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Misure urgenti e brutti segnali
Il rischio - parlando di
norme per la sicurezza sul lavoro - è sempre
lo stesso: abbondare in retorica e
scarseggiare in misure concrete. Del resto
questo è il paese dove ad ogni problema
«emergente» si risponde varando una nuova
legge. Ma non sempre gli strumenti per farla
applicare vengono poi messi in campo.
Soprattutto quando, come in questo caso, si
potrebbe disturbare la «normale operatività»
delle imprese.
A far sì una legge sia rispettata concorrono ovunque almeno quattro fattori: una diffusa cultura della legalità, norme chiare, organi di controllo all'altezza del compito (per qualità e quantità), sanzioni «convincenti». Uno sguardo anche distratto alla consuetudine italica non può che registrare la debolezza assoluta di ognuno di questi fattori. La migliore delle leggi - e questo «testo unico», nella sua forma attuale, non è la migliore delle normative possibili - è nulla se manca il combinato disposto che può orientare un determinato assetto sociale a comportarsi di conseguenza. Non c'è dubbio che la cultura d'impresa oggi prevalente - specie nella «piccola», che non è affatto «bella», soprattutto da questo punto di vista - consideri i costi per la sicurezza un inutile aggravio che erode il margine di profitto e frena la «competitività». Basta guardare ciò che accade nelle ferrovie - che pure hanno ancora come azionista unico lo stato - per rendersene conto. Non si può quindi non prevedere un incremento della capacità di «repressione», in termini di uomini, mezzi e sanzioni, per stimolare un ceto imprenditoriale recalcitrante a limitare la propria ingordigia; che si rivela così spesso omicida, sia pure per via «colposa». Ma questa capacità «repressiva», per essere convincente, necessita di un atteggiamento generale del governo che vada univocamente in questo senso. Ha bisogno insomma anche di «segnali politici» coerenti. Non va affatto in questa direzione la norma che il ministro dello sviluppo, Luigi Bersani, vorrebbe inserire nella prossima «lenzuolata» di liberalizzazioni: permettere che controlli decisivi di sicurezza sui macchinari siano effettuati da società private anziché - com'è stato finora - da istituzioni pubbliche (l'Ispesl). L'idea di Bersani sembra ricalcare il ruolo che ricoprono le società di revizione dei conti in campo amministrativo. Ma esperienze come quelle di Arthur Andersen nel caso Enron (e non solo) dovrebbero aver dimostrato che la «privatizzazione del controllo» spesso non funziona. E che un'azienda attende con spirito diverso la visita di un fiscalista o quella della guardia di finanza. |