Chiriaco: «Non detassare
straordinari e integrativi»
Il segretario Flai Cgil
sul tavolo competitività che si apre oggi:
«Si vuole indebolire il contratto nazionale
e forzare sugli orari»
Antonio Sciotto
Mentre è bufera sui
contratti del pubblico impiego e le
pensioni, il governo aprirà questo
pomeriggio a Palazzo Chigi il confronto
sulla cosiddetta «competitività», ovvero la
ricerca di un nuovo modello contrattuale, a
partire dal tema degli orari e della
detassazione e (forse) decontribuzione di
straordinari e aumenti di secondo livello.
Il ministro del lavoro Cesare Damiano non ha
fatto mistero su queste intenzioni.
«Dobbiamo rigettare l'ipotesi di detassare
straordinari e secondo livello - spiega
Franco Chiriaco, segretario generale Flai
Cgil - La Confindustria vuole indebolire il
contratto nazionale, ma noi dobbiamo
difenderlo perché è l'unica garanzia per
tutti i lavoratori». Sempre oggi, Chiriaco è
impegnato sul rinnovo delle industrie
alimentari, seconde per addetti e fatturato
dopo le metalmeccaniche: 450 mila persone
che lavorano, tra gli altri, per
multinazionali come Coca Cola, Unilever,
Nestlè, Barilla, Ferrero, Plasmon.
Perché non si
dovrebbe detassare il secondo livello?
Noi diciamo: non solo non detassare,
ma anche non decontribuire. Abbiamo tenuto
in Cgil il Direttivo nazionale Flai, e c'è
grandissima preoccupazione tra lavoratori e
Rsu sul destino del contratto nazionale, sul
controllo sugli orari. Il nostro documento
finale lo dice chiaro: su questi temi non ci
può essere mediazione. Se detasso il secondo
livello, lo rendo più appetibile rispetto al
primo, e dunque indebolisco il contratto
nazionale, che resta oggi l'unico luogo di
garanzia per tutti i lavoratori. La
Confindustria vuole attaccare il ruolo
stesso del sindacato, la sua confederalità:
basti pensare che solo il 25% delle aziende
riesce a fare contrattazione integrativa,
così noi andremmo a escludere il 75% coperto
solo dal livello nazionale.
E gli straordinari?
Detassarli vuol dire favorirli
rispetto all'orario ordinario, aprire a una
totale deregulation, dove perderebbero di
senso tutte le lotte fatte per la riduzione
dell'orario e il controllo dei lavoratori su
orari e organizzazione del lavoro. Si vuole
il «modello Austria», dove hanno detto sì
alla settimana di 60 ore. Se il padrone ha
mano libera sugli straordinari, fa lavorare
un operaio per tre, e non assume più. Così
per la decontribuzione: chi pagherà i
contributi per le ore lavorate?
Sul tavolo con Federalimentare sono
in ballo gli stessi temi?
Sì, e proprio la nostra tenuta, e
quella dei metalmeccanici, è importante per
i riflessi generali. Noi abbiamo già orari
rigidi: non la media di 48 ore, ma l'orario
massimo di 48 ore, inclusi flessibilità e
straordinari, e su questo siamo blindati.
Come sul mercato del lavoro: via i contratti
precari, puntiamo sul tempo indeterminato.
Chiediamo 125 euro di aumento, destinando
una parte a chi non fa contrattazione
integrativa. Sicurezza: il core business
delle produzioni non può essere appaltato,
bisogna responsabilizzare i committenti.
Pensiamo ai 4 operai morti nell'oleificio
umbro: lavoravano in appalto.
Sulle pensioni cosa chiedete?
In questo momento i lavoratori non
capirebbero un ritocco dei coefficienti, né
il mantenimento dello scalone. Abbiamo già
dato, ora dobbiamo portare risultati certi.
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