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“Passata la festa,
gabbato lo santo”: in questo modo si potrebbe riassumere
quanto sta accadendo nel mercato della telefonia mobile
italiana a poche settimane da quella piccola, grande
rivoluzione rappresentata dall’azzeramento dei costi di
ricarica dei cellulari. È bastato infatti poco più di un
mese dall’entrata in vigore del secondo decreto Bersani
sulle liberalizzazioni, perché le compagnie telefoniche
trovassero una soluzione semplice e sicura per recuperare
buona parte degli introiti persi: aumentare in maniera
spropositata le tariffe. Tutti gli operatori stanno alzando
prezzi, tanto che a conti fatti si registra il 20% di
maggiorazione media sulle telefonate e il 50% sui messaggi.
Gli aumenti rischiano di trasformare così la seconda
“lenzuolata” Bersani in una vittoria di Pirro per i
consumatori italiani. Nel giro di poco più di un mese Wind,
Tim, Vodafone e Tre hanno cancellato alcune tariffe (le più
vantaggiose per gli utenti), ne hanno cambiate altre e hanno
introdotto una serie di piani tariffari nuovi di zecca. Chi
intende cambiare operatore o attivare una nuova scheda
telefonica, dunque, deve oggi districarsi in una selva di
prezzi resa praticamente irriconoscibile dalle ultime
novità. In realtà, i casi che stanno scatenando le maggiori
proteste sono due: Wind e Vodafone. Oltre ad essere l’ultimo
operatore ad aderire al decreto (inizialmente aveva
addirittura annunciato di non voler abolire il costo di
ricarica per i vecchi clienti che non passavano ad un nuovo
piano tariffario), Wind non solo ha eliminato a tappeto le
vecchie tariffe e le ha sostituite con altre smaccatamente
più care, ma è stata anche la sola compagnia a imporre le
novità anche ai vecchi utenti. Il piano tariffario più
conveniente, chiamato “Wind 10”, a partire dal 1°maggio
viene trasformato unilateralmente e in modo forzato in “Wind
12”. Il che si traduce in un aumento da 10 a 12 centesimi al
minuto per le chiamate, da 10 a 15 centesimi per gli sms e
da 15 a 16 centesimi per ogni scatto alla risposta. Gli
utenti, in sostanza, hanno avuto trenta giorni per decidere:
accettare, scegliere un altro piano o cambiare operatore. In
più, dal 16 aprile sono aumentati anche i costi per navigare
in internet dal cellulare. Sebbene quanto fatto dalla
compagnia egiziana sia previsto dalle norme vigenti (le
tariffe si possono modificare, basta avvisare in tempo utile
i clienti), l’Autorità garante delle comunicazioni sta
comunque indagando per controllare che non ci siano state
irregolarità.
La stessa situazione si ripropone per Vodafone, che ha
innanzitutto mantenuto i costi di ricarica sul servizio “sos
ricarica”, per il quale viene ancora trattenuto il costo
relativo ad un euro di traffico, ma che ha soprattutto
attivato automaticamente, e senza darne comunicazione, un
servizio chiamato “sms vocale” a tutti i propri clienti dal
giorno immediatamente seguente l’entrata in vigore del
decreto. Il servizio, che in seguito a molte denunce è poi
stato cancellato, partiva in automatico quando il numero
chiamato risultava non raggiungibile, addebitando a chi
telefonava ben 29 centesimi, a meno che la chiamata non
venisse interrotta entro un secondo e mezzo.
Meno eclatanti, ma comunque svantaggiose per i consumatori,
sono invece le modifiche messe in atto da Tim e Tre,
entrambe immediatamente conformi alle regole imposte dal
decreto Bersani. Sebbene Tim non abbia aumentato le tariffe,
ha però incrementato i prezzi per accedere a internet dal
telefonino: lo scatto per entrare nel portale mobile, ad
esempio, è passato da 20 a 28 centesimi di euro. Stesso
discorso per Tre, che non ha cambiato le tariffe ma ha
eliminato le ricariche più convenienti, le cosiddette
“Power”, mentre ha anche incrementato da 6 a 9 euro il costo
per cambiare piano tariffario. Molti non hanno esitato a
definire la nuova situazione post Bersani un vero e proprio
“far west”; una giungla, detto in altri termini, in cui un
punto ulteriore su cui fare chiarezza, ora, è quello dei
crediti residui per gli utenti che decidono di cambiare
operatore. Una delle novità introdotte dalla Bersani bis,
infatti, è proprio la durata illimitata del credito. Ma la
legge non specifica se il cliente che sceglie la number
portability (spostare il numero su un altro operatore) ha
diritto al rimborso della cifra non spesa. Oggi l’unico
operatore che ha scelto di restituire il denaro agli ex
clienti è Vodafone, ma il servizio è a pagamento, e costa 8
euro. Oltre agli aumenti tariffari, dunque, esistono altri
escamotage per il recupero dei costi, come l’illecito
mantenimento, e in alcuni casi addirittura l’innalzamento,
della penalità per recesso, debitamente mascherata dalla
voce “costi”, e la riduzione della commissione per le
ricariche offerta ai tabaccai.
Tutte queste manovre, comunque, non sono passate
inosservate. Gli esperti del settore calcolano che, con le
modifiche messe in atto, le compagnie ridurranno l’impatto
del decreto sul mercato italiano dal miliardo e 400 milioni
stimato per il 2007 a circa 900 milioni di euro e, mentre
monta la protesta, lo stesso ministro Bersani è intervenuto
alla Camera confermando di aver ricevuto numerose
segnalazioni prontamente girate all’Autorità per le
comunicazioni. L’impennata delle tariffe, fra l’altro,
risulta ancor più ingiustificata se si considera che il
costo fisso di ricarica per i cellulari ha rappresentato
finora un’anomalia tutta italiana: nel resto d’Europa le
compagnie telefoniche non hanno mai contato su un analogo
meccanismo di extra profitto garantito. Nel 2005, i ricavi
al lordo dei costi per Tim, Vodafone, Wind e Tre sono stati
di circa 1,7 miliardi di euro, corrispondenti a oltre il 15%
degli introiti complessivi delle schede prepagate. In
particolare, è stato stimato che il margine specificamente
riferibile ai soli contributi di ricarica era nell’ordine
del 50-55% del totale, per un valore di circa 950 milioni di
euro nel 2005.
Ma le anomalie italiane non finiscono qui, anche in
considerazione del peso che hanno le ricaricabili in Italia:
il 90% del mercato contro il 50% del resto d’Europa. Le
linee mobili attive nel nostro paese sono oltre 60 milioni,
mentre le carte telefoniche prepagate superano i 52 milioni.
Secondo il 12° rapporto sulle telecomunicazioni, presentato
lo scorso marzo dal commissario Ue ai Media Viviane Reding,
inoltre, l’Italia è il secondo paese europeo con la più alta
densità di cellulari, con un tasso di penetrazione del 134%
(più di un cellulare a persona) e un aumento del 15%
rispetto all’anno scorso. Da un’indagine svolta dall’Istat
nel febbraio marzo 2005, riguardante la disponibilità presso
le famiglie delle nuove tecnologie, risulta poi evidente
l’impennata che ha caratterizzato il mercato italiano negli
ultimi anni. Stando ai dati, dal 1997 al 2005 il numero di
cellulari posseduto dalle famiglie italiane è triplicato
(passando dal 27,3 all’80,8%), mentre nel 2006 l’espansione
ha rallentato, proprio a causa di una certa saturazione del
mercato. Si tratta insomma di un comparto ragguardevole,
anche se a trainarlo sono soprattutto le due aziende “forti”
Tim e Vodafone mentre Wind e Tre avevano finora fatto leva
soprattutto sui costi di ricarica. In ogni caso, a
differenza di ciò che accade negli altri paesi europei, lo
sviluppo della telefonia mobile in Italia non sembra aver
ancora prodotto una sostanziale modifica delle abitudini dei
consumatori.
Secondo l’osservatorio di ricerca inglese Analysys, in
Europa Occidentale dal 2004 al 2006, la percentuale di case
che usa solo il cellulare è passata dal 9 al 12%. Il numero
di minuti di chiamate via cellulare è passato invece dal 28
al 35%. In Finlandia e in Portogallo è persino una casa su
tre a non avere linea fissa e rispettivamente il 60 e il 70%
di minuti di chiamate avviene via cellulare. In Italia,
invece, si continua a telefonare molto con la vecchia rete
fissa. È il 33%, infatti, la quota di chiamate fatte via
rete mobile sul totale. Ciò significa che da noi un buon
numero di consumatori conserva il telefono di casa e molto
spesso lo privilegia sul cellulare.
Le “particolarità” della telefonia italiana, fra l’altro,
riguardano anche gli strumenti di marketing. A due anni
dall’entrata in vigore della legge Giulietti, che riforma le
regole relative alla pubblicità ingannevole, l’Autorità
garante della concorrenza e del mercato ha infatti comminato
sanzioni per 1,6 milioni di euro relativamente a beni e
servizi di telefonia fissa mobile e integrata, una quota che
equivale a quasi il 25% del totale delle multe effettuate.
Per l’Authority si tratta di un fenomeno “particolarmente
grave, vista l’estrema varietà ed evoluzione delle offerte
commerciali che generano disorientamento nel consumatore”.
Sotto osservazione, in particolare, gli spot televisivi “che
sono risultati carenti quanto a completezza e chiarezza
informativa, con l’utilizzo di scritte scorrevoli o in
sovrimpressione insufficienti a specificare la portata reale
delle offerte”. Le infrazioni registrate sono tra le più
varie: si va dalle omissioni circa l’importo dello scatto
alla risposta, alla mancata comunicazione di costi di
attivazione o di canoni mensili, dalle modalità di
tariffazione legate a scatti anticipati o agli effettivi
secondi di utilizzo del servizio senza che la pubblicità lo
chiarisca. Ma non è solo l’Antitrust ad avere il suo bel da
fare per controllare il mercato telefonico, anche il Garante
delle comunicazioni è inondato di segnalazioni e proteste.
Negli ultimi otto mesi, l’Agcom ha analizzato 3.855
indicazioni di consumatori indignati: questo vuol dire che
in un anno ne deve gestire almeno seimila. Corrado Calabrò,
presidente dell’Authority ha recentemente ripercorso la via
crucis della telefonia in un’audizione alla commissione
Trasporti e Telecomunicazioni della Camera, parlando dei
disservizi della telefonia fissa come di “una patologia
ancora in fase acuta”. Più della metà, e questo è il dato
più interessante, riguardano i servizi non richiesti, palla
al piede dei consumatori che si ritrovano sempre più spesso
con una bolletta gonfiata. In questi otto mesi sono stati
adottati 73 provvedimenti con 150 violazioni accertate e le
sanzioni comminate valgono oltre 1 milione 500mila euro.
Insomma, quello della telefonia mobile in Italia è un
mercato innegabilmente florido, ma le vicenda degli aumenti
post Bersani sembra confermare ancora una volta come spesso
si basi su un modello di concorrenza che non rifugge da
colpi bassi, artifici e clausole capestro. Come ha
recentemente ricordato Calabrò, si tratta evidentemente di
“furberie tipiche di un malcostume radicato, e molto
difficile da estirpare”. |