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Dpef: poche risorse e
tanta fretta
2,5 miliardi solo per
pensioni minime, ammortizzatori per i
precari e decontribuzione degli straordinari
per le imprese. I soldi per modificare lo
«scalone» in «scalini» non ci sono; dovranno
arrivare da «risparmi»
Francesco Piccioni
Roma
Sono molti i dettagli
fanno intuire una trattativa dura, aspra, ma
alla fine «vincente» per il governo. Almeno
sul piano dei conti economici, certo.
Bisognerà poi vedere chi - su quello del
consenso sociale - pagherà il prezzo
maggiore: se il governo, i sindacati, o
entrambi.
Il primo dettaglio riguarda i tempi. Entro oggi il governo invierà ai sindacati un documento, cui dovranno rispondere con le proprie osservazioni entro lunedì. Martedi, alle 15, partirà una «no stop di dieci giorni» che dovrà chiudere con l'accordo in tempo utile per permettere al governo di varare il Dpef - e il decreto sulle pensioni - entro il 28 giugno. Il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Enrico Letta, si è detto certo di raggiungere l'obiettivo. I tre segretari confederali - Epifani, Bonanni, Angeletti - non si sono mostrati altrettanto sicuri, ma hanno ammesso che «abbiamo l'interesse che si chiuda per quanto possibile entro il Dpef». Non mancano le buone ragioni, perché da lì parte l'iter che porta alla Finanziaria 2008. E qualsiasi modifica dello «scalone» dovrà essere fissata già ora, altrimenti i lavoratori con 57 anni di età e 35 di contributi non potranno andare in pensione dal primo gennaio. Perciò, chiosa Guglielmo Epifani, «questa è un'occasione che non va persa». Il secondo è quantitativo. La cifra messa sul piatto è rimasta di 2,5 miliardi di euro. Per aumentare le pensioni minime si offrono 1,3 miliardi; la platea di pensionati interessata è di circa due milioni. Seicento milioni per gli ammortizzatori sociali per giovani e precari; altri seicento per «la competitività». I sindacati hanno obiettato che 15 milioni di pensionati non hanno alcuna difesa dall'inflazione, visto che non esistono più «agganci» con la dinamica salariale; e che la cifra stanziata si traduce in appena 50-60 euro al mese. Gli «ammortizzatori» per i precari comprendono agevolazioni per il riscatto della laurea e il cumulo dei vari periodi di contribuzione; ma anche l'aumento delle aliquote per i parasubordinati (e non è chiaro a carico di chi: se dei lavoratori o dei padroni). Alle imprese vanno i 600 milioni destinati alla «decontribuzione delle ore di lavoro straordinarie» - in pratica un incentivo che disarticola la normativa vigente (dove lo straordinario è sovratassato per scoraggiarne l'utilizzo e incentivare altre assunzioni) - e il sostegno alla contrattazione aziendale. Per la gioia delle imprese, la «legge 30» rimane così com'è, tranne il job on call e il job sharing, che quasi nessuna azienda ha fin qui utilizzato. Resta il nodo più ostico: lo «scalone» imposto dalla riforma Sacconi-Maroni (l'età pensionabile passa da 57 a 60 anni dal prossimo gennaio), che il programma elettorale dell'Unione prometteva di abolire. Il ministrodel lavoro Cesare Damiano è stato netto: «intendiamo superarlo sostituendolo con una modalità graduale». Insomma, gli «scalini» cui tutti i sindacati (meno la Cisl) si erano detti contrari fino a ieri. Ma le risorse per rivederlo dovranno essere trovate «all'interno del quadro di spesa esistente», magari «accorpando gli enti previdenziali» in una sorta di «SuperInps». Ironico il commento di Raffaele Bonanni: «allora stiamo freschi». Cgil, Cisl e Uil hanno insistito sul fatto che per lo «scalone» bisogna decidere presto, «per non lasciare i lavoratori nell'incertezza» (ieri, per la cronaca, ci sono state due ore di sciopero nel polo industriale di Chivasso contro «scalone», scalini e revisione dei coefficienti di trasformazione»). Ma il governo ha anche insistito sul fatto che la «revisione dei coefficenti» va fatta; incontrando una resistenza solo passiva nei sindacati («sì, ma bisogna discutere per individuarne di più intelligenti e meno grezzi di quelli usati fin qui», ha detto poi Epifani). Di fatto il campo di gioco è segnato. Il governo - spiega Damiano - «sente di aver avanzato una proposta che ha un senso definitivo e strategico». Poco modificabile, in soldoni. La Cgil giudica le risorse «non molto grandi, ma si può lavorare se questo è il primo tempo di una partita che deve continuare» (difficile non provare un brivido a sentir evocare i «due tempi»). La Confindustria si mostra molto soddisfatta - porta a casa senza colpo ferire la decontribuzione degli straordinari, incentivi alla contrattazione integrativa e la conferma della «legge 30», oltre ai 5 punti di «cuneo fiscale» che entreranno a regime dal primo luglio persino per banche e assicurazioni (costo aggiuntivo: 1,1 miliardi, quanto per i pensionati poveri) - e si ritaglia il ruolo di «osservatore super partes» che vigila sulla tenuta dei conti pubblici. I sindacati di base - era presente lo storico leader Cub, Piergiorgio Tiboni - si preparano a proclamare iniziative di lotta, fino allo sciopero generale. Non sarà una passeggiata |