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Contratto statali senza
nuove spese
101 euro per undici
mensilità sono pari a 93 euro per dodici.
Aumenti minori per gli enti locali; in media
sanità e scuola. Portafoglio aperto per le
forze di polizia: +125 euro
Francesco Piccioni
Il giorno dopo l'accordo
sul contratto degli statali, all'Aran sono
saltati fuori i dettagli nella distribuzione
dei «101 euro medi». Non mancano le
sorprese. A 101 si arriva infatti con una
piccola partita di giro: l'aumento decorre
dal 1 febbraio 2007. La cifra stanziata per
l'intero anno è pari a 101 per undici
mensilità, ma solo 93 se divisa per le
dodici effettive. Il governo non ha insomma
messo un solo centesimo in più si quanto
preventivato. Ciò nonostante il ministro
dell'economia Tommaso Padoa Schioppa, ha
rilasciato interviste in cui preannuncia che
ora, «purtroppo, restano meno fondi per
altre priorità». Un modo come un altro di
innalzare muri preventivi sugli altri tavoli
di trattativa (pensioni, competitività,
casa, ecc), mentre tutta la grande stampa
liberista fa finta di strapparsi le vesti
per «il cedimento del governo al ricatto dei
sindacati».
Come se non fosse noto - e raccontato nei dettagli persino sui «retroscena» pubblicati dagli stessi giornali, Corsera in testa - che nella trattativa notturna a palazzo Chigi si era arrivati al punto che Epifani e Nerozzi (Cgil) stavano per uscire da una porta e Prodi da quella opposta; e che solo il cedimento di Bonanni (Cisl) sulla triennalizzazione del contratto aveva sparigliato le parti, mettendo la delegazione sindacale in posizione di immensa debolezza. La «media del pollo», come spiegava Trilussa, è altamente ingannevole. Davanti all'Aran sono uscite le cifre vere, comparto per comparto. Che andranno poi ripartite ancora più diversamente a seconda dei livelli di inquadramento retributivo. I dipendenti degli enti locali avranno infatti solo 93 euro «medi» (e oggi la Conferenza stato-regioni dovrà analizzare cosa comporta la «direttiva» governativa; ma si sa già che la contrattazione integrativa avrà margini quasi ovunque pari a zero). Mentre se la passeranno appena meglio quelli della sanità (104-105 euro) e il comparto più numeroso, la scuola (106-107). Decisamente meglio andrà per i pochi addetti degli «enti pubblici non economici» (118 euro), mentre la parte del leone spetterà a un comparto «non contrattualizzato» ma evidentemente con grandi coperture politiche: i corpi di polizia (125 euro). Questa differenziazione non è casuale, e rivela una lento ma sicuro slittamento di senso nel concetto di «funzione pubblica». Vero il «securitario», naturalmente. Una veloce verifica la si ha confrontando i «tassi di sostituzione» - la differenza tra neoassunti e pensionati per anno - nei vari comparti. Negli enti locali, infatti, la media delle uscite è del 2,95% annuo, mentre il tasso di assunzione è appena l'1,74 (6 su 10, insomma). Nella sanità i due tassi sono praticamente pari, mentre negli enti pubblici non economici se ne va il 3,56 sostituito da un misero 0,96%. Nella scuola il 3% di uscite sarebbe apparentemente coperto da un +4,45; ma sono cifre che non distinguono tra dipendenti a tempo indeterminato e precari (ad esempio i supplenti). Nelle forze di polizia, invece, certamente non ci sono precari; qui va in pensione l'1,25% ogni anno, ma viene rimpiazzato da un 3,12 che la dice lunga sulla mutante «composizione organica» dei bistrattati statali. La pessima impressione riportata nello scontro su questo contratto, comunque, avrà certamente delle conseguenze nella discussione sulla «triennalizzazione». E sembra alquanto eccessivo il consueto ottimismo del ministro della funzione pubblica, Luigi Nicolais, che già preannuncia «avanti con la riorganizzazione della macchina amministrativa», con tanto di «premio alla meritocrazia» e via efficientando. Il segretario generale della Fp Cgil, Carlo Podda, ha posto ieri con chiarezza tre condizioni per accettare la «sperimentazione» di un contratto di durata triennale. «la prossima manovra economica deve prevedere 7 miliardi di euro per il triennio 2008-201o, considerando i tassi di inflazione programmata previsti dal Dpef, più uno 0,30% l'anno per la maggiore produttività». Poi «la verifica dell'inflazione, oggi biennale, dovrà diventare annuale»; infine, «l'applicazione del memorandum» (ovvero di un tipo di riorganizzazione, non la «mano libera»). Detto altrimenti, il «nuovo modello contrattuale ha un costo»; e il governo non si può illudere di «spalmare gli aumenti in tre anni» invece che su due. Resta fermo, da questo punto di vista, lo scontro «con quei settori del governo che considerano il lavoro pubblico un peso di cui l'Italia deve disfarsi». Le intervista di Padoa Schioppa hanno rinfocolato tensioni che l'accordo avrebbe dovuto teoricamente sopire. Il placido segretario di categoria della Cisl, Rino Tarelli, è arrivato a rimpiangere «ministri Donat Cattin e Ciampi, con i quali bastava un astretta di mano». Mentre il segretario confederale della Cgil Paolo Nerozzi - nel momento più teso della notte di trattativa - sarebbe arrivato ad apostrofare il ministro dell'economia con uno sferzante «a lei non affiderei mai il mio portafoglio». Non c'è che dire: la concertazione ha un grande futuro davanti a sé. |