Incentivi aumenta-pensioni Ecco la ricetta contro lo scalone
Piergiovanni Alleva *

 
Un risparmio nella spesa previdenziale realizzabile senza penalizzare i lavoratori, e, anzi, con loro vantaggio e per loro volontà, sarebbe sicuramente il mezzo migliore per superare la grave «impasse» politica dell'abolizione dello «scalone» pensionistico voluto dal governo di centro-destra e al quale tuttavia importanti settori della maggioranza vorrebbero sostituire altre misure coercitive (gli «scalini»).
Si tratta di pensare a incentivi che inducano i lavoratori che hanno raggiunto i requisiti di maturazione della pensione di anzianità, a ritardare volontariamente la domanda di pensionamento di uno o più anni, ma l'esperienza della legge n. 243/2004 (ossia del «super bonus») ha dimostrato che i lavoratori sono poco interessati a un maggior reddito nell'immediato che comporti un congelamento dell'importo futuro della pensione. Occorre provare a utilizzare la leva contraria. Il senso dell'incentivazione potrebbe riassumersi in questo messaggio: «in pensione un po' più tardi per ottenere la pensione massima, anzi superiore al massimo».
Va spiegato in proposito che tutta la questione dell'aumento dell'età per pensioni di anzianità riguarda lavoratori che fruirebbero della pensione calcolata con il metodo retributivo, con quel metodo, cioè, per il quale ai fini della pensione ogni anno di anzianità contributiva vale il 2% della retribuzione imponibile, sicché, ad esempio, un lavoratore con 57 anni di età e 35 di anzianità contributiva e con una retribuzione di 20.000 euro annui potrebbe oggi andare in pensione ricevendo un importo pari al 70%, ossia a 14.000 euro circa. Attualmente, il massimo pensionabile di 40 anni di anzianità comporta una pensione pari all'80% della retribuzione (nell'esempio fatto 16.000 euro).
L'incentivo che una nuova legge potrebbe introdurre per convincere quel lavoratore a restare al lavoro per alcuni anni ancora sarebbe di «far pesare» gli anni successivi di anzianità lavorativa più del 2%, e ad esempio il 3% il primo anno di ritardo, il 4% il secondo, il 5% il terzo, così da dare progressività all'incentivo.
Per conseguenza, se quel lavoratore decidesse di lavorare tre anni in più, questi varrebbero ai fini della pensione un 12%, che aggiunto al 70% già maturato porterebbe la sua pensione al 82%, superiore anche al massimo oggi raggiungibile.
In definitiva gli verrebbe «regalato» un 6% in più rispetto alla maturazione del 76% corrispondente ai 38 anni di lavoro a quel punto effettivamente svolti, e quel 6% della retribuzione di 20.000 euro significherebbero 1.200 euro annui in più di pensione da moltiplicare per l'aspettativa di vita residua dopo il 60esimo anno di età. Considerando un'aspettativa di vita massima, ad esempio 82 anni (che è quella delle donne, così da coprire anche le eventuali pensioni di reversibilità) si tratterebbe di 27.000 euro, che tuttavia l'istituto previdenziale pagherebbe in modo diluito per 22 anni.
Il vantaggio per le finanze dell'Inps sarebbe cospicuo perché ogni anno di rinvio della pensione di quel lavoratore significa da un lato non pagare 14.000 euro di pensione e dall'altro continuare a incassare un 33% di contributi su quella retribuzione imponibile di 20.000 euro, ossia 6.500 circa, con un vantaggio finanziario complessivo di 20.500 euro annui: nell'ipotesi fatta di un rinvio di 3 anni del pensionamento il vantaggio sarebbe dunque di 61.500, realizzato «adesso» (ovvero in 3 anni) contro un costo di 27.000 da pagare «dopo» in 22 anni. Calcoli similari ovviamente valgono nell'ipotesi che il lavoratore scelga di ritardare il pensionamento di un solo anno o di due anni.
Come si vede la proposta, pur portando il lavoratore al massimo pensionabile e anzi oltre, non è affatto prodiga ma forse addirittura troppa avara, ed invero stante l'importanza sociale politica ed economica della controversia, si potrebbe spingere l'incentivo ben al di là di quanto esemplificato, per ottenere il consenso più ampio al rinvio del pensionamento da parte dei lavoratori, pur mantenendo buoni risparmi per la finanza pubblica: ad esempio, se i 3 anni di ritardo ipotizzati valessero rispettivamente il 4%, 5% e 6%, la pensione dei lavoratori arriverebbe all'85% della retribuzione (euro 17.000 su 20.000 di retribuzione del nostro esempio), ma l'Inps realizzerebbe ancora un buon risparmio immediato, perché anche questo super-incentivo del 9%, aggiuntivo al 6% che il lavoratore avrebbe comunque lavorato nei 3 anni comporterebbe un costo dilazionato di 39.600 rispetto al ricordato risparmio immediato di 61.500.
Non bisogna temere in definitiva, di introdurre privilegi ingiustificati e pericolosi perché questi lavoratori - non va dimenticato - sono un «numero chiuso», in quanto le pensioni di anzianità calcolate con il metodo retributivo sono destinate ad esaurirsi. Per altro verso, essi costituiscono «oggi come oggi» un problema politico e sociale molto grave, che è assolutamente necessario risolvere con metodi non coercitivi, anche per differenziarsi dallo stile di governo berlusconiano. Nessuna confusione va fatta, comunque,con i problemi riguardanti le «nuove pensioni» a calcolo contributivo e i loro coefficienti, che andranno affrontati separatamente con altri studi e riflessioni.
*Centro diritti del lavoro «Pietro Alò»