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Il tesoretto scivola
sugli scalini delle pensioni
Emiliano Brancaccio
Alberto Burgio
«Risanamento». È stata la
parola chiave di questi anni e ancora oggi
imperversa nel dibattito politico. Parte
dagli uffici di Ocse, Fondo monetario e
Commissione europea e a cascata, come un
ipnotico intercalare, arriva a invadere le
discussioni politiche, fissandone
inesorabilmente limiti e confini. Nessuno o
quasi è riuscito a sfuggirle. Nemmeno la
sinistra, nemmeno tanti pretesi eredi del
materialismo storico. Talora - bisogna pur
dirlo - nemmeno il manifesto.
Così dunque il «risanamento» continua a definire i termini delle controversie, alte o spicciole che siano. Prendiamo ad esempio le polemiche sul «tesoretto» e sulle pensioni. Quanti perseguono l'obiettivo di destinare le maggiori entrate fiscali al solo abbattimento del debito pubblico e di sferrare l'ennesimo attacco alle tutele previdenziali invocano l'obiettivo di «proseguire lungo la via del risanamento». Ciò evidentemente non meraviglia. Quel che sorprende è la tendenza, di chi contesta tali scelte politiche, a assecondare questo linguaggio e a restarvi quindi ingabbiato. È un atteggiamento che denota, a nostro avviso, un preoccupante ritardo nell'elaborazione analitica e nella strategia politica della sinistra, rispetto a un sentimento dominante presso sempre più larghe fasce di popolazione. Riguardo al «tesoretto», bisognerebbe in primo luogo ricordare che esso nasce dalla decisione del governo di costruire la Finanziaria 2007 attorno a una palese sottostima della crescita del reddito, in modo da scatenare l'allarme necessario alla formazione del consenso. Quanto alla destinazione di queste risorse aggiuntive, va tenuto presente che l'intento di impiegarle in massima parte per il «risanamento» si basa sull'obiettivo di azzerare il deficit annuale nel più breve tempo possibile. E è bene chiarire che tale obiettivo - esplicitato nel programma di stabilità del precedente governo e pienamente condiviso dai vertici di quello attuale - risulta ancor più insulso e pernicioso del limite del 3% fissato a Maastricht (la cui arbitrarietà è stata evidenziata nell'attualissimo appello degli economisti, pubblicato sul sito www.appellodeglieconomisti.com). Se venisse perseguito con costanza, l'azzeramento del deficit annuale condurrebbe al funesto paradosso di una soppressione dell'intero ammontare di debito pubblico in rapporto al Pil, il che sortirebbe effetti devastanti sulle capacità di intervento macroeconomico e strutturale del governo, e quindi sul livello, la distribuzione e la composizione del reddito nazionale. Per quanto concerne le pensioni, se ne vorrebbero giustificare ulteriori tagli evocando il pericolo di una futura esplosione della spesa previdenziale. Eppure dovrebbe essere noto che, anche sotto le ipotesi più sfavorevoli, l'incremento massimo previsto, da qui a trent'anni, non supera i due punti percentuali di Pil (un livello pienamente sostenibile in presenza di una diversa gestione del debito pubblico); che la separazione dall'assistenza comporterebbe un'immediata riduzione della spesa previdenziale di oltre un punto di Pil; e che, in ogni caso, la somma della nostra spesa previdenziale e sociale si situa ben al di sotto di quella dei maggiori paesi europei. I presupposti per una credibile alternativa di politica economica ci sono dunque tutti. Eppure la minaccia di una nuova «riforma» delle pensioni è il tema all'ordine del giorno, un tema già oggi sensibile e destinato a rivelarsi decisivo per il rapporto tra il centrosinistra e il suo elettorato popolare. In questo contesto non c'è da meravigliarsi se il malcontento appare sempre più diffuso e se vanno moltiplicandosi le mobilitazioni dei lavoratori contro l'ennesimo attacco alle tutele previdenziali. Sono pertanto benvenute le prese di posizione dei leader di Cgil e Fiom e del segretario di Rifondazione comunista circa la irricevibilità delle pretese avanzate dal ministro del Tesoro. C'è solo da augurarsi che le loro ferme dichiarazioni - che archiviano il pessimo memorandum d'intesa tra governo e sindacati in materia previdenziale e bloccano sul nascere l'azione ribassista di quanti predicano la necessità di un accordo «a prescindere» - valgano anche per le proposte del ministro Damiano e per i suoi «scalini», solo in apparenza più miti ma nella sostanza altrettanto inaccettabili (e incompatibili persino con la lettera e lo spirito del programma dell'Unione). Le pensioni, tuttavia, sono soltanto la punta del classico iceberg. Il fatto è che «risanamento» andrebbe tradotto con «prosciugamento» delle risorse dello stato e della sua capacità di intervenire nell'economia e nella società. Dietro la parvenza di scelte asettiche, il Patto di stabilità costituisce in realtà uno snodo cruciale dell'attacco neoliberista ai diritti sociali e alle condizioni di vita di milioni di lavoratori dipendenti. Per di più, lungi dal sanarle, la politica «risanatrice» sta piuttosto aggravando la perdita di competitività nazionale e la conseguente crisi nei conti esteri che l'Italia condivide con le altre periferie dell'Europa. Per essere concretamente affrontata, questa crisi richiederebbe che, a livello nazionale, massicce risorse venissero destinate a un programma di intervento pubblico nella riorganizzazione degli assetti proprietari, al fine di rimediare alla polverizzazione dei capitali che affligge il nostro paese. E richiederebbe altresì, a livello europeo, che si mettesse in discussione l'insostenibile rapporto asimmetrico tra aree centrali e periferiche dell'Unione. Sono obiettivi ambiziosi, certo. Ma anche indispensabili e urgenti. La crisi nei conti esteri è infatti lì a segnalarci che, seguitando con la patetica litania della deflazione salariale e del «risanamento», la frantumazione non solo della classe lavoratrice, ma della stessa Ue, potrebbe rivelarsi a lungo andare ineluttabile. |