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Federmeccanica ti vuole
«flessibile»
I confindustriali Calearo
e Bombassei chiedono orari più lunghi
(modello 60 ore austriache) e «blindano» la
legge 30
Francesco Piccioni
Firenze
Crescita e competitività.
Non c'è altro nell'orizzonte degli
imprenditori metalmeccanici. E non potrebbe
essere maggiore lo scarto tra questo
orizzonte e quello sconfinato che favorì la
concentrazione di splendore del «Salone dei
Cinquecento», il cuore di Palazzo Vecchio
che ospita l'Assemblea generale di
Federmeccanica.
Si vedono a pochi giorni dall'aver ricevuto la piattaforma approvata con referendum dai propri dipendenti e presentata da Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm. «Pesante» la definisce il presidente dell'associazione padronale, Massimo Calearo. Ma non è in condizioni di sbattere la porta in faccia ai sindacati, perché il settore da un paio di anni è tornato a «tirare» la maggior parte della timida ripresa italiana (il 30% dell'aumento del Pil è dovuto alla Fiat da sola). Gli industriali hanno il «portafoglio ordini» gonfio e ben pochi accetterebbero una vertenza contrattuale lunga e costosa in termini di giornate di sciopero; ma neppure aumenti salariali giudicati «eccessivi». L'argomentazione che Calearo - e subito dopo Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria - delinea ha perciò due pilastri e due diversi obiettivi. Si può discutere di aumenti salariali che «vanno oltre la dinamica del luglio '93» solo se le imprese potranno avere in cambio - dal sindacato - «maggiore flessibilità» sull'orario di lavoro. E se ottengono - dal governo, previo accordo con il sindacato - la «decontribuzione degli straordinari e della contrattazione di secondo livello». Gli obiettivi politici sono chiari: isolare la Fiom - mai nominata ma riconoscibile nelle allusioni alle «ideologie», al «sindacato conflittuale» invece che «collaborativo» - sul fronte della rappresentanza sociale e le «sinistre» su quello della politica. Federmeccanica vuole trattare «in modo moderno», mettendo al centro «mercato e concorrenza»; forte del fatto che la priorità dell'impresa si è fatta strada nel senso comune della politica e, soprattutto, dei media. Calearo cita come competitors i paesi Ue che stanno riscrivendo le regole del mercato del lavoro (l'Austria delle 60 ore settimanali per 12 settimane l'anno, la Francia di Sarkozy che taglia le tasse); vorrebbe la triennalizzazione del contratto ma non sembra intenzionato a fare le barricate per questo. «Non abbiamo preconcetti, ma ci deve essere un do ut des». Insieme a Bombassei illustra una visione «vetero-corporativa» in cui imprese e lavoratori hanno in comune l'interesse a che l'azienda vinca sul mercato, anche se non dimentica che «il salario per il lavoratore è reddito, ma per l'impresa è un costo». Perciò - ne conclude - «non è possibile erogare salario in misura superiore a quella necessaria alla tutela del potere di acquisto se non c'è copertura certa in termini di maggiore efficienza e produttività». Il resto è riprosizione delle granitiche certezze confindustriali, con tanto di difesa della legge 30 e del pacchetto Treu, di taglio della spesa pubblica e delle tasse (curiosamente, però, chiede anche «più ammortizzatori sociali» - cioè più spesa pubblica - per lenire la povertà di reddito di chi è precario nelle imprese). Con un accenno indiretto al «freno» rappresentato dall'articolo 18 («anche nel privato si annidano i fannulloni», ma tutti intendono che parla dei lavoratori «over 48»). E con qualche scivolone sorprendente, come l'affermazione che «tra il 2000 e il 2006» ci sarebbe stato «uno spostamento del reddito a favore del lavoro» di ben 6 punti percentuali. Oppure che bisogna condurre «un serio - ma non vessatorio - contrasto dell'evasione fiscale». Non esita a cavalcare la retorica populista contro «la casta» e «i costi della politica», come se il capitalismo italiano fosse davvero l'espressione storica di un pugno di «capitani» duri e puri, anziché quel modello di «imprenditoria assistita» che scarica sulle casse dello stato ogni propria crisi vera o presunta. Attacco «fintato», che suona in realtà come un «richiamo all'ordine» per la classe politica. Perché aiuti l'impresa nel raggiungere quell'«accordo» che è necessario per non perdere il buon ritmo degli ordinativi e della produzione che si è messo in moto. C'è infatti il margine per «contemperare le legittime esigenze dei lavoratori e quelle delle imprese». |