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Telecom, ultimi scampoli dopo anni di
svendite
Giorgio Cremaschi*
La vicenda Telecom
rischia di dare il via ai saldi di fine
stagione, di ciò che resta dell'autonomia
industriale dell'Italia. La possibile
vendita agli americani e messicani
dell'ultima azienda di telecomunicazioni
italiana, conclude infatti un percorso di
privatizzazioni e svendite iniziato vent'anni
fa e ne apre un altro che può persino essere
peggiore. Negli anni '80 e '90 sono stati
liquidati l'Iri e l'intero sistema delle
partecipazioni statali. Si può discutere,
naturalmente, di come veniva gestito quel
patrimonio industriale, ma resta il fatto
che al suo posto non è rimasto nulla. Delle
tante industrie di eccellenza privatizzate e
distrutte ne voglio ricordare una delle meno
note: la Dea di Torino. Questa azienda
costruiva robot di misura per l'industria,
era un vanto sul quale si sono sprecati
convegni e discussioni. Bene, è stata
venduta a una multinazionale americana che
l'ha semplicemente saccheggiata di tutte le
conoscenze e le tecnologie d'avanguardia. Lo
stesso avviene anche con le multinazionali
europee, ricordiamo che la Thyssen Krupp ha
portato via da Terni e dall'Italia la
produzione dell'acciaio magnetico, acciaio
di eccellenza che oggi non facciamo più. E'
una storia lunga quella che porta alla crisi
Telecom, una storia che vede come
protagonista negativo il capitale privato,
quello di destra come quello di sinistra. E'
bene ricordare la distruzione dell'Olivetti
e dell'informatica italiana, iniziata da
Carlo De Benedetti e conclusa con la scalata
a Telecom da parte di coloro che D'Alema
definì «capitani coraggiosi». E che poi
coraggiosi non furono affatto. In tutti i
settori strategici, l'assenza del pubblico
ha comportato o la chiusura o la vendita
alle multinazionali. La classe
imprenditoriale italiana è, sotto questo
punto di vista, una semplice espressione
geografica. Né vale l'esaltazione del
successo della Fiat a cambiare giudizio.
Intanto perché il salvataggio dell'azienda
torinese è stato effettuato partendo dalla
totale negazione del mercato da parte di
banche e famiglia Agnelli. E poi perché la
questione della proprietà del gruppo non è
affatto risolta e non si pensa tanto male se
si ipotizza un futuro della Fiat sotto il
controllo della multinazionale indiana Tata.
Logica vorrebbe che dopo tutte queste esperienze il governo scegliesse di rilanciare l'intervento pubblico nei settori strategici dell'economia. E invece no. Nel nome del mercato ci si disinteressa della vicenda Telecom, si prepara, come ricordava Valentino Parlato, la vendita di Alitalia a Aeroflot o ai texani, ci si dà da fare perché le autostrade vadano agli spagnoli e le banche a chi sa chi. Enel e Eni, ci si obietta, sarebbero in controtendenza perché intervengono all'estero. Già, ma questo avviene, guardacaso, in aziende che sono rimaste a controllo statale. Forse ancora per poco, visto che c'è chi pensa di vendere ulteriori pacchetti azionari di questi due gruppi o di smembrarli per favorire la concorrenza. D'altra parte il disegno di legge della ministra Lanzillotta prevede la privatizzazione di tutti i servizi comunali. Dopo la Att, avremo così la possibilità di conoscere anche le grandi multinazionali dei servizi e dell'energia. Il governo non solo non cambia rotta rispetto a Berlusconi, ma continua sulla stessa strada del lasciar fare al mercato e ai poteri forti. Si autorizza, infatti l'andata in borsa della Fincantieri, che in questi anni ha salvato per l'Italia la produzione delle navi proprio perché era pubblica. Domani le navi italiane si faranno in Ucraina, ma avremo un titolo di borsa in più su cui speculare. Non neghiamo iniziali buone intenzioni al governo Prodi, ma di esse come si sa è lastricata la via che conduce all'inferno. Pochi mesi fa bastò una breve e intensa campagna di stampa contro un suo uomo di fiducia, e il Presidente del consiglio scaricò, oltre al fiduciario, un piano di intervento sulla rete telefonica che avrebbe fermato l'invadenza delle multinazionali. La verità molto semplice è che il mercato libero e regolato, teorizzato da tanti riformisti del centrosinistra, semplicemente non esiste, è una pura illusione ideologica. La sostanza è che contano i poteri reali, gli stati, le imprese, la finanza, le multinazionali e chi si affida a un libero gioco che non esiste, finisce semplicemente giocato. Oggi vince l'Att (a proposito, c'è parentela con quella stessa Att che organizzò in Cile il golpe contro Allende?), domani chissà. O si sceglie l'intervento pubblico o si subisce la prepotenza dei poteri forti del mercato, in mezzo non c'è niente. Ci pensi il governo prima di dover scoprire che l'unico capitalista nazionale rimasto si chiama Silvio Berlusconi. *Segretario nazionale Fiom |