Telefonia mobile

Il mercato degli inganni

di Carlo Ruggiero

 

Gli artifici a cui sono ricorse le compagnie telefoniche per rifarsi della cancellazione dei costi di ricarica

 

“Passata la festa, gabbato lo santo”: in questo modo si potrebbe riassumere quanto sta accadendo nel mercato della telefonia mobile italiana a poche settimane da quella piccola, grande rivoluzione rappresentata dall’azzeramento dei costi di ricarica dei cellulari. È bastato infatti poco più di un mese dall’entrata in vigore del secondo decreto Bersani sulle liberalizzazioni, perché le compagnie telefoniche trovassero una soluzione semplice e sicura per recuperare buona parte degli introiti persi: aumentare in maniera spropositata le tariffe. Tutti gli operatori stanno alzando prezzi, tanto che a conti fatti si registra il 20% di maggiorazione media sulle telefonate e il 50% sui messaggi.

Gli aumenti rischiano di trasformare così la seconda “lenzuolata” Bersani in una vittoria di Pirro per i consumatori italiani. Nel giro di poco più di un mese Wind, Tim, Vodafone e Tre hanno cancellato alcune tariffe (le più vantaggiose per gli utenti), ne hanno cambiate altre e hanno introdotto una serie di piani tariffari nuovi di zecca. Chi intende cambiare operatore o attivare una nuova scheda telefonica, dunque, deve oggi districarsi in una selva di prezzi resa praticamente irriconoscibile dalle ultime novità. In realtà, i casi che stanno scatenando le maggiori proteste sono due: Wind e Vodafone. Oltre ad essere l’ultimo operatore ad aderire al decreto (inizialmente aveva addirittura annunciato di non voler abolire il costo di ricarica per i vecchi clienti che non passavano ad un nuovo piano tariffario), Wind non solo ha eliminato a tappeto le vecchie tariffe e le ha sostituite con altre smaccatamente più care, ma è stata anche la sola compagnia a imporre le novità anche ai vecchi utenti. Il piano tariffario più conveniente, chiamato “Wind 10”, a partire dal 1°maggio viene trasformato unilateralmente e in modo forzato in “Wind 12”. Il che si traduce in un aumento da 10 a 12 centesimi al minuto per le chiamate, da 10 a 15 centesimi per gli sms e da 15 a 16 centesimi per ogni scatto alla risposta. Gli utenti, in sostanza, hanno avuto trenta giorni per decidere: accettare, scegliere un altro piano o cambiare operatore. In più, dal 16 aprile sono aumentati anche i costi per navigare in internet dal cellulare. Sebbene quanto fatto dalla compagnia egiziana sia previsto dalle norme vigenti (le tariffe si possono modificare, basta avvisare in tempo utile i clienti), l’Autorità garante delle comunicazioni sta comunque indagando per controllare che non ci siano state irregolarità.

La stessa situazione si ripropone per Vodafone, che ha innanzitutto mantenuto i costi di ricarica sul servizio “sos ricarica”, per il quale viene ancora trattenuto il costo relativo ad un euro di traffico, ma che ha soprattutto attivato automaticamente, e senza darne comunicazione, un servizio chiamato “sms vocale” a tutti i propri clienti dal giorno immediatamente seguente l’entrata in vigore del decreto. Il servizio, che in seguito a molte denunce è poi stato cancellato, partiva in automatico quando il numero chiamato risultava non raggiungibile, addebitando a chi telefonava ben 29 centesimi, a meno che la chiamata non venisse interrotta entro un secondo e mezzo.

Meno eclatanti, ma comunque svantaggiose per i consumatori, sono invece le modifiche messe in atto da Tim e Tre, entrambe immediatamente conformi alle regole imposte dal decreto Bersani. Sebbene Tim non abbia aumentato le tariffe, ha però incrementato i prezzi per accedere a internet dal telefonino: lo scatto per entrare nel portale mobile, ad esempio, è passato da 20 a 28 centesimi di euro. Stesso discorso per Tre, che non ha cambiato le tariffe ma ha eliminato le ricariche più convenienti, le cosiddette “Power”, mentre ha anche incrementato da 6 a 9 euro il costo per cambiare piano tariffario. Molti non hanno esitato a definire la nuova situazione post Bersani un vero e proprio “far west”; una giungla, detto in altri termini, in cui un punto ulteriore su cui fare chiarezza, ora, è quello dei crediti residui per gli utenti che decidono di cambiare operatore. Una delle novità introdotte dalla Bersani bis, infatti, è proprio la durata illimitata del credito. Ma la legge non specifica se il cliente che sceglie la number portability (spostare il numero su un altro operatore) ha diritto al rimborso della cifra non spesa. Oggi l’unico operatore che ha scelto di restituire il denaro agli ex clienti è Vodafone, ma il servizio è a pagamento, e costa 8 euro. Oltre agli aumenti tariffari, dunque, esistono altri escamotage per il recupero dei costi, come l’illecito mantenimento, e in alcuni casi addirittura l’innalzamento, della penalità per recesso, debitamente mascherata dalla voce “costi”, e la riduzione della commissione per le ricariche offerta ai tabaccai.

Tutte queste manovre, comunque, non sono passate inosservate. Gli esperti del settore calcolano che, con le modifiche messe in atto, le compagnie ridurranno l’impatto del decreto sul mercato italiano dal miliardo e 400 milioni stimato per il 2007 a circa 900 milioni di euro e, mentre monta la protesta, lo stesso ministro Bersani è intervenuto alla Camera confermando di aver ricevuto numerose segnalazioni prontamente girate all’Autorità per le comunicazioni. L’impennata delle tariffe, fra l’altro, risulta ancor più ingiustificata se si considera che il costo fisso di ricarica per i cellulari ha rappresentato finora un’anomalia tutta italiana: nel resto d’Europa le compagnie telefoniche non hanno mai contato su un analogo meccanismo di extra profitto garantito. Nel 2005, i ricavi al lordo dei costi per Tim, Vodafone, Wind e Tre sono stati di circa 1,7 miliardi di euro, corrispondenti a oltre il 15% degli introiti complessivi delle schede prepagate. In particolare, è stato stimato che il margine specificamente riferibile ai soli contributi di ricarica era nell’ordine del 50-55% del totale, per un valore di circa 950 milioni di euro nel 2005.

Ma le anomalie italiane non finiscono qui, anche in considerazione del peso che hanno le ricaricabili in Italia: il 90% del mercato contro il 50% del resto d’Europa. Le linee mobili attive nel nostro paese sono oltre 60 milioni, mentre le carte telefoniche prepagate superano i 52 milioni. Secondo il 12° rapporto sulle telecomunicazioni, presentato lo scorso marzo dal commissario Ue ai Media Viviane Reding, inoltre, l’Italia è il secondo paese europeo con la più alta densità di cellulari, con un tasso di penetrazione del 134% (più di un cellulare a persona) e un aumento del 15% rispetto all’anno scorso. Da un’indagine svolta dall’Istat nel febbraio marzo 2005, riguardante la disponibilità presso le famiglie delle nuove tecnologie, risulta poi evidente l’impennata che ha caratterizzato il mercato italiano negli ultimi anni. Stando ai dati, dal 1997 al 2005 il numero di cellulari posseduto dalle famiglie italiane è triplicato (passando dal 27,3 all’80,8%), mentre nel 2006 l’espansione ha rallentato, proprio a causa di una certa saturazione del mercato. Si tratta insomma di un comparto ragguardevole, anche se a trainarlo sono soprattutto le due aziende “forti” Tim e Vodafone mentre Wind e Tre avevano finora fatto leva soprattutto sui costi di ricarica. In ogni caso, a differenza di ciò che accade negli altri paesi europei, lo sviluppo della telefonia mobile in Italia non sembra aver ancora prodotto una sostanziale modifica delle abitudini dei consumatori.

Secondo l’osservatorio di ricerca inglese Analysys, in Europa Occidentale dal 2004 al 2006, la percentuale di case che usa solo il cellulare è passata dal 9 al 12%. Il numero di minuti di chiamate via cellulare è passato invece dal 28 al 35%. In Finlandia e in Portogallo è persino una casa su tre a non avere linea fissa e rispettivamente il 60 e il 70% di minuti di chiamate avviene via cellulare. In Italia, invece, si continua a telefonare molto con la vecchia rete fissa. È il 33%, infatti, la quota di chiamate fatte via rete mobile sul totale. Ciò significa che da noi un buon numero di consumatori conserva il telefono di casa e molto spesso lo privilegia sul cellulare.

Le “particolarità” della telefonia italiana, fra l’altro, riguardano anche gli strumenti di marketing. A due anni dall’entrata in vigore della legge Giulietti, che riforma le regole relative alla pubblicità ingannevole, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha infatti comminato sanzioni per 1,6 milioni di euro relativamente a beni e servizi di telefonia fissa mobile e integrata, una quota che equivale a quasi il 25% del totale delle multe effettuate. Per l’Authority si tratta di un fenomeno “particolarmente grave, vista l’estrema varietà ed evoluzione delle offerte commerciali che generano disorientamento nel consumatore”. Sotto osservazione, in particolare, gli spot televisivi “che sono risultati carenti quanto a completezza e chiarezza informativa, con l’utilizzo di scritte scorrevoli o in sovrimpressione insufficienti a specificare la portata reale delle offerte”. Le infrazioni registrate sono tra le più varie: si va dalle omissioni circa l’importo dello scatto alla risposta, alla mancata comunicazione di costi di attivazione o di canoni mensili, dalle modalità di tariffazione legate a scatti anticipati o agli effettivi secondi di utilizzo del servizio senza che la pubblicità lo chiarisca. Ma non è solo l’Antitrust ad avere il suo bel da fare per controllare il mercato telefonico, anche il Garante delle comunicazioni è inondato di segnalazioni e proteste. Negli ultimi otto mesi, l’Agcom ha analizzato 3.855 indicazioni di consumatori indignati: questo vuol dire che in un anno ne deve gestire almeno seimila. Corrado Calabrò, presidente dell’Authority ha recentemente ripercorso la via crucis della telefonia in un’audizione alla commissione Trasporti e Telecomunicazioni della Camera, parlando dei disservizi della telefonia fissa come di “una patologia ancora in fase acuta”. Più della metà, e questo è il dato più interessante, riguardano i servizi non richiesti, palla al piede dei consumatori che si ritrovano sempre più spesso con una bolletta gonfiata. In questi otto mesi sono stati adottati 73 provvedimenti con 150 violazioni accertate e le sanzioni comminate valgono oltre 1 milione 500mila euro. Insomma, quello della telefonia mobile in Italia è un mercato innegabilmente florido, ma le vicenda degli aumenti post Bersani sembra confermare ancora una volta come spesso si basi su un modello di concorrenza che non rifugge da colpi bassi, artifici e clausole capestro. Come ha recentemente ricordato Calabrò, si tratta evidentemente di “furberie tipiche di un malcostume radicato, e molto difficile da estirpare”.

 

(www.rassegna.it, Rassegna Sindacale, 2 maggio 2007)