Riceviamo e pubblichiamo il testo della relazione tenuta all'attivo
provinciale tenuto da Lavoro e Società di Firenze lo scorso 29 marzo.
La relazione ci è stata inviata da Montagni Andrea (Coordinatore
LSCR di Firenze) che ringraziamo, accompagnata da una sua
breve nota sarcastica in risposta a
quanto da noi pubblicato sul sito in merito ad una nostra valutazione sulla
pochezza di iniziativa che Lavoro e Società sta mettendo in campo in
una fase così importante, contrassegnata dall'apertura di tavoli
che decideranno molto degli assetti contrattuali e dei modelli
sindacali dei prossimi anni.
Pubblichiamo volentieri la relazione inviataci anche perchè è
l'occasione per approfondire meglio le questioni relative
all'adeguatezza o meno della risposta che la sinistra sindacale in
Cgil sta dimostrando nell'affrontare una fase così importante.
In effetti
la relazione di Montagni parte da alcune osservazioni condivisibili
(anche se parziali) sui limiti e sulle ambiguità di un centro
sinistra che non riesce ad emanciparsi dai richiami liberistici che
lo portano di fatto a mantenere attiva l'efficacia dell'azione di smantellamento delle
normative sul lavoro realizzate negli anni precedenti e, in
particolare col Governo Berlusconi.
Il
problema è però quale piattaforma sindacale possa rappresentare una
risposta a tutto questo. Manca infatti, nella relazione, qualsiasi elemento di
coscienza sui limiti che pure investono l'iniziativa sindacale e sui
caratteri dell'offensiva di Capitale.
Nella
relazione che stiamo esaminando viene infatti valutata
sostanzialmente positiva la
risposta sindacale, così come questa appare ordinata nei punti del documento Cgil Cisl Uil di
febbraio.
In realtà un documento non chiaro
(leggi il documento Cgil Cisl Uil e la
nota del
Coord.Rsu in proposito) tanto che in molti
(anche nella sinistra sindacale Cgil) lo valutano talmente
generico ed aperto da essere considerato una delega in bianco che Cgil Cisl
Uil si sono dati, sia per l'impossibilità di risolvere le divergenze
che su alcuni punti permangono tra le organizzazioni, sia per
permettere alla trattativa di svolgersi senza paletti troppo rigidi, disponibili
quindi alla costruzione di mediazioni che rispondano al bisogno di
risultati che questo Governo ricerca con estrema determinazione.
Una
ambiguità e genericità che sarebbe stata facilmente risolta se solo
si fosse data la possibilità ai lavoratori di esprimersi fino ad
arrivare a definire un mandato chiaro e preciso, cosa che la
burocrazia sindacale si è guardata bene dall'effettuare per non
mettere troppo in fibrillazione le sue divisioni interne ed i
delicati equilibri su cui si fonda oggi il rapporto tra vertici
sindacali e Governo Prodi.
Su
questa debolezza la relazione di LSCR a Firenze non interviene, non ne ravvisa le
genericità, non pone la questione
che quel documento non è mai stato discusso dai lavoratori e che
quindi Cgil Cisl Uil agiscono oggi senza mandato alcuno nel
confronto con Governo e Confindustria.
Nella
relazione ci si
limita a valorizzarne i passaggi più rindondanti ed a chiedere che
Cgil Cisl Uil mantengano la coerenza con quanto da loro scritto, il
che è tutto dire visto che si chiede coerenza su un documento che
non rappresenta una vera piattaforma e su un mandato a
trattare che non esiste..
Un po
poco, sopratutto se consideriamo che, mentre si parla, la trattativa
al tavolo concertativo è già cominciata e già ha fatto saltare alcune di quelle che
Lavoro e Società ancora considera "paletti" di Cgil Cisl Uil, in
primo luogo l'abolizione dello scalone. Anche LSCR si dovebbe essere
accorta che ormai non si parla più di
abrogazione dello scalone di Maroni ma di come diluirne nel tempo
gli effetti. Una cosa, questa, che il Governo ormai considera
"intascata".
Sul
discorso generale delle pensioni la relazione, ce ne scusi il
relatore, è alquanto debole ed inadeguata.
Certo
si parla di pensioni integrative che devono essere "solamente"
integrative a salvaguardia di una pensione pubblica che deve
rimanere il pilastro principale del sistema. Ma nello stesso tempo
si sdogana il trasferimento del TFR ai fondi, presentando
l'operazione (se spiegata bene, dice il relatore) come una scelta
fatta a fronte di risultati e rivalutazioni certe (ma quando mai
..!!) e da difendere dagli attacchi di "alcuni demagoghi".
Come si
fa a non capire che lo smantellamento della pensione pubblica è il
presupposto per una colossale operazione di rastrellamento
finanziario organizzato attorno al lancio dei fondi pensione
finanziari. Lavoro e Società continua a ritenere i fondi integrativi
come una operazione necessaria e nello stesso tempo afferma che ciò
non deve intaccare la pensione pubblica. E' qui la contraddizione,
Una contraddizione così evidente da non permettere a LSCR di mettere
poi in campo una linea efficace di difesa della pensione pubblica.
Certo si sostiene la distinzione in bilancio tra spesa previdenziale
ed assistenziale, si sostiene la necessità di dare copertura
contributiva ai lavoratori precari. Cose giuste e da più parti
richieste, ma che da sole non bastano a salvare la pensione pubblica
come pilastro del sistema previdenziale.
Lavoro
e Società dovrebbe invece oggi dire cosa si deve fare di fronte al
cedimento sindacale, non solo sul Tfr e sull'innalzamento
dell'età di pensionamento, ma anche sulla ambiguità in materia di
coefficienti di calcolo della pensione che ormai tutti accettano
subordinati e rigidamente vincolati ad un rapporto (deciso a
tavolino) tra spesa previdenziale e PIL.
Lo
avevamo già detto (quando tutti eravamo ancora Alternativa
Sindacale) in occasione della controriforma Dini che questo
legame delle uscite previdenziali al PIL sarebbe stato il grimaldello
con cui si andava allo scardinamento del sistema previdenziale
pubblico.
Difendere la pensione pubblica oggi vuol dire liberare le politiche
previdenziali da questo vincolo. Infatti le uscite pensionistiche
non dipendono e non possono dipendere dal PIL ma semmai dalle
entrate del fondo previdenziale, oggi pesantemente messe in
discussione, dalle spese assistenziali (che dovrebbero essere a
carico della fiscalità generale), dalla precarietà lavorativa (e
quindi contributiva) e dai
continui e massicci interventi di decontribuzione delle retribuzione
a tutto interesse delle imprese.
Il
fondo pensione dei lavoratori dipendenti è, appunto e solo dei
lavoratori. Il suo patrimonio dipende esclusivamente dai versamenti
contributivi prelevati dalle retribuzioni, ed il suo equilibrio si
sostanzia nel rapporto tra entrate ed uscite del fondo. Che
c'azzecca il PIL ?
Inoltre, la relazione di LSCR che stiamo analizzando non dice tutto
per quanto riguarda la spesa sociale e la legge 30. Se è
condivisibile la critica al Governo, come spiegata nella relazione,
è assolutamente oscura l'indicazione di lotta, anche dentro
alsindacato, per invertire la tendenza. Avevamo in precedenza lamentato come
questa capacità di critica di LSCR su queste materie, come su altre,
non si trasformasse poi in prese di posizioni esplicite nel
dibattito Cgil. Condividendo le critiche avanzate su stato sociale e
precarietà ci domandavamo allora e ci domandiamo ancora oggi, come
mai LSCR abbia poi votato a favore dei dispositivi del Direttivo
Nazionale Cgil che difendevano le scelte fatte dal Governo in
finanziaria e di come si siano sostenute in questi anni, fino ai più
recenti accordi nei CCNL Acqua e Gas, e Piastrelle, conclusioni
negoziali che di fatto contrattualizzano quella legge 30 che
tutti, a parole, dicono di volere abolire.
Anche
sulla contrattazione sembra non vi sia coscienza degli scenari che
si stanno preparando. E' vero che tutti ancora oggi (anche i
documenti unitari di CGIL CISL UIL) difendono a parole il contratto
nazionale, ma un minimo di esperienza sindacale dovrebbe portare a
capire cosa voglia dire la mediazione raggiunta tra le
organizzazioni in materia di decontribuzione e defiscalizzazione del
salario variabile contrattato in azienda e la disponibilità a "normare"
in sede di confronto con Confindustria e Governo, questo cedimento. Una scelta unitaria che
dovrebbe preoccupare tutte le sinistre sindacali e che andrebbe
combattuta in tutte le sedi del dibattito sindacale visto che in ciò
si attiva un processo che porterà concretamente allo svuotamento del
contratto nazionale.
Tutto
ciò porta alla questione generale della linea Cgil e del ruolo delle
aree programmatiche.
Ancora
si continua a considerare il documento conclusivo del recente
congresso Cgil come la panacea di tutti i mali ? Già in molti lo
ritenevano inadeguato allora (per il suo evidente carattere di
genericità che faceva pensare ad una delega in bianco intascata
dalla segreteria nazionale) e lo è con sempre maggiore evidenza oggi
quando vediamo che il suo impianto non regge alla nuova offensiva
concertativa ed alle subordinazioni verso l'idea di un "governo
amico", che certo tutti criticano ma che non si vuole mettere in
difficoltà con una azione sindacale efficace sul piano della
rappresentanza dei bisogni del mondo del lavoro.
Una
relazione quindi che non esaurisce quello che dovrebbe essere il
livello di analisi e di proposta di una sinistra sindacale che si
dichiara "area programmatica". Manca la comprensione
delle dinamiche oggi in atto, anche nelle derive sindacali, e
conseguentemente manca una proposta di come "agire"
diversamente.
Certo
parliamo di un limite generale, che non investe solo Lavoro e
Società, ma questa sembra meno capace di altri nel cogliere i
cambiamenti negativi che si stanno annunciando e di collocarsi in
termini "programmatici", appunto, per contrastare questa tendenza.
In fin
dei conti, come si vede dalle conclusioni della relazione, l'unico
punto che sembra stare a cuore non è il merito (sul quale, come si
vede, si resta sulle generali cercando di rimanere allineati alla maggioranza Cgil), non è la
costruzione di luoghi e momenti di battaglia vera per il cambiamento
quanto invece la rivendicazione di quelle tutele e di quelle
posizioni che l'apparato di Lavoro e Società non si è costruito con una battaglia
congressuale, ma grazie ad un patto precongressuale di non
belligeranza con l'altra
parte della nuova maggioranza CGIL.
E'
questo che fa oggi di Lavoro e Società, semplicemente, una cordata
della nuova maggioranza Cgil, e non certo un'area programmatica. I
pluralismi a cui si riferisce Montagni nella relazione sono una cosa ben più seria
e fondata. Se il programma di LSCR (che si considera un pluralismo
finito e distinto) si riduce a ripetere la posizione della
maggioranza (magari con toni più da battaglia) ed a non denunciarne
i limiti ... che programma è ?
Noi
rimaniamo convinti che tutta la sinistra sindacale (quella cioè che
ancora si riconosce nella battaglia per una vera emancipazione della
Cgil dalle subordinazioni concertative) dovrebbe tornare ad
analizzare questa fase ed i suoi compiti con maggiore capacità di
critica e meno autoreferenzialità.
Quando
parlavamo di "andar per farfalle" a questo ci riferivamo.
Inoltre
..... La relazione non la cita e non la propone neppure, ma LSCR è
promotrice, a livello nazionale, di un ordine del giorno da far
votare nelle assemblee proprio sul merito dei tavoli concertativi
che si stanno svolgendo.
Il testo dell'ordine del
giorno proposto da LSCR è dimostrativo della marginalità del
ruolo che si vuole giocare nel dibattito in Cgil.
Da un
lato infatti si difende e si valorizza il documento unitario con cui
Cgil Cisl Uil stanno già conducendo il confronto col Governo, mentre
dall'altro si sottolineano alcuni paletti (per altro condivisibili)
da sostenere in sede di trattativa, che non sono assolutamente
specificati nel documento unitario se non in termini generici. Non si capisce quindi come mai LSCR non abbia sostenuto le stesse cose che oggi propone ai
lavoratori di presentare attraverso ordini del giorno, quando ne ha
avuto la possibilità nel dibattito in Direttivo Cgil e nelle
sessioni unitarie con Cisl e Uil, invece di votare a favore in
quelle occasioni.
Inoltre, non si considera il fatto che già la trattativa è in corso,
mentre delle assemblee di luogo di lavoro di cui tutti hanno parlato
per discutere (e votare) il documento unitario non se ne vede
neppure l'ombra.
Cgil
Cisl Uil stanno quindi già trattando, senza aver ricevuto alcun
mandato dai lavoratori.
Aggiungiamo poi che già in fase di avvio della trattativa alcuni dei
paletti più importanti sono stati liquidati dai nostri
rappresentanti sindacali, come ad esempio quello dell'abrogazione
dello scalone Maroni essendo stata ormai dichiarata di fatto una
disponibilità ad andare oltre i 57 anni per l'età pensionabile.
Anche sui coefficienti di calcolo per la pensione si stanno aprendo
varchi preoccupanti avendo dichiarato i sindacati la loro
disponibilità a definire un tetto alla spesa previdenziale.
L'ordine del giorno che LSCR propone di presentare (in realtà in
assemblee che in pochissimi stanno convocando) è allora
abbondantemente inadeguato alla bisogna ed andrebbe quindi
modificato chiedendo la sospensione di ogni trattativa e della messa
in campo di disponibilità sindacali fino a che non si sarà tenuta
una vera discussione nei luoghi di lavoro dando la possibilità ai
lavoratori di discutere e votare il tipo di mandato vincolante da
consegnare ai loro rappresentanti sindacali.
Ma
questo non lo devono chiedere solo le Rsu ed i lavoratori, lo
dovrebbe chiedere (se è veramente convinta delle cose che dice)
anche LSCR esplicitamente ed in tutte le sedi del dibattito
sindacale, se no ... a cosa serve ??
Coordinamento RSU
LavoroSocietà - Area programmatica della
CGIL
Camera del Lavoro Metropolitana
di Firenze
Firenze, 29 marzo 2007
Pace lavoro
benessere
La forza dei
lavoratori e della CGIL - Per un futuro migliore per tutte e per
tutti
Relazione introduttiva
di Andrea
Montagni della Segreteria della CdLM di Firenze
Buongiorno a tutte e tutti.
Voglio ringraziare tutti i presenti.
Un grazie particolare ai dirigenti
dell’organizzazione diversamente collocati e ai rappresentanti delle
forze politiche della sinistra, ai consiglieri comunali, provinciali
e regionali. La vostra presenza è un attestato di considerazione per
il lavoro e l’impegno delle compagne e dei compagni di
LavoroSocietà.
Un grazie grande grande alle compagne e ai
compagni di LavoroSocietà: la sinistra sindacale esiste, è
forte, è impegnata anche nella nostra Camera del Lavoro.
Siamo ad un passaggio delicato.
Le lavoratrici e i lavoratori, i pensionati, la
CGIL e l’intero movimento sindacale si trovano in una situazione
difficile. Anche i vasti movimenti che hanno animato la società in
questi anni affrontano un’analoga difficoltà.
Le attese collegate alla vittoria del
centrosinistra, sebbene molto più attenuate rispetto a quelle
analoghe del 1998, sono andate largamente deluse.
L’approvazione del DPeF e della Legge
finanziaria avevano già dato il segno di politiche contraddittorie e
della mancanza di una chiara volontà di privilegiare il valore del
lavoro nel momento della ripresa economica e del cambio della
stagione politica.
Il Governo manca di un’ “anima” che parli al
Paese e alla nostra gente.
L’immagine riformatrice del Governo è sempre
più debole; molti atti parlano una lingua che non ci piace. Sono
atti che vanno contro la spinta che ha portato alla sconfitta di
Berlusconi. Parlo della decisione su Vicenza; parlo delle continue
esternazioni antipopolari del Ministro-banchiere Padoa Schioppa.
Penso a politiche fiscali che mettono al centro le imprese o che
ragionano solo in termini di “famiglia”, cosicché si corre il
rischio che ad essere premiati siano proprio gli evasori che
dichiarano falsi redditi.
Abbiamo fatto salti di gioia quando
Berlusconi se n’è andato.
Noi non vogliamo più né Berlusconi, né governi
iperliberisti, reazionari e fascistizzanti. Preferiamo mille volte
avere di fronte a noi governi con i quali sono possibili il
confronto e la trattativa. Se posso aggiungere, sono contento di
avere un governo di cui fa parte la sinistra, con i suoi partiti
comunisti, ambientalisti e socialisti.
Ma sappiamo bene quanto il liberismo in questi
anni sia stato pervasivo. Perfino ai tavoli che in questi giorni
abbiamo aperto e chiuso con esiti diversi con i Comuni della
Provincia – tutti di centrosinistra! – ci scontriamo con una
mentalità plebiscitaria che considera il sindacato un interlocutore
scomodo e il confronto sociale una complicazione.
Oltre al contesto conta anche il merito.
Tra Berlusconi e il centrosinistra la scelta è
stata ed è facile. Ma tra gli equilibri della loro politica e gli
interessi dei lavoratori lo sarebbe altrettanto. La CGIL ci ha messo
dieci anni a ritrovare una sintonia profonda con milioni e milioni
di lavoratori. Non butterà a mare la sua credibilità.Non saremo la
ciambella di salvataggio di nessuno!
Sia chiaro: se qualcuno pensasse di farlo
troverebbe il nostro contrasto risoluto. La sinistra di governo deve
esserne consapevole.
La situazione internazionale resta
critica.
La guerra preventiva di Bush è un fallimento
totale. Costa ogni giorno la vita a centinaia di persone in
Afghanistan e in Irak. I focolai di guerra si estendono, come in
Somalia.
Ovunque, il Governo degli Stati Uniti, invece
di ottenere successi, alimenta e suscita nuove leve del terrorismo
internazionale.
L’Italia è venuta via dall’Irak. E’ stata una
grande vittoria del popolo italiano.Abbiamo cancellato un’onta nella
nostra storia.
Adesso tocca all’Afghanistan. Noi siamo per il
ritiro dall’Afghanistan “ senza se e senza ma” . Siamo impegnati
affinché, come è accaduto per l’Irak, si crei una largo consenso al
ritiro, anche tra le forze politiche e in Parlamento.
Per tanta gente “ Roma val bene Kabul ” e non
c’è ancora una maggioranza parlamentare che spinga il Governo a
decidere il ritiro. La mobilitazione da sola non basta, come abbiamo
visto per Vicenza.
Nella costruzione di questo consenso c’è una
carenza della CGIL. E’ un pezzo che la CGIL ha smesso di essere un
punto di riferimento per il movimento della pace. Questo non aiuta.
Le posizioni sono immutate, ma l’iniziativa è
venuta meno. La CGIL tace.
Questo silenzio, il silenzio di una grande
voce, fa sentire qualche starnazzo di gallina che altrimenti
passerebbe inosservato e – soprattutto – ritarda la presa di
coscienza del paese e facilita le forze moderate che ricattano la
sinistra di governo.
Abbiamo sconfitto la destra nel
referendum sulla Costituzione.
La CGIL è stata parte diligente e importante di
questa vittoria.Ma la Costituzione repubblicana e antifascista è
sempre a rischio.
La democrazia plebiscitaria, l’egoismo
travestito da federalismo, l’idea di smantellare i capisaldi di una
repubblica una e indivisibile, fondata sul lavoro sono ancora dietro
l’angolo. Gli attacchi a un sistema fiscale equo e solidale, al
diritto alla salute e allo studio per tutti su tutto il territorio
nazionale, possono essere ripetuti.
Quando difendiamo il contratto nazionale non
difendiamo soltanto un diritto dei lavoratori, contribuiamo a
difendere l’unità d’Italia. Quando difendiamo la scuola pubblica,
laica e democratica, difendiamo l’unità del Paese. Quando difendiamo
il diritto alla salute per tutte e tutti e vogliamo un sistema
sanitario nazionale gratuito difendiamo l’unità del nostro popolo.
L’unità dei cittadini del Nord e del Sud,
uomini e donne, giovani e anziani, autoctoni e migranti è la sua
coesione sociale.
L’unità è la forza della solidarietà e
dell’uguaglianza dei diritti!Restiamo in prima fila per la difesa
della Repubblica.
Vogliamo portare un contributo per una
Europa sociale e del lavoro.
Vogliamo un Europa democratica perché basata
sulla democrazia parlamentare,
che supererà il potere e i diktat di strutture
autoreferenziali e non democratiche come il G8, il Fondo monetario,
l’Organizzazione internazionale del commercio, la Banca centrale
europea.
La CGIL è impegnata con la Confederazione
europea dei Sindacati per portare in Europa i diritti del lavoro e
estendere il modello di stato sociale europeo.
LavoroSocietà contribuisce a questo
lavoro anche con la propria rete di relazioni sindacali nella
sinistra europea, per affermare i principi europeisti e conquistare
l’idea di un diritto del lavoro per tutte e tutti, contro il
tredunionismo e la commistione tra sindacato e imprese.
Siamo impegnati nella lotta per il
diritto alla studio.
Non è solo una questione di crescita e di
sviluppo, che pure sono problemi veri e che alla formazione e alla
ricerca sono indissolubilmente legati. Parlo di un diritto
sacrificato anche dalle scelte di questo Governo che mortifica
l’istruzione pubblica, cede ai privati, non abolisce la Moratti e
lascia senza risorse le Università.
Siamo totalmente a fianco dei lavoratori della
scuola e dell’Università, della Federazione Lavoratori della
Conoscenza; stiamo con gli studenti medi e universitari; siamo
dalla parte di tanti laureati, borsisti, dottorandi che annaspano
per poter svolgere il loro lavoro nell’interesse della scienza e del
Paese.
La questione dei beni comuni e delle
privatizzazioni:
raccogliamo le firme per la legge d’iniziativa
popolare sull’acqua; raccogliamo le firme per la petizione europea.
Finalmente, tutto il sindacato si sta schierando bene. Andiamo
avanti!
Bisogna fare un bilancio vero delle
privatizzazioni.Sono state un fatto negativo. Hanno messo a
repentaglio settori importanti dell’economia; hanno favorito i
monopoli e il capitale finanziario a danno dei settori produttivi e
della concorrenza
e, soprattutto,hanno penalizzato con tariffe
sempre più esose i cittadini, mettendo a rischio consumi come
l’acqua, la luce, il gas indispensabili per una vita civile.
Siamo in campo contro la Legge Bossi-Fini
Sembra quasi sia accaduto un secolo fa e invece
sono passati pochi anni da quando, per la prima volta, in Toscana,
la CGIL prese posizione contro la realizzazione di un Centro di
Permanenza temporanea, questi lager per migranti. Lo volevano fare a
Signa, tutti d’accordo il Presidente Martini e il Prefetto Serra, e
la CGIL si oppose. E c’era la Turco-Napolitano, non la Bossi-Fini!
Allora abbiamo vinto, costruendo un vasto
schieramento.
Oggi tutta la CGIL, in tutta Italia, si batte
per chiudere i CPT, per abrogare la Bossi-Fini, per l’accoglienza e
i diritti dei migranti.
La lotta al lavoro nero, la battaglia per
l’emersione contro la schiavitù del caporalato e della tratta delle
braccia sono il contributo principale del sindacato alla lotta per
l’integrazione e per una società multietnica e solidale.
Si è aperto il confronto con il Governo.
E’ cominciato male. I sindacati di categoria
del Pubblico impiego, dopo la quelli della conoscenza, sono stati
costretti a proclamare sciopero.
Il Ministro Padoa Schioppa, questo emissario
della finanza e del capitale, sempre lui!, ha smentito le intese
che erano state raggiunte con il Ministro della Funzione pubblica.
Un Governo inaffidabile sul piano degli impegni e delle intese
sarebbe un pericolo e una minaccia.
Prodi rifletta bene.
Prodi si è presentato al tavolo dichiarandosi
per l’aumento della età pensionabile e la revisione periodica dei
coefficienti. Se il giorno si vede dal mattino, è già un bel casino!
Per fortuna siamo arrivati al tavolo con una
posizione unitaria con CISL e UIL. La posizione unitaria è un bene.
Riduce i margini di manovra del Governo, dà più forza al movimento
sindacale.
Ma la vera forza del movimento sindacale è il
rapporto con i lavoratori. La posizione unitaria va fatta vivere tra
i lavoratori, perché nessuno la stravolga o la dimentichi al tavolo.
Bisogna continuare a fare le assemblee, bisogna continuare ad
ascoltare. E non bisogna avere paura che la gente disturbi il
manovratore, perché cerca di mettere paletti o di rafforzare “da
sinistra” il documento unitario.
Lo abbiamo
chiaro o no? che i lavoratori non danno deleghe in bianco e che
anche noi siamo sotto esame. La gente vuole vedere se siamo
coerenti, se facciamo sul serio o se siamo subalterni al quadro
politico. Se faremo il nostro dovere, apprezzeranno anche gli
eventuali compromessi. Ma se penseranno che li abbiamo presi in
giro, non ce la perdoneranno. E farebbero di molto bene!
Lo vediamo in questi giorni nelle assemblee
sulla previdenza integrativa.
I lavoratori partono prevenuti, ma se si
discute capiscono e scelgono con cognizione di causa di sostenere i
fondi, optando per le soluzioni che salvaguardino un rendimento
certo e si liberano delle bugie messe loro in capo dai padroni,
dalla destra e da qualche demagogo.
Ma i fondi pensione non sono la soluzione.
Integrativi si chiamano, per l’appunto, non
sostitutivi. La campagna per i fondi pensione non può sostituire la
lotta per restituire alla pensione pubblica a ripartizione, basata
sui contributi obbligatori, il compito di assicurare una quiescenza
dal lavoro dignitosa e corrispondente al lavoro svolto.
Per questo, consideriamo le attuali posizioni
della CGIL sulla previdenza un risarcimento per gli errori commessi
al tempo della Dini, quando vennero dette cose mirabolanti e non
vere sulle conseguenze della controriforma.
La Dini ha messo i conti in ordine e chi dice
il contrario mente, ma ha avuto un costo sociale altissimo per le
nuove generazioni. A questo va posto rimedio!
Pensioni dignitose per giovani e anziani,
separazione tra assistenza e previdenza, equilibrio dei fondi
realizzato attraverso il riconoscimento al diritto alla
contribuzione per tutti i lavoratori, riconoscimento della fatica
del lavoro, flessibilità dell’età pensionabile solo con incentivi,
riconoscimento dei periodi di non lavoro.
La piattaforma è chiara:
il Welfare (cioè le politiche di benessere)
vanno rafforzate, non indebolite!
La CGIL lo ha detto per tempo:la spesa sociale
in Italia è al di sotto della media europea. Va aumentata.
Le maggiori entrate devono servire a garantire
risorse per lo stato sociale; vanno spese per rafforzare le tutele
per i giovani,per gli anziani, per le donne, per i lavoratori.
Al tavolo di confronto ci si presenta per
cambiare in meglio, non per fare scambi. Abbiamo detto in epoca non
sospetta che la stagione degli scambi è finita. Il lavoro deve
tornare ad essere questione centrale. I lavoratori hanno dato per
anni, adesso è il momento che passino all’incasso. Dopo quattordici
anni, mi pare il minimo.
Attendiamo il Governo alla prova sulla
Legge 30 e il Pacchetto Treu.
I nominalismi contano poco. Conta la sostanza.
Il sindacato, tutto il sindacato, anche in
Europa, si sta pronunciando contro la flexsecurity che per
funzionare avrebbe bisogno di quintuplicare la spesa pubblica e il
costo del lavoro nelle aziende per garantire un reddito adeguato per
i tantissimi periodi di non lavoro.
In realtà, “flexsecurity” è parola
malata, un neologismo che vuole nascondere un futuro di incertezza
totale per i lavoratori, un modo per aggredire l’idea che il
rapporto di lavoro a tempo indeterminato sia il rapporto di lavoro
normale.
Ebbene, noi adoriamo la normalità. Lasciamo
loro questa “modernità” che sa così d’antico, quando ancora non
c’erano le politiche di stato sociale e i lavoratori erano alla
completa mercé dei loro padroni.
Vogliamo la riforma degli ammortizzatori
sociali, ma vogliamo l’estensione dei diritti, il ripristino delle
percentuali per via contrattuale delle tipologie di lavoro atipiche,
l’abolizione del lavoro a chiamata e di tutte le forme di lavoro non
tutelate o offensive per i lavoratori.
Nel 2002, la CGIL ha raccolto cinque milioni di
firme su una proposta di legge per equiparare tutte le forme di
lavoro subordinato, estendendo le tutele.
Quando c’è stato il referendum per
l’estensione dell’articolo 18, la CGIL scelse coerentemente, pur non
avendolo promosso, di fare campagna per il SI.
Noi abbiamo memoria e, con orgoglio,
rivendichiamo tutto. Questa è la nostra base di partenza.
Per questo, rivendichiamo con forza la scelta
di andare alla manifestazione contro la precarietà del 4 novembre
che è stata una grande occasione per porre il lavoro al centro della
vita politica del Paese,
e un’occasione persa per la CGIL.
Sappiamo quanto è difficile esercitare
coerentemente la linea decisa dal Congresso.
Abbiamo posto all’ordine del giorno la
ridistribuzione della ricchezza, attraverso le politiche dello stato
sociale, un patto fiscale di cittadinanza e politiche salariali
contrattuali coerenti.
Ci siamo posti obbiettivi di natura offensiva,
venendo da una lunga stagione difensiva nella quale salari e diritti
sono stati mortificati e il capitale ha aggredito e vinto,
appropriandosi di tutta la ricchezza prodotta.
E’ una scelta che il sindacato sta facendo
anche in Europa. Ma i rapporti di forza economici (ci sono ancora
fattori strutturali di crisi), politici (il liberismo predomina su
scala mondiale), sociali (il movimento sindacale si è fortemente
indebolito in quasi tutto il mondo) giocano a nostro svantaggio.
Il documento unitario riconosce il valore del
Contratto collettivo nazionale di Categoria e accetta il rapporto
gerarchico tra contrattazione nazionale e contrattazione di secondo
livello.
E’ un passo in avanti che anche CISL e UIL
hanno sottoscritto. Ci rafforza nel confronto con Confindustria.
A differenza di altri, non diamo il voto alle
categorie sulla pratica contrattuale.Abbiamo il massimo rispetto di
tutti. Quello che ci sentiamo di dire è che ancora la svolta non si
è realizzata e che l’obiettivo che ci siamo posti è lontano.
Le indicazioni: intanto, crediamoci e
cominciamo a discutere come articolare nelle piattaforme questi
principi. Senza chiedere l’impossibile, liberiamoci dagli abiti
mentali che ci siamo costruiti negli anni dopo il 1992, quando
abbiamo introiettato l’idea che i salari reali non potevano
crescere.
Proviamo a rivendicare il maltolto!
E soprattutto. Estendiamo in tutte le categorie
il metodo democratico. I lavoratori devono essere consultati mentre
si preparano le piattaforme, sulle piattaforme e sull’esito finale.
I criteri di verifica della rappresentatività
delle organizzazioni sindacali previsti per il pubblico impiego
possono essere estesi a tutte le categorie.
Sulla base dell’esperienza fatta sappiamo che è
necessaria su questo una intesa con CISL e UIL. Ma i nostri
interlocutori devono sapere: la democrazia da forza al movimento
sindacale; non esiste democrazia senza regole.
Siamo per regole condivise che facciano salvi
due principi: certezza della titolarità della contrattazione,
validazione democratica delle intese.
Siamo per un pluralismo fondato sulle
aree programmatiche.
Care compagne e cari compagni, tutto quel che
ho detto finora è patrimonio largamente condiviso.
Certo, altri porrebbero altri accenti o si
esprimerebbero in forma diversa, perché diverse sono le culture e le
esperienze.
A chi ci chiede “ma perché non vi sciogliete
ora che abbiamo fatto il congresso assieme?”, rispondiamo non
soltanto che il mantenimento dell’area era nel patto congressuale
unitario, come tutti hanno letto nei documenti del congresso, ma che
il pluralismo di idee, di storie e di culture vive se assume forma
organizzata, fino a che, liberamente,questa necessità viene
avvertita. Altrimenti c’è l’omologazione.
Compagne e compagni, il conflitto e la lotta di
classe sono valori, non solo metodi di lotta, o complicanze con cui
fare i conti, il lavoro non deve essere subordinato all’impresa ed
il frutto del lavoro deve andare a chi lavora.
Nella lunga storia della CGIL, nella quale
tutti ci riconosciamo, ci sono pagine tra loro diverse, ci sono
culture diverse, rivoluzionarie e riformiste, tredunioniste e
classiste, comuniste e socialiste, ma basta la storia recente,
quella che diventa cronaca col passare dei giorni, a definire
pluralità di orientamenti e di vocazioni strategiche.
Abbiamo una valutazione negativa della linea
sindacale perseguita dal 1979 al 2002.
Sono uno dei 12 compagni del Direttivo
nazionale della CGIL che votarono contro il Pacchetto Treu, allora
isolati ed oggi confortati dall’esperienza di 10 anni.
In quel voto – e in quello precedente
sull’accordo di luglio 1993 – stanno le prime prove organizzate per
una concezione classista, conflittuale e democratica del sindacato.
Nel 1984, dopo la stagione di lotta degli
autoconvocati e l’esaurirsi della vecchia “sinistra sindacale”, ebbe
inizio la lotta per affermare nella CGIL un pluralismo basato sulle
differenti opzioni programmatiche sindacali, contro il pluralismo
nobile, ma ingessante delle componenti di partito. LavoroSocietà,
area programmatica è parte ed erede di quella storia.
Preferiamo la trasparenza di un area
organizzata alle cordate informali tra i dirigenti, basate sugli
affidamenti reciproci o su patti di gestione che ci renderebbero
troppo simili ai nuovi partiti leggeri.
E, coerentemente con la proposta di riforma
dell’organizzazione, non vogliamo subordinarci ad un pluralismo di
strutture che annulli il dibattito interno alle categorie e ai
territori creando tanti potentati quanti sono i segretari generali.
Noi non neghiamo il pluralismo delle strutture,
né quello tra interessi diversi che sono presenti nel mondo del
lavoro, persino in una stessa categoria o azienda. Siamo per stabile
una gerarchia dialettica tra ciò che è principale e ciò che è
secondario, tra ciò su cui possiamo far leva per unire e quello che,
al contrario, può – se accentuato – favorire divisioni.
Siamo per un sindacato generale e unitario! Un
sindacato nel quale il confronto e la discussione investano tutta
l’organizzazione, con analoghe modalità in tutte le strutture. Un
sindacato messo al riparo dal rischio di diventare un drago dalle
molte teste. Vogliamo avere tanti cuori, tante anime, tante
articolazioni, ma essere vaccinati –anche nelle modalità di
discussione – da rischi di separazione che passino per pratiche tra
loro antagoniste delle federazioni di mestiere.
La politica è in movimento.
La crisi aperta a sinistra nel 1989 non ha
trovato ancora soluzione.
Sta per nascere un nuovo partito moderato che
ingloberà larga parte della sinistra italiana.
Fassino ha detto che sarà un “partito del
lavoro”.Mi auguro abbia ragione.
Questo però posso dire:un partito del lavoro
può essere un partito dei diritti civili, un partito dell’ambiente e
dei consumatori, un partito della pace e della solidarietà –forse
dovrebbe essere tutte queste cose! -ma non può essere un partito
dell’impresa e del mercato! Come si dice, non si può servire
contemporaneamente dio e Mammona. Il futuro partito democratico
vorrebbe essere come Arlecchino e rischia di essere peggiore di
quello che dice di essere.
Il movimento operaio ha bisogno di una forza
politica Il sindacato non lo è e non lo può essere. Possiamo aver
fatto i supplenti, ma non vogliamo entrare in ruolo. Abbiamo altri
compiti.
Mi auguro che a sinistra trovino la forza per
una vera unità. Abbiamo bisogno dell’unità a sinistra.
Salvaguardino gelosamente identità e culture,
ma scelgano di unirsi. Come, si vedrà.Ma facciano questa scelta! La
loro è una responsabilità storica.
Come sindacato diciamo alle forze politiche, a
tutte indistintamente,che teniamo alla nostra autonomia e non
accetteremo rapporti privilegiati o di determinare la nostra linea
politica alle loro esigenze tattiche. Non siamo neutrali, né
indifferenti, siamo autonomi. L’autonomia è uno dei fondamenti
dell’unità nuova che abbiamo conquistato in questi anni.
L’unità che abbiamo è un grande bene.
Negli anni successivi al 2002, la CGIL ha
affrontato una grande prova, completamente isolata sul piano
politico e sindacale.
Ha superato quella prova perché ha rafforzato e
allargato il suo rapporto con le lavoratrici e i lavoratori, con i
pensionati, con le nuove generazioni che il mercato vorrebbe
condannare alla precarietà e all’incertezza.
E’ stata capace di ascoltare e orientare. Lo ha
fatto anche perché – per la prima volta dopo 10 anni – ha trovato
una forte e salda unità interna. Questa unità è un bene prezioso. Se
la perdiamo sono guai.
Ci sono persone che considerano l’unità buona
per i tempi brutti e la rigettano tutti contenti appena scorgono un
raggio di sole. Sbagliano. L’unità è difficile da realizzare e
facile da disfare.
Il fondamento dell’unità è il rapporto con i
lavoratori, perché i lavoratori spingono all’unità per contare di
più, per vincere.
L’unità è fatta anche di pluralismo, di
capacità di dialogo e di compromessi. Sbagliano quei dirigenti che
cercano di trasformare l’unità in unanimismo. La discussione è il
sale che da sapore al nostro pane quotidiano. Il dissenso è una
ricchezza. L’unità deve essere una scelta, libera, consapevole,
condivisa. L’unità è un risultato, che non va mai dato per scontato.
Anche oggi che siamo parte della maggioranza
congressuale, preferiamo un processo che porta a decisioni
condivise, alla logica pura e semplice di maggioranza.
Le regole che ci siamo dati sono valide, vanno
solo affinate sulla base dell’esperienza.
L’unità strategica dell’organizzazione è fatta
di regole condivise ed applicate.
Sono regole che sono costate anni di lotte e di
confronti. Vanno bene. Si tratta di affinarle appunto, non di
stravolgerle.
L’unità dei gruppi dirigenti è fatta di
scelte politiche comuni e di patti solidali.
Abbiamo un patto, quello dei 12 segretari
confederali, su come gestire l’avvicendamento negli esecutivi. E’ un
patto pubblico e trasparente che tutti conoscono.
Nell’organizzazione - anche a Firenze -
cominciano a cambiare alcuni segretari generali, ma ancora nessuno a
chiesto a qualche compagna o compagno di LavoroSocietà
la disponibilità. Non ho nulla da rivendicare, perché il diritto
di proposta spetta ai Segretari generali confederale e di categorie
dei centri regolatori.
Tra noi ci sono sia compagni con una lunga
esperienza sindacale, sia giovani quadri da sperimentare. Non
mancano uomini e donne capaci, manca l’altrui consapevolezza
politica,
o peggio manca la volontà di cementare l’unità
anche sul piano organizzativo.
Dobbiamo difendere la CGIL da qualsiasi
attacco.
I tentativi di usare la CGIL per nascondersi ed
effettuare attività eversive vanno stroncati sul nascere. Occorre
vigilanza e occorrono provvedimenti organizzativi adeguati.
L’intransigenza si deve accompagnare alla capacità di interlocuzione
e di dialogo.
Solo un imbecille potrebbe confondere il rigore
dell’azione disciplinare – quando necessaria – con una campagna
contro il reclutamento di giovani leve nei luoghi di lavoro e nei
luoghi di aggregazione sociale o cercare di approfittarne per
reprimere il diritto legittimo al dissenso o la libertà di pensiero.
La CGIL sta crescendo, ma c’è un ma..
Ma la crescita non deve trarre in inganno: la
capacità di tutela contrattuale non è cresciuta;
si è estesa la fascia di lavoratori privi di
tutele.
Le attività di servizio e di tutela individuale
sono importanti, decisive per tantissimi lavoratori, specie i più
deboli e gli anziani, ma non possono sostituire il peso e il ruolo
dell’azione contrattuale nella vita sindacale.
Chi considera i lavoratori “clienti” – come mi
è capitato di leggere su un brutto manifesto – ha già rinunciato
alla funzione e al ruolo del sindacato.
Il sindacato per crescere ha bisogno di vincere
e contrattare. Ha bisogno di essere socialmente utile per quelli che
rappresenta.
Questa è la sfida dei prossimi anni.
Per vincerla abbiamo bisogno di una nuova leva
di dirigenti sindacali, espressione del mondo del lavoro che cambia,
capaci di interagire con l’insieme della società.
Anche se è difficile, dobbiamo cercare queste
compagne e compagni nei luoghi di lavoro, nel mondo del lavoro,
anche in quello precario.
Quando guardo alle compagne e ai compagni che
hanno dato vita da Democrazia consiliare in poi all’esperienza di
una sinistra sindacale organizzata per aree programmatiche e
documenti congressuali, riconosco compagne e compagni che tutti
vengono da una fabbrica, da un negozio, da un ufficio. Tutti passati
al vaglio dei Consigli dei delegati e delle RSA. E’ un pregio in
comune con la stragrande maggioranza dell’attuale gruppo dirigente
confederale. E’ una caratteristica comune a tutti i nuovi quadri che
abbiamo a candidato ad entrare a tempo pieno in CGIL Ne siamo
orgogliosi.
Nessuno potrà dire che alleviamo polli in
batteria o che cerchiamo gente nelle scuole altrui. Anche se le
altre scuole possono a volte formare persone altrettanto capaci o
più capaci della scuola della lotta di classe. Alle regole, come si
sa, si possono sempre fare eccezioni.
Il luogo di lavoro, fosse anche quello di un
lavoro precario e ipersfruttato, pur nelle difficoltà dell’oggi,
deve restare il canale maestro di reclutamento.
Oggi siamo qui riuniti per confermare il nostro
impegno per fare più forte la CGIL su una linea sindacale di classe,
perché il domani deve essere delle lavoratrici e dei lavoratori, il
cui lavoro produce tutta la ricchezza e le condizioni per un futuro
migliore per tutti.
Viva la CGIL e viva il nostro impegno per
organizzare, rappresentare e tutelare i lavoratori e assieme a loro
le masse oppresse e sfruttate del nostro paese!
-------
Cari compagni,
visto l'interesse con il quale ci
seguite vi mando la relazione di apertura dell'assemblea
chiappafarfalle del 29 marzo.
Vi segnalo che i "vips" intervenuti
sono stati solo tre su 18 interventi.
Buon lavoro
Andrea Montagni
Era ora che altri di Lavoro e società
mettessero in circolo (anche inviandocele) le loro elaborazioni in
merito alle iniziative da loro sostenute, vista la scarsità del
materiale circolante sull'attività di LSCR.
Certo nella sinistra sindacale è aperto un
confronto sul che fare e sulle
prospettive della stessa, ed in questo si giustifica "l'interesse"
con cui cerchiamo di seguire anche il percorso di LSCR. Ringraziamo
quindi Montagni per il contributo che ci ha mandato, come già altri
della sua area hanno fatto in passato.
Coord. RSU.
------
Fac simile di ordine del
giorno sul documento unitario CGIL-CISL-UIL Testo da adattare,
modificare o integrare e da proporre all'approvazione delle
assemblee indette nei luoghi di lavoro
Le lavoratrici e i lavoratori
della..................................................................
riunite/i il giorno………………………in assemblea, considerano il documento
unitario CGIL CISL UIL la base di riferimento per determinare
richieste esplicite e vincolanti da avanzare al Governo nei vari
tavoli di confronto. Nella trattativa il sindacato dovrà esercitare
il mandato ricevuto al fine di ottenere quanto richiesto, mantenendo
una forte autonomia e preservando l’unità dentro ad un percorso di
democrazia. Ciò dovrà avvenire attraverso un forte rapporto con i
luoghi di lavoro, consegnando ai lavoratori di tutte le categorie e
ai pensionati il diritto di conoscere e di decidere sugli eventuali
mandati e accordi e arrivando al voto finale con il referendum con
il metodo seguito nel 1995. I lavoratori e le lavoratrici in
particolare ribadiscono:
-
la necessità di mantenere
al centro la richiesta di politiche di sviluppo e di crescita
per la “buona” occupazione e la sostenibilità ambientale, e di
proseguire l’azione contro il lavoro nero e precario;
-
il bisogno di una nuova
politica economica e sociale con al centro il lavoro, che
favorisca la crescita delle retribuzioni dei lavoratori
dipendenti che hanno subito una perdita costante del loro potere
d’acquisto;
Sul fronte della previdenza
le lavoratrici e i lavoratori sottolineano che il fondo Inps dei
lavoratori dipendenti è in attivo da sempre e chiedono:
-
di cancellare l’iniquo
scalone “Maroni” introdotto dal precedente Governo di
centrodestra;
-
di mantenere il diritto
alla pensione di anzianità con la formula 57 anni di età e 35 di
contributi, prevedendo l’annullamento delle finestre dopo i 40
anni di contributi e l’eventuale innalzamento solo con
incentivazioni e volontarietà, tenendo presente che certi lavori
di usura fisica e psichica non possono essere esercitati oltre
una certa età, e che le donne vivono e lavorano in condizioni
non equiparabili a quelle degli uomini;
-
di rinnovare e di
migliorare un sistema previdenziale e sociale improntato sulla
solidarietà e l’equità, dentro ad una cornice di diritto e di
tutele universali, con una nuova legislazione del lavoro che
superi politiche, scelte, leggi e culture che hanno prodotto
ingiustizie, precarietà diffusa e divisioni nel mondo del
lavoro.
-
di separare, finalmente,
la spesa assistenziale da quella previdenziale (elemento
essenziale per un sistema pubblico che vedrà tra pochi anni
tutti i lavoratori soggetti al sistema contributivo). Sotto il
capitolo previdenza deve stare esclusivamente ciò che attiene al
rapporto diretto tra i contributi versati e la futura pensione,
lasciando l’assistenza alla fiscalità generale.
-
di intervenire sulla
erosione vergognosa del valore delle pensioni, al fine di
garantire il loro potere d’acquisto, a partire da quelle
sostenute da contributi lavorativi.
-
di estendere i diritti
sociali e le tutele alle lavoratrici e ai lavoratori che oggi ne
sono esclusi, anche con una profonda riforma degli
ammortizzatori sociali e ridefinendo la normativa per la
copertura figurativa.
Inoltre i lavoratori e le
lavoratrici ritengono inaccettabile e socialmente insostenibile,
qualsiasi intervento che ritocchi al ribasso i coefficienti di
calcolo per la pensione di una generazione che ha già subito una
riduzione con il sistema contributivo introdotto con la riforma Dini.
Ribadiscono che solo il sistema pubblico può garantire una pensione
certa, sicura e conveniente; per questo occorre intervenire per la
sua difesa, salvaguardando un rapporto equilibrato tra la
contribuzione (quanto il lavoratore versa) e la prestazione (quanto
viene restituito in forma di pensione) al fine di garantire una
pensione adeguata, per non spingere le nuove generazioni verso forme
assicurative private sostitutive.
A tale proposito confermano la necessità di rafforzare il patto tra
le generazioni avendo attenzione ai diritti e ai bisogni dei
giovani.
Respingono l’ipocrita tesi per la quale padri egoisti difenderebbero
i loro privilegi, rendendosi responsabili del fosco avvenire dei
propri figli; una tesi che cerca anche di trasformare un fatto
positivo come l’allungamento della speranza di vita, una conquista
sociale attribuibile a molte delle nostre lotte, in un problema, in
un costo economico faticoso da reggere.
Sono queste le risposte e le scelte che vogliamo da un Governo che
deve dare unitariamente un messaggio coerente nei confronti del
mondo del lavoro e presentarsi ai tavoli negoziali con delle
proposte univoche. Chiediamo a CGIL CISL UIL di esercitare, in piena
autonomia, tutte le forme di pressione e di mobilitazione, compreso
il ricorso allo sciopero generale di fronte a eventuali chiusure,
per indirizzare il Governo verso politiche innovative redistributive,
eque e rivolte al sociale, con l’utilizzo di parte delle risorse
finanziarie provenienti dalla lotta all’evasione, dai privilegi dei
settori corporativi e dalla ripresa in atto.
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