei dirigenti nazionali; di
quelli che ancora oggi - in buona parte -
sono chiamati dai lavoratori a render conto
delle scelte «centrali». Ma che subiscono
anche in prima persona, al pari di tanti
altri, il peso di quelle scelte.
La sala del Capranica, ieri mattina, era stracolma di delegati Cgil, Cisl Uil del Lazio. Molti pensionati, molto pubblico impiego (siamo alla vigili di uno sciopero regionale della sanità, il 28 giugno); molta attesa. Quando prende la parola Guglielmo Epifani c'è silenzio assoluto: tutti vogliono capire bene cosa accadrà a palazzo Chigi, che conseguenze ci saranno sulla pensione (sia sull'entità dell'assegno che sull'età di uscita). Epifani rifà un po' la storia di questa trattativa, partendo dalla piattaforma di febbraio («conteneva cose che dobbiamo avere»), e dalle molte attese che la «nostra gente» riponeva in questo governo. Menziona il «malessere» tra i lavoratori, e ottiene consensi. Illustra i punti meno conflittuali (l'aumento - minimo - delle pensioni più basse, la richiesta di agganciare alla dinamica dell'inflazione tutte pensioni fino a cinque volte il minimo, un tavolo per continuare a discuterne anche dopo l'eventuale accordo). E poi gli ammortizzatori sociali per i precari (indennità di disoccupazione più alta, la cig ordinaria, i contributi figurativi, ecc). Ma quando arriva allo «scalone» basta che accenni al fatto che «siamo in uno stato di necessità, altrimenti la legge Maroni resta» perché qualcuno gridi dalla platea «ma cos'è, ci ricattano?». Si dilunga sui «coefficienti più intelligenti» da demandare allo studio di un comitato (bloccando intanto quelli proposti dal nucleo di valutazione); cita il modello svedese (dove sono differenziati, a seconda delle «attese di vita» dei vari mestieri). Sull'«innalzamento dell'età» si storcono parecchi nasi. Si impegna a «salvare alcune condizioni», come i «60 anni per la pensione di vecchiaia delle donne» (che il governo vorrebbe portare a 65) e i «9 mesi di finestra aggiuntiva portati dalla Maroni per chi ha 40 anni di contributi». Ma parla di «superamento» e non abolizione dello «scalone», battendo su quelle categorie che «a 55 anni le aziende ti buttano fuori», magari perché non ce la fai più «fisicamente» a coprire certe mansioni. E' qui che viene posto «l'architrave di questa contrattazione», l'immaginaria linea del Piave. Sul mercato del lavoro le cose non vanno molto meglio, con soltanto i contratti a termine che potrebbero ricevere un «tetto» (tre anni) alla reiterazione. Ma la legge 30 rimarrebbe quasi intatta. Come vuole Confindustria. Ma si va avanti. E quando un non famosissimo dirigente regionale della Cisl arringa dal palco argomentando che «al governo Berlusconi gliele abbiamo suonate e cantate, dobbiamo cantarle e suonarle anche a questi», vien giù l'ovazione liberatoria di chi soffre oltre il limite accettabile una trattativa che appare «a perdere»; mentre ti dicono che '«c'è la ripresa» e le aziende fanno affari d'oro. |