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STmicroelectronics - Quando lo stato
abbandona i gioielli di famiglia |
Chi scrive è
l’RSU della ST microelectronics di
Catania che, in quanto composta da
lavoratrici e lavoratori di questo
stabilimento, si sente franare il
terreno sotto i piedi
nell’indifferenza di governo e
sindacati.
Di seguito la storia, che è la
storia dei 50000 dipendenti di ST
nel mondo.
La ST microelectronics è una
multinazionale che si occupa di
microelettronica, dalla fase di
progettazione a quella della
costruzione dei cosiddetti
“microchip”.
Parte del capitale azionario
appartiene allo stato italiano e
allo stato francese, si tratta di
“golden share”.
Abbiamo cercato il significato di
tale definizione: “si può definire
Golden Share l'azione che, dopo la
realizzazione di una privatizzazione
di una impresa pubblica o a
partecipazione pubblica, attribuisce
allo Stato o un suo rappresentante
diritti più ampi rispetto a quelli
che spettano normalmente ai
possessori dello stesso titolo in
condizioni normali. Scopo della
Golden Share è quello di attuare una
privatizzazione, cercando, comunque,
di tutelare pubblici interessi” (l’ST
infatti nasce dalla fusione di due
società pubbliche, la SGS italiana e
la Thomson francese, successivamente
privatizzate).
L’ST ha stabilimenti in varie parti
del mondo, i principali insediamenti
sono in Italia, in Francia e a
Singapore.
La ST occupa di diversi settori di
mercato della microelettronica, uno
di questi settori, sui quali ha
puntato in maniera particolare negli
ultimi 12 anni è quello delle
cosiddette “memorie flash NOR”. Tale
settore ha prodotto grandissimi
profitti fino al 2003, dopodichè,
saturandosi il mercato, ha
cominciato un lento declino fino a
diventare la “palla al piede” della
multinazionale.
Gli analisti finanziari
“suggeriscono” la dismissione di
tale settore. Ci sono però delle
complicazioni, nel settore delle
memorie flash lavorano diverse
migliaia di persone in Italia e
Francia, dove non è cosi’ facile
“alleggerire” il proprio personale,
a maggior ragione in una società a
compartecipazione statale.
Man mano che le memorie flash
perdono di produttività il gruppo ST
provvede a spostare la loro
produzione lontano dalla Francia,
concentrandola tra gli stabilimenti
italiani e quelli singaporesi,
introducendo invece negli
stabilimenti francesi prodotti “ad
alto valore aggiunto” (cioè prodotti
ad alta redditività).
L’RSU denuncia tale manovra che
mette gli stabilimenti italiani in
una situazione difficile, anche
perché costretti ad una competizione
interna con Singapore basata sul
costo del lavoro, trattandosi
appunto di produzioni a basso valore
aggiunto. Ma il governo italiano
(sempre proprietario delle “golden
share”) non sembra interessato
all’argomento, anzi passa buona
parte delle proprie azioni da
Finmeccanica alla Cassa Depositi e
Prestiti (pensando forse ad una
fuoriuscita dal gruppo).
Nel periodo di “grande espansione”
delle memorie flash la ST accede a
finanziamenti pubblici finalizzati
alla ricerca per realizzare una
linea di “ricerca e sviluppo”.
Costruisce cosi’ un edificio che
chiama Modulo 9 (M9). Subito dopo la
sua costruzione però tale edificio
nel piano industriale (cioè sulla
carta) si trasforma in una linea di
produzione (e quindi non di
ricerca). Tutto sulla carta, in
quanto tale edificio rimane uno
“scatolone vuoto”. Il governo
proprietario delle “golden share” e
finanziatore del progetto,
nonostante le denunce della RSU, non
ha nulla da dire. Va tutto bene
cosi’.
Nello stesso periodo, in particolare
nel 2000, ST progetta di costruire
un nuovo grande stabilimento,
il più innovativo, dovrebbe
fabbricare fette di silicio (dette
wafer) da 300 mm e che si chiamerà
Modulo 6 (M6).
Per la costruzione di tale
stabilimento che dovrebbe costare
circa tremila miliardi di lire, ST
accede a delle agevolazioni fiscali
(credito d’imposta) che dovranno
finanziare circa un quarto di tale
investimento e firma con i sindacati
un accordo, che seppur molto
controverso (si parlava per i nuovi
assunti di condizioni di lavoro
peggiorative rispetto ai propri
colleghi degli altri stabilimenti
catanesi) prevedeva l’assunzione di
1500 nuovi addetti.
Lo stabilimento doveva essere
operativo già nel 2004, i lavori
però vanno molto a rilento, anche
stavolta si costruisce un edificio
che rimane a tutt’oggi uno scatolone
vuoto.
L’azienda, nei piani industriali
consegnati al sindacato, fa slittare
anno dopo anno la data di
completamento del Modulo 6.
Intanto 2003 dichiara agli azionisti
(ci sono sempre i governi con le
loro “golden share”), l’intenzione
di spostare buona parte della
produzione in Asia. E nel 2005
consegna al sindacato un piano
industriale che prevede la chiusura
entro il 2009 di uno degli
stabilimenti situato a Catania (il
più vecchi, chiamato CT6, produce
fette di silicio da 160 mm) e nel
quale lavorano circa 1200 persone.
I dipendenti “in esubero”,
dovrebbero però andare a lavorare
nel nuovo stabilimento (l’M6) , dove
quindi, nonostante gli accordi
firmati “sfumano” le 1500 nuove
assunzioni.
E in ogni caso continua ad essere
uno scatolone vuoto.
Il credito di imposta era stato
concesso da un governo nel 2000. Il
nuovo governo scaduti i termini
della concessione credito di imposta
(nel 2006), “ritarda” la concessione
di un prolungamento di tale
agevolazione fiscale nonostante le
richieste aziendali. L’ST infatti
chiedeva il prolungamento
dell’agevolazione fiscale fino alla
fine del 2008, pur sostenendo che
anche in presenza di tale
agevolazione fiscale solo con
condizioni di mercato favorevoli si
sarebbe proceduto al completamento
dell’M6. Tali condizioni non
sembravano presentarsi visto che il
mercato delle memorie flash NOR
andava sempre più saturandosi,
riducendo sempre di piu’ i margini
di profitto. Il mancato
prolungamento dell’agevolazione
fiscale appariva più un alibi che
una vera ragione per la mancata
partenza dell’M6.
Intanto qualcosa cambio, nel 2005 il
nuovo governo dal credito di imposta
(agevolazione fiscale sugli
investimenti) passa ad un
finanziamento con contratto di
programma attraverso il CIPE. Tale
finanziamento viene formalizzato,
dopo varie vicessitudini nel 2006,
in chiusura di legislatura.
Nel frattempo si parla in maniera
sempre più insistente di “cessione
di ramo d’azienda” del settore delle
memorie flash in ST, mentre un altro
colosso dei semi conduttori (INTEL)
dichiara 10000 esuberi tra il
proprio personale che lavora nel
settore delle memorie flash.
Maggio 2006, un cambio di governo, e
l’ST dichiara: siamo pronti a far
partire l’M6, aspettiamo solo
l’agevolazione fiscale (firmata dal
precedente governo poco prima dello
scioglimento delle camere e
temporaneamente congelata dal nuovo
governo).
E arriviamo agli ultimi mesi.
Il CIPE delibera a dicembre del 2006
per un finanziamento di 446 milioni
di euro per ST, sui giornali si
parla di finanziamento per la
costruzione del famigerato “modulo
6”, che a dire dell’azienda, ormai
aspetta solo tale finanziamento per
partire.
L’RSU cerca accedere ai contenuti
della delibera, che però, caso unico
nel sito del CIPE, non è pubblicata
e sembra sia difficile da ottenere
(ovviamente tutte le delibere del
CIPE dovrebbero essere pubbliche).
Le lavoratrici ed i lavoratori,
consci del pericolo che corre il
proprio posto di lavoro, a
cominciare dal 2005 chiedono,
attraverso una serie di iniziative
pubbliche, con diverse ore di
sciopero, assemblee pubbliche,
cortei cittadini, un tavolo
governativo. Ormai poco si fidano
delle promesse dell’ST e sentono
incombere la data del 2009 (quella
della chiusura di CT6 con 1200
esuberi).
Nonostante le innumerevoli
iniziative la RSU riesce ad ottenere
un “tavolo governativo” solo nel
gennaio 2007, dopo la delibera del
CIPE (che nemmeno in tale occasione
si riesce a visionare).
Peccato che in tale occasione
(quella del “tavolo di governo”), il
governo non si presenti, e manda
all’incontro un funzionario
ministeriale (del ministero delle
attività produttive), che poco
conosce della vicenda ST (per sua
stessa ammissione è stato avvertito
all’ultimo momento dell’incontro e
il suo ruolo lo porta ad occuparsi
di altre vicende).
In ogni caso il funzionario ci tiene
a sottolineare che all’ST attraverso
il CIPE sono stati dati i soldi che
“gli erano dovuti da tempo” e che
anche se non eravamo in possesso
della delibera di finanziamento
sicuramente essa conteneva tutti i
vincoli necessari per assicurare il
“pubblico interesse”.
La sua scarsa conoscenza
dell’argomento non gli ha certo
infine impedito di esporre la sua
filosofia (non ci è dato sapere se a
titolo personale o a nome del
governo): noi diamo i soldi,
l’azienda saprà ben utilizzarli.
Nel frattempo si delinea sempre di
più l’ipotesi di cessione di ramo
d’azienda del settore delle memorie
e l’alleanza (sempre in tale
settore) con l’Intel, che ha già
provveduto a “separare” tale settore
in un “azienda autonoma”.
Solo dopo qualche mese l’RSU riesce
ad avere in mano il testo della
delibera del CIPE, trovando
purtroppo una conferma ai propri
dubbi, la delibera è per un
finanziamento a fondo perduto senza
alcun vincolo, né sul completamento
del modulo 6, né sull’assunzione di
nuovi dipendenti, né quantomeno
sulle garanzie rispetto agli attuali
dipendenti.
Secondo quanto scritto nella
delibera, l’ST potrebbe anche
utilizzare tali finanziamenti per
dismettere il vecchio stabilimento
CT6, completare il trasferimento
delle produzioni in Asia e
dichiarare un migliaio di esuberi.
Se è pur vero che la delibera del
CIPE non è ancora il contratto di
programma (ancora da stipulare), è
anche vero che è prassi trascrivere
sul contratto di programma il testo
delle delibere del CIPE, cioè se il
governo non cambia direzione la
situazione rimmarrà che ho appena
descritto.
Noi diamo i soldi, l’azienda saprà
ben utilizzarli.
Ed arriviamo infine al 22 di maggio
2007 l’annuncio ufficiale: l’ST e l’INTEL
daranno vita ad una nuova società
figlia della fusione di due loro
costole (le “cessioni di ramo
d’azienda” del settore delle memorie
flash) e con la compartecipazione di
un fondo cosiddetto “private equity”,
il Francisco Partners. (Anche
stavolta abbiamo cercato cosa
volesse dire “private equity”, e
abbiamo scoperto che si tratta della
costituzione di fondi chiusi,
formati da capitali provenienti
all’origine esclusivamente da
persone molto ricche o istituzioni
molto solide come le banche di
investimento o anche le apposite
divisioni delle grandi banche
commerciali. Una volta costituito il
capitale di un fondo di private
equity, lo si affida a dei manager
professionisti, i quali si mettono
in cerca di occasioni per investirlo
acquistando quote di maggioranza in
imprese e società che sono troppo
rischiose per trovare finanziatori
normali come la borsa o che sono,
secondo i gestori del fondo stesso.
mal gestite e possono essere rese
più profittevoli con
ristrutturazioni profonde condotte
da gruppi di manager professionisti.
Questi fondi di investimento sono
quindi adatti, ad esempio, a
finanziare attività industriali in
settori innovativi per i quali si
prevede la possibilità di grandi
guadagni, ma anche di grandi
perdite)
Andiamo a guardare meglio dentro la
definizione dell’accordo, per ciò
che ci è dato sapere, cioè per ciò
che è stato pubblicato nei siti
ufficiali ed in particolare nelle
conferenze stampa rilasciate dai
vertici di INTEL e ST.
La NEWCO (cosi’ viene per ora
chiamata la nuova compagnia)
riceverà alcuni assets (cioè alcuni
“beni”) da ST e da INTEL ed in
cambio dovrà sborsare circa 460
milioni di dollari a St e 430
milioni di dollari a Intel. Per
poter effettuare tali pagamenti
accederà ad un credito di circa 1300
milioni di dollari e la Francisco
Partners ci mettera’ 150 milioni di
dollari. Cioè la nuova società
nascerà con un debito enorme (la
“dote” di 450 milioni di euro del
governo italiano in ogni caso
compenserebbe solo in parte il
debito).
Gli analisti finanziari chiedono ai
vertici ST dove troverà la NEWCO i
soldi necessari per investire in
ricerca e sviluppo, unica via di
uscita se non vuole fallire nel giro
di pochi anni in un mercato
altamente competitivo e con una
grossa compressione del margine di
guadagno?
La risposta di Bozotti
(amministratore delegato di ST e
presidente non esecutivo designato
della NEWCO), e che la NEWCO troverà
i fondi necessari. Dove e come non è
dato saperlo.
Sottolinea il designato
amministratore delegato della NEWCO,
vicepresidente di INTEL che ne’ ST
ne’ INTEL intendono investire nuove
risorse nella NEWCO
E andiamo nel dettaglio dell’M6, il
completamento dello stabilimento
prevede un’investimento di 1700
milioni di euro, ammesso che il
finanziamento statale vada a finire
proprio li’, dove troverà la NewCo
oltre un miliardo di euro per
completare lo stabilimento e
metterlo in funzione?
L’amministratore delegato di ST
Bozotti, che per accedere al
finanziamento statale aveva
dichiarato di essere pronto a far
partire lo stabilimento, adesso,
nelle dichiarazioni interne ai
dipendenti posticipa la data del
completamento al 2009-2010, sempre
basandosi sulla attuale visibilità
del mercato. Cioè in altre parole la
NEWCO potrebbe anche cambiare idea
sull’M6 in un mercato come quello
delle memorie flash dove le
previsioni variano nel giro di pochi
mesi.
L’ennesimo posticipo. L’ennesimo
“vedremo se ci saranno le condizioni
di mercato”. E le assicurazioni
fatte al governo sul completamento
dello stabilimento?
E’ lo stesso Bozotti dichiara alla
conferenza stampa che il
completamento dell’M6 dipenderà
dalla domanda del mercato, se ci
sarà domanda di mercato l’M6 verrà
completato.
E il governo delle “golden share”,
il governo del finanziamento a fondo
perduto che ascolta (e crede sulla
parola) il Bozotti che assicura il
completamento dell’M6 dov’è quando
lo stesso Bozotti, dopo aver
ricevuto tale finanziamento, mette
in forse a tale completamento?.
Come ultima chicca, alla domanda
degli analisti sulle memorie flash
NAND, le uniche che al momento
attuale hanno un mercato in
espansione, il vice presidente di
INTEL risponde chiaramente che la
NEWCO si concentrerà esclusivamente
nel settore delle memorie flash NOR,
con entrando in competizione con
INTEL sulle NAND.
E per quanto riguarda il destino
delle circa 2000 persone in Italia
che passeranno da ST alla NEWCO?
Bozotti parla chiaro, alla domanda
di cosa succedera’ se la NEWCO non
avra’ buoni risultati finanziari nel
giro di 2-3 anni risponde
chiaramente che “gli impiegati sono
liberi di cercare un altro lavoro
considerando i risultati finanziari
della nuova compagnia “.
Certo, chi ha lavorato 10 o 20 anni
un’industria di microelettronica,
fornendo le migliori intelligenze (a
Catania ST conta più di 1500
laureati in facoltà scientifiche),
un lavoro lo trova dietro l’angolo.
Mi sembra quasi lapalissiano.
Ma dopo aver elencato i nostri
ragionevoli dubbi sulla nascita
della NEWCO, parliamo anche della
“vecchia ST”. Cioè di quello che
rimane a Catania una volta
“separate” le memorie.
Due stabilimenti, uno (il CT6) con
un annuncio di chiusura entro il
2009 ed un altro (l’M5 che produce
fette di silicio da 200 mm) senza un
piano di investimenti, gia’ in
regime di forte sottoproduzione (la
produzione è diminuita del 30%) che
non si prevede di recuperare prima
dell’anno prossimo.
Per adesso si provvede a
“compensare” la sottoproduzione con
le ferie, ma nei prossimi mesi cosa
succedera?
Ed in generale parliamo della
STmicroelectronics multinazionale.
Nonostante un iniziale impulso
positivo del valore delle azioni ST
nell’immediatezza dell’annuncio (le
azioni erano continuate a crescere
nei mesi precedenti all’annuncio,
che ovviamente era ampiamente
atteso), il valore delle azioni
comincia a scendere. Le valutazioni
degli analisti finanziari sono
contrastanti, alcuni mettono in
dubbio la solidità della scelta.
Infatti alcune tra le più importanti
società di analisi finanziarie
dichiarano ST “underperform”, cioè
si aspettano che l’andamento di ST
sarà inferiore rispetto alla media
del mercato dei semiconduttori.
Ma come è possibile se ST
“tagliando” il ramo delle memorie ha
eliminato quella parte che ormai
produceva più spese che guadagni e
se, a dire del CEO, questo
permetterebbe a ST di concentrarsi
sul “core business” e dare più
guadagni agli azionisti?
Come è possibile che realizzando
l’affare del secolo, cioè eliminare
un ramo in perdita guadagnando un
sacco di soldi (il pagamento che
effettuerà la NEWCO) la ST non
convince?
Forse alcuni analisti finanziari non
credono molto a queste cifre create
artificialmente” e pensano che
questi soldi non andranno
reinvestiti in ST ma magari in
superbonus per i top manager.
Tanto quelli che potrebbero e
dovrebbero controllare (sempre
quelli che hanno le famose “golden
share”) sono sempre molto distratti.
Ma forse questi analisti sono troppo
“malpensanti”.
Certo che non sarebbe la prima volta
che succede in Italia. Il caso
Telecom è solo il più recente.
Un fatto è che gia’ si parla di
“cedere” un altro ramo d’azienda.
Nonostante tutte questi ovvi dubbi
sull’operazione i politici si
dichiarano soddisfatti dall’annuncio
della “cessione di ramo d’azienda”
(“positivo per il rilancio di
Catania”.) e lo sono anche molti
dirigenti sindacali (“chiude un
periodo di incertezze”).
Gli unici ad essere seriamente
preoccupati sono le lavoratrici ed i
lavoratori, forse perché sono gli
unici a rischiare il loro posto di
lavoro, e l’illusione di poter avere
una vita dignitosa senza essere
costretti ad emigrare.
Ci rivolgiamo quindi al nostro
governo perché, immediatamente,
prima che sia troppo tardi eserciti
il proprio diritto ed soprattutto il
proprio dovere di tutelare “il
pubblico interesse” attraverso le
golden share e di vincolare i propri
finanziamenti alla realizzazione del
nuovo stabilimento produttivo.
Solo cosi’ si potrà evitare che il
sogno della microelettronica a
Catania non debba subire un amaro
risveglio.
Catania, 29 maggio 2007 RSU unitaria
STmicroelectronics Catania
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