Quanto manca all'attacco contro l'Iran?
Dossier
Un dossier
di Contropiano documenta le reali motivazioni e
il pericolo imminente di una nuova e devastante
guerra in Medio Oriente: quella che USA, Israele
e Gran Bretagna stanno per scatenare contro
l'Iran. Di questo non sembrano accorgersi
senatori e deputati che hanno discusso di
missioni militari e politica estera nel vuoto
pneumatico delle sale parlamentari. Ma anche
dentro settori del movimento non sembra ancora
esserci l'attenzione e l'analisi adeguata a
questa nuova e terribile minaccia. Il dossier,
da leggere nel suo insieme, segnala questo
allarme
Interventi,
articoli, traduzioni di: Sergio Cararo, Mauro
Gemma, Dimitri Sedov, Jhon Pilgher, Giulietto
Chiesa, Leonid Ivashov, Gennaro Carotenuto,
Lucio Manisco, William Lowther, Colin Freeman.
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A quando l’attacco militare
contro l’Iran?
Sergio Cararo
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“Di fronte alla possibilità che
l'Iran si doti di
armi nucleari, Israele si sta
preparando a una guerra contro Teheran e
la Siria” ha scritto recentemente il
Sunday Times, citando fonti governative
e militari israeliane.
La conclusione che la guerra con questi
due paesi sia
inevitabile, afferma il giornale, viene
dal recente conflitto con Hezbollah:
secondo fonti della difesa, ci si è resi
conto che troppa energia era stata
sprecata con i palestinesi, mentre la
vera minaccia alla sopravvivenza di
Israele, rappresentata da Siria e Iran,
veniva trascurata.
"La sfida che viene da Siria ed Iran è
ora al primo posto nell'agenda della
difesa israeliana, più in alto di quella
palestinese", ha detto una fonte della
stessa difesa al Sunday Times (1)
I
giornali ed i governi europei,
hanno passato sotto
silenzio la lettera inviata a metà
settembre dagli ispettori dell’AIEA al
Congresso USA accusandolo di aver
manipolato le loro relazionii sullo
stato reale del programma nucleare
iraniano. Nei mesi precedenti era stato
invece messo il silenziatore sul
rapporto indipendente di un gruppo
plurinazionale di scienziati rivelato
dal “Washington Post”.
Se il
rapporto degli ispettori dell’AIEA
smentiva di avere prove concrete del
possibile uso
militare del nucleare iraniano, il
rapporto degli scienziati indipendenti,
aveva ulteriormente demolito la campagna
mediatica, politica e diplomatica contro
l’Iran sulla vicenda del nucleare.
Questo gruppo di scienziati ha scoperto
che i residui di
uranio “per la bomba iraniana”,
appartengono in realtà ad un vecchio
silos pakistano portato pubblicamente
(per l’Agenzia Atomica Internazionale)
in Iran per essere bonificato.
Il Washington
Post ha affermato perentoriamente che
questa rapporto priva la campagna
anti-iraniana dell’amministrazione Bush
del suo argomento principale (1).
E’ noto a
tutti che gli artefici principali di
questa campagna contro l’Iran
siano i
cosiddetti “likudzik” cioè i progetti e
i soggetti convergenti della fazione
filo-israeliana nell’amministrazione
Bush con le autorità israeliane vere e
proprie.
Per i primi
la liquidazione – anche manu militari –
dell’Iran significa il completamento del
progetto “Grande Medio Oriente”, per i
secondi rappresenta l’eliminazione di
una potenza regionale rivale che
sostiene apertamente organizzazioni come
gli Hezbollah libanesi e rimane l’unico
fattore di
equilibrio nei confronti della
strapotenza militare e nucleare
israeliana. A questa campagna si è unito
"volenterosamente" il
premier
britannico Blair, che ha accusato l'Iran
- ma senza averlo dimostrato - di
appoggiare la resistenza irachena nel
sud del paese.
Una
ragnatela contraddittoria nelle
relazioni dell'Iran con USA e
Israele
Che i
rapporti tra Iran, Stati Uniti ed
Israele oggi non siano buoni è evidente
a molti. Sono meno noti i ripetuti
tentativi delle varie amministrazioni
repubblicane (e degli israeliani)
di
utilizzazione dell’Iran per i loro
giochi di destabilizzazione in Medio
Oriente.
Nonostante la
crisi degli ostaggi che costò la
rielezione a Carter nel 1980 e
nonostante l’Iran degli ayatollah
definisse gli USA “Il Grande Satana”,
sono note sia operazioni triangolari
come l’Iran-Contras sia il doppio gioco
degli USA per scatenare l’Iran contro
l’Iraq, e viceversa, nella devastante
guerra che ha dissanguato i due paesi
tra il 1980 e il 1988. Lo stesso
Rafsanjani, fortunatamente e
clamorosamente uscito sconfitto dalle
recenti elezioni in Iran, rappresentava
la corrente dell’establishment iraniano
che intendeva riaprire a tutto
campo le
relazioni con gli Stati Uniti.
Abboccamenti c’erano stati durante
l’invasione dell’Afganistan nel 2001 (i
taleban non erano
affatto amici degli iraniani,
anzi contro la minoranza sciita in
Afganistan erano stati assai pesanti).
E
abboccamenti ci sono stati anche per
cooptare e dare potere nell’Iraq
occupato dagli USA alle milizie
filo-iraniane dello Sciri che si vanno
configurando (insieme a quelle curde)
come il vero braccio armato del governo
fantoccio scaturito dalle elezioni
farsa.
Non solo.
Nel 1998,
Paul Wolfowitz (oggi collocato alla
Banca Mondiale) ma uomo chiave nel team
della prima amministrazione Bush,
pubblicava un rapporto sul Medio Oriente
in cui diceva quattro cose esplicite:
1)
gli USA
devono attaccare l’Iraq,
2)
non
si può permettere che i prezzi del
petrolio siano troppo bassi,
3)
occorre
impedire la destabilizzazione
dell’Arabia saudita,
4)
occorre
riaprire il “dialogo con l’Iran”.
Se un falco
come Wolfowitz auspicava il dialogo con
Teheran, vuol dire
che in quell’ambito esistevano canali
aperti, probabilmente con lo stesso
Rafsanjani e settori dei cosiddetti
“riformisti” (2)
Diverso è
invece il rapporto tra Israele e Iran.
In questo caso possiamo parlare più
di interessi
oggettivi che di dialogo. La destra
israeliana infatti
è dagli anni Ottanta che ha in mente la
riscrittura della mappa geopolitica del
Medio Oriente funzionale ai propri
progetti (3)
In tal
senso ha sempre cercato di
dare vita ad
una diplomazia di interessi verso i
paesi o i popoli “non arabi” dell’area
in funzione destabilizzante nei
confronti dei paesi arabi. E’ il caso
dell’interlocuzione privilegiata con i
cristiani maroniti in Libano, della
Turchia dei curdi,
di alcuni clan africani e dello
stesso Iran. Gli effetti di questa
politica si sono visti nell’alimentare
con armamenti l’Iran nel
prolungamento/dissanguamento della
assurda guerra tra Iran e Iraq, nelle
ingerenze della Turchia contro Siria e
Iraq, nel sostegno ai falangisti
libanesi, ai curdi iracheni o ai gruppi
secessionisti in Sudan (vedi il Darfur)
ed infine nel pervicace tentativo di
balcanizzazione dell’Iraq in tre cantoni
(curdo a nord, sciita a sud e sunnita al
centro). L’approvazione della
Costituzione federale in Iraq, oltre che
a scatenare un sanguinoso conflitto
interno, ha segnato un indubbio successo
israeliano nel progetto di
balcanizzazione del più moderno e
indipendente paese arabo. Israele non a
caso – come ha rivelato un ufficiale
israeliano alla BBC - ha inviato
numerosi “consiglieri” nella regione
curda-irachena e parecchi specialisti di
controguerriglia al fianco delle truppe
statunitensi e dei peshmerga curdi.
L'atomica iraniana. Due pesi,
due misure...
Alcuni dei
commentatori che si prestano alla
campagna contro l’Iran, giocano su un
argomento semplice ma di una certa
efficacia. Se l’Iran
infatti è uno dei principali
produttori di petrolio e dunque non ha
problemi di approvvigionamento
energetico, che bisogno ha del nucleare
se non per fare le bombe atomiche? E’ un
ragionamento che su menti semplici può
fare effetto. Si potrebbe rispondere che
anche paesi petroliferi come Russia o
Stati Uniti o Gran Bretagna
hanno le centrali nucleari, ma
potrebbe non bastare, in fondo il senso
comune guarda sempre con rispetto e
timore alle grandi potenze.
Altri
sostengono che solo le democrazie
possono detenere le armi atomiche.
Ragione per cui non si trova nulla da
eccepire se
gli USA, Francia, Gran Bretagna e
Israele possiedono centinaia di testate
nucleari. I meccanismi di controllo
interno dei sistemi democratici
“impedirebbero” che
vengano usate impropriamente.
Qualcuno potrebbe
contestare il fatto che nella
storia le uniche bombe atomiche sulle
città le hanno sganciate i “democratici”
Stati Uniti. Ma
anche su questo vale il ragionamento
fatto prima. Inoltre gli USA hanno
la vinto la
guerra, la storia la scrivono come gli
pare e piace, e buona parte del mondo
“civilizzato” è disposto a credergli.
Qualcun
altro però potrebbe contestare questa
tesi accomodante e rammentare che le
armi atomiche adesso
ce l’hanno anche la Russia, la
Cina, l’India e perfino il Pakistan.
Questi ultimi due paesi – sette anni fa
– furono sottoposti a sanzioni per gli
esperimenti nucleari che sorpresero il
mondo, incluso il
vertice del G 8.
Cina e
Russia sono
troppo grossi e potenti per vedere
rimesso in discussione il loro potere di
deterrenza nucleare e poi sono membri
permanenti del Consiglio di Sicurezza
dell’ONU. Ma l’India ha assai migliorato
le sue relazioni con gli USA, mentre il
Pakistan, collaborando all’occupazione
dell’Afghanistan, si è magicamente
trasformato da una dittatura militare in
una democrazia alleata della
coalizione
antiterrorismo.
Secondo
questa logica assai eccepibile, l’Iran
non avrebbe alcuna legittimità per
dotarsi di
impianti nucleari. Non ne ha bisogno,
non è una democrazia, gli ayatollah sono
“matti”, non è una potenza permanente
del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non
è neanche parte della
coalizione
dei volenterosi contro il terrorismo
quindi…l'Iran non ha diritto a dotarsi
dell'energia nucleare.
Stando così
le cose un pò di verità non guasta,
soprattutto alla luce dell’esperienza di
questi ultimi dieci anni e dello
scatenamento della guerra preventiva.
Che la verità
costringa talvolta al cinismo è una
causa ed un effetto della storia.
Il nucleare
iraniano. Una minaccia o un fattore di
riequilibrio in Medio Oriente?
I programmi
nucleari sono stati sviluppati in
moltissimi paesi nel corso degli anni
Novanta. Se vogliamo
parlare di paradossi, il paese che negli
anni Novanta ha fatto incetta di
plutonio e uranio… è stato il Giappone.
Pochi ricordano quante navi hanno preso
la strada del Sol Levante provenienti
dalla Francia
o dagli Stati Uniti con carichi
nucleari. Il riarmo e l’ondata
militarista che stanno percorrendo il
Giappone negli ultimi anni (alimentato
dalla sindrome anti-coreana), confermano
che la corsa nucleare del Sol Levante
non aveva solo scopi industriali.
Diversamente che in Europa o nei paesi
capitalisti, il ricorso al nucleare in
molti paesi emergenti corrispondeva più
a standard di sviluppo tecnologico
(anche militare) che ad esigenze
energetiche.
Va
ricordato in tal senso il tentativo
iracheno di costruire un impianto
nucleare a
Osirak che fu stroncato unilateralmente
nel 1981 dagli israeliani con un
bombardamento.
La “bomba
islamica” l’ha costruita il Pakistan con
i finanziamenti ricevuti da tutti i
paesi arabi ed islamici. Il Pakistan non
lo ha fatto per assicurarsi una fonte
di
approvvigionamento energetico
alternativo al petrolio ma per acquisire
uno status di potenza regionale nei
confronti di India e Cina e per dare “un
punto di forza” alla nazione islamica
nei confronti dell’arsenale nucleare
israeliano.
La stessa Israele,
ha creato l’impianto nucleare di Dimona
non per produrre energia di cui non
dispone e
aggirare così l’embargo petrolifero
arabo ma per produrre decine di testate
nucleari operative. Il povero Vanunu sta
ancora passando i suoi guai per averlo
rivelato al Sunday Times.
Cosa hanno
in comune la bomba islamica pakistana,
quella
indiana e quelle israeliana?
Che tutte e
tre sono nate di nascosto e in paesi che
hanno rifiutato di firmare il Trattato
di Non Proliferazione Nucleare per
evitare le ispezioni dell’AIEA nei loro
impianti.
Al
contrario, la Repubblica Islamica
Iraniana, ha firmato il Trattato, ha
ospitato sistematicamente le ispezioni
dell’AIEA ed ha dato
vita pubblicamente e legalmente
al suo programma nucleare. Ma perché un
importante paese produttore di petrolio
ha dato vita
ad un programma nucleare?
Le ragioni
dell’accelerazione del piano nucleare
iraniano, vanno viste
nel contesto del
“Grande Gioco” apertosi pesantemente in
Asia Centrale a metà degli anni Novanta.
Non va infatti
dimenticato che tra gli obiettivi
dichiarati del “Silk Road Strategy Act”
statunitense vi era quello di
tagliare
fuori dai corridoi energetici la Russia
e l’Iran. (4)
La guerra
degli oleodotti che si è aperta e
combattuta nel
Caucaso e nelle repubbliche
asiatiche ex sovietiche non è ancora
terminata ed è stata di una durezza che
pochi hanno saputo cogliere (se non in
occasione della guerra NATO nei Balcani
o del sanguinoso conflitto in Cecenia).
Gli Stati
Uniti puntavano a
isolare ed estromettere l’Iran dalle
dinamiche della geografia mondiale
del petrolio.
Di questo erano consapevoli il ricco
Rafsanjani e i cosiddetti riformisti
iraniani che hanno quindi cercato di
riallacciare i contatti con gli
USA.
A
complicare ed a chiarire le cose, ci si
è messo però il Progetto per il Nuovo
Secolo Americano, il rafforzamento dei
“likudzik” a Washington ed a Tel Aviv e
lo scatenamento della guerra preventiva
da parte degli Stati Uniti. La realtà
infatti ha dimostrato fino ad
oggi che le bombe atomiche è meglio
averle che non averle e che se un paese
dispone di bombe atomiche può decidere
da solo se farsi “esportare o meno la
democrazia in casa”.
Lo scenario
visto prima in Afganistan e poi in Iraq
è stato un serio deterrente per l’Iran.
Questo paese
infatti si trova preso in mezzo ai due
paesi occupati militarmente dagli USA e
l’amministrazione statunitense non
nasconde affatto l’ambizione di chiudere
anche territorialmente questa parte
dell’Arco di Crisi indicato da tempo da
Brzezinski e Kissinger dentro il
progetto del “Grande Medio Oriente” di
cui l’Iran è una spina nel fianco e una
interruzione di continuità.
USA e
Israele in difficoltà. I rischi dell’escalation
Oggi
l’amministrazione Bush è seriamente
impantanata in Iraq ed è ancora lontana
dal raggiungimento degli obiettivi
strategici prefissati dal “Grande Medio
Oriente”, mentre
il fallimento dell’Operazione “Summer
Rain” israeliana in Libano ha bloccato
il tentativo di far implodere il Libano
e destabilizzare la Siria.
La tabella
di marcia del Nuovo Secolo Americano
deve fare i conti con la realtà e con la
resistenza di popoli e di Stati
all’egemonia globale
USA. Gli USA sono
sottoposti a fortissime pressioni
israeliane per mettere in moto le
operazioni contro l’Iran. Bush
non ha affatto
escluso l’opzione militare ma deve però
prendere tempo e incentivare la campagna
perché l’Iraq non è solo una rogna dal
punto di vista militare ma lo è ancora
di più dal punto di vista politico e
della credibilità. Inoltre due potenze
come Russia e Cina hanno emesso un serio
monito contro una
eventuale aggressione verso
l’Iran.
Gli
scienziati che hanno rivelato
al Washington
Post l’ulteriore menzogna di guerra
dell’amministrazione Bush e Sharon sul
nucleare iraniano, potrebbero essere più
ascoltati e fortunati di quanto lo
furono quegli onesti ispettori dell’ONU
che persero la voce a forza di
denunciare il fatto che di armi di
distruzioni di massa in Iraq non ce
n’erano.
In queste
settimane stiamo assistendo ad un
intenso lavorìo diplomatico dell’Italia
e dell’Unione Europea per tenere aperto
un negoziato con l’Iran ed evitare
le sanzioni prima
e l’intervento militare poi.
Ma è
possibile, anzi probabile, che nella
prossima fase
assisteremo ad una escalation
sempre più pericolosa contro l’Iran e
sarà una escalation la cui variabile
indipendente non sarà rappresentata
dagli “ayatollah” ma da chi guiderà i
governi israeliani e dall’esito delle
elezioni di medio termine negli USA. La
previsione del Sunday Times di un
attacco nei primi mesi del prossimo
anno, appare realistica,
a meno che il
progetto israelo-statunitense non trovi
nelle altre potenze competitrici
(Russia, Cina, Unione Europea) un
ostacolo più serio di quanto sia stato
fino ad oggi e di quanto la stessa
missione Unifil 2 in Libano ha lasciato
fin qui intravedere.
Il
principio di lealtà (e di realtà)
vorrebbe che una conferenza o un piano
che punti ad un processo di disarmo
nucleare del Medio Oriente riguardi
certo l’Iran ma
non può che includere anche Israele.
L'unico ad aver avanzato la proposta
della denuclearizzazione del Medio
Oriente, è stato fino ad oggi il
Presidente iraniano intervendo alle
Nazioni Unite. Le potenze che vogliono
attaccare o isolare l'Iran hanno
detto che non
era credibile. Una domanda sorge
semplice semplice:
perchè?
Ottobre 2006 |
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Gli USA attaccheranno
l’Iran il 6 aprile
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Lo
afferma, sul settimanale russo «Argumenti
Nedely», Andrei Uglanov, che
pare avere fonti informative dei
servizi di Mosca.
L’operazione sarebbe stata
battezzata «Bite» (Morso) perché non
prevede nessuno sbarco o invasione,
ma una serie di bombardamenti, della
durata di dodici ore (dalle 4 del
mattino alle 16), contro una ventina
di obbiettivi e installazioni
nucleari iraniane.
Saranno le squadre di B-52 in
decollo dalla base Diego Garcia,
nell’Oceano Indiano, e armate di
bombe e missili, a colpire.
Questa prima ondata sarebbe seguita
da altre, effettuate con aerei in
decollo da altre basi USA nella
zona, nel Golfo e in Afghanistan.
Secondo Uglanov, Mosca ha già
informato Teheran, ma chiarendo che
la Russia non interverrà nel
conflitto.
«Più volte la Russia ha invitato
Teheran ad attenersi alle proposte
della commissione internazionale per
l’energia Atomica (IAEA), e se
Teheran non vuole accettare, il
nostro Paese non può trovarsi
coinvolto in un’avventura tragica»,
scrive Uglanov: «La Russia non può
partecipare ai giochi
anti-americani».
Da settimane Mosca segnala che non
si farà manovrare da Teheran nei
suoi «giochi anti-americani»,
che se Ahmadinejad spera di trattare
la seconda potenza nucleare come un
suo fantoccio, si sbaglia di molto.
Putin, i cui tecnici stanno
installando la centrale iraniana di
Bushehr, aveva offerto in passato di
arricchire l’uranio iraniano nelle
sue centrali, sotto garanzia
internazionale; Ahmadinejad ha
sempre rifiutato.
Ora Mosca, rende noto la Reuter,
minaccia ancora di interrompere le
forniture di combustibile atomico a
Bushehr, se Ahmadinejad non fermerà
il programma di arricchimento come
chiesto dal Consiglio di sicurezza.
L’avvertimento è stato dato da Igor
Ivanov, segretario del Consiglio di
Sicurezza Nazionale russo, ad Ali
Hosseini Tash, un alto diplomatico
iraniano.
Lo stesso ministro degli Esteri
Sergei Lavrov avrebbe confidato a
diplomatici europei che la decisione
di non fornire più combustibile a
Bushehr era frutto di una decisione
politica di Mosca, non una questione
di pagamenti mancati del materiale.
Ahmadinejad non è il nuovo Hitler,
ma è stupido se crede di poter
giocare la Russia contro gli USA, e
determinare lui, a capo di un Paese
di peso irrilevante nel gioco delle
grandi potenze, la politica estera
di Mosca.
Sta andando verso l’ineluttabile.
Secondo i russi, l’attacco
americano ormai imminente
metterà in ginocchio la popolazione
persiana, e potrà portare alla
caduta di Ahmadinejad (già ai
livelli più bassi) se non
dell’intero regime degli ayatollah.
Verrà sconvolto l’assetto sociale
interno, e il prezzo del petrolio
potrà salire - essendo la regione
già destabilizzata dall’occupazione
dell’Iraq - fino a 200 dollari il
barile.
Ma anche per gli USA una nuova fase
bellica può riservare amare
sorprese, sulla sua economia e sul
dollaro.
Ma «bisogna» obbedire a
Israele.
Una nostra fonte, che cita un suo
informatore della CIA, ci conferma
l’attacco per i primi di aprile.
E una conferma almeno indiretta
viene da Israele, che ha invitato i
suoi cittadini a non viaggiare in
una quarantina di paesi (la lista è
lunghissima, e comprende l’intero
mondo musulmano e l’Africa) come
prevedendo reazioni inferocite alle
prime immagini del bombardamento a
tappeto.
«Ci stiamo preparando a scenari
di guerra su vari fronti», ha
detto anche il ministro della Difesa
giudaico Amir Peretz: «Non
faremo compromessi nella guerra al
terrorismo. Coloro che rifiutano di
riconoscere Israele rifiutano la
pace», ha aggiunto.
L’ex capo di Stato Maggiore Moshe
Ya’alon è stato ancora più
esplicito.
Ha definito «inevitabile»
il conflitto con l’Iran, e - come
fanno da tempo lui e i suoi pari -
ha rimproverato l’Occidente, che non
vuole andare in guerra per Israele,
in quanto è «debole», e questo «avvicina
il conflitto anziché allontanarlo».
Ahmadinejad, ha detto, «ha
dichiarato guerra all’Occidente e
alla sua cultura» (sic).
Insomma gli ordini di Giuda
all’Occidente sono stati dati.
Lo ha fatto Olmert nella riunione
dell’AIPAC (American Israeli
Political Committee) a Washington il
12 marzo scorso, davanti ad una
platea di politici, parlamentari e
candidati presidenziali democratici,
che ha rimproverato per la loro «debolezza»:
«Sono sicuro», ha detto, «che
tutti voi che siete preoccupati
della sicurezza e del futuro dello
Stato di Israele comprendete
l’importanza di una forte leadership
americana per affrontare la minaccia
dell’Iran, e sono sicuro che voi non
intralcerete né frenerete questa
forte leadership (di Bush)».
La voce del padrone ha parlato al
potere americano, a casa sua, con
questo tono.
Sembra confermare i
preparativi per il bombardamento
dell’Iran anche l’esercitazione
congiunta USA-Israele completata la
settimana scorsa.
Battezzata «Juniper Cobra 2007»,
l’esercitazione simulava «lanci
missilistici non-convenzionali»
e tra l’altro mirava a mettere a
punto il sistema d’intercezione
anti-missile israeliano «Arrow» in
coordinamento con la rete, sempre
israeliana ma prodotta in USA, dei
missili Patriot.
Allo scopo evidente di parare una
possibile reazione iraniana.
Ya’alon ha reso abbastanza chiaro
che, in coincidenza con l’attacco
aereo americano all’Iran, Israele
combatterà «su vari fronti
contemporaneamente»,
riecheggiando Peretz e probabilmente
alludendo alla «soluzione finale
del problema palestinese» da
mettere a segno mentre il mondo sarà
distratto dall’incenerimento
dell’Iran, e alla rivincita in
Libano contro Hezbollah.
Qui, la ripresa della guerra è
necessaria perché Hezbollah ha
scosso «la deterrenza di Israele»,
e tale deterrenza va ricostituita.
Ya’alon ha definito quella
palestinese «una cultura di
morte» (sic).
«Finchè non metteranno nei loro
libri di testo la menzione di
Israele, continueremo a
combatterli», ha detto.
Anche il generale egiziano Mahamoud
Khallaf, intervistato dallo EIR (1),
ha confermato sostanzialmente
l’attacco imminente.
«La situazione si è volta a
favore di Bush, purtroppo», ha
detto il generale: «L’Iran ha
tentato di giocare una parte
superiore a quella di potenza
regionale, e Bush ha avuto buon
gioco a persuadere il Congresso USA
che Teheran minaccia interessi
americani. L’Iran ha anche
minacciato Israele, e nessuno ignora
il ruolo della lobby ebraica in USA.
L’Iran è guardato come un elemento
di disturbo dai sunniti in Egitto,
Arabia Saudita, Libano… io e molti
altri abbiamo sostenuto a lungo
l’Iran. Ma ora l’opinione pubblica
in Egitto è contro l’Iran».
Secondo il generale Khallaf, «Bush
ha mandato quei 21.500 uomini in più
in Iraq non per stabilizzare
Baghdad, ma per preparare il colpo
contro l’Iran. Il mandato di Bush
sta per finire, e per determinare un
cambiamento in Medio Oriente, egli
deve fare qualcosa di drammatico. I
neocon non lasceranno la Casa Bianca
con il Medio Oriente nello stato
attuale».
Lo renderanno sicuro per Israele.
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L’attacco all’Iran potrebbe
significare l’inizio dell’era delle
guerre nucleari
di Dimitri
Sedov
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In un
articolo dal titolo “2007: aprendo una nuova
pagina della Storia Universale”, pubblicato nel
settembre del 2006, ho esaminato la possibilità
che gli USA attacchino l’Iran con minibombe
nucleari. Allo stesso tempo, ho esaminato la
possibilità che questo attacco rappresenti nella
storia dell’umanità l’inizio dell’era delle
guerre nucleari. L’articolo ha avuto varie
risposte. Alcuni autori, inclusi riconosciuti
esperti, hanno messo in dubbio un simile
sviluppo degli avvenimenti. Oggi, in cambio,
sono pochi coloro che mettono in dubbio che
possa esserci un attacco. Ma oggi la domanda che
ci si pone è piuttosto se l’attacco avverrà con
armi convenzionali o con armi nucleari.
Partendo da questi
presupposti, vorrei condividere alcune
considerazioni:
Un attacco all’Iran non
sarebbe motivato da null’altro che non siano
mere considerazioni di convenienza della
politica interna degli USA e l’appetito
insaziabile, senza limiti, del complesso
militare industriale. Bush non ha alternative.
La sua unica via d’uscita è proseguire. Il
problema non è riducibile alla sola sconfitta
della dottrina della “guerra contro il
terrorismo”. Se l’elite nordamericana
rappresentata da Bush dovesse assumere le sue
decisioni solo prendendo in considerazione il
danno alla sua immagine che potrebbe derivare da
un fiasco della campagna contro il terrorismo, è
certo che si sarebbe molto più prudenti prima di
avviare un’altra guerra. Ma il problema sta nel
fatto che essi sono motivati da qualcos’altro.
La politica di Bush è appoggiata dall’insieme
dei fabbricanti e dei fornitori di armi. Stiamo
parlando di cifre colossali. Quando simili
colossali quantità di denaro sono in ballo, le
vite degli esseri umani e di nazioni intere si
trasformano in carte da gioco. Per questi giochi
e giocatori, il destino del Medio Oriente e dei
suoi popoli non significa assolutamente niente,
come niente hanno significato in passato i corpi
dei vietnamiti e dei cambogiani devastati dal
napalm in quelle guerre spaventose. Si dovrebbe
essere molto ingenui per pensare che la macchina
del Pentagono possa frenare e che ci si possa
permettere di perdere incredibili quantità di
soldi.
La prossima guerra dovrà
svolgersi entro certi parametri. Gli USA sono
stanchi dell’Iraq e l’opinione pubblica è sempre
più contro la guerra. Di conseguenza,
l’offensiva contro l’Iran dovrà essere rapida e
vittoriosa. Questa offensiva dovrà avere il
compito di salvare la camarilla di Bush e di
aumentare la sua popolarità. Non c’è alcun
dubbio che una guerra vittoriosa farebbe
nuovamente salire alle stelle la popolarità di
Bush. In una società anti-cristiana come gli USA
il dio pagano del successo ha preso il posto del
Salvatore. Il trionfo militare rende il pubblico
nordamericano cieco e sordo. Questa gente non ha
alcuna consapevolezza del costo umano che queste
guerre comportano per i popoli del Medio
Oriente. Ma il fatto nuovo, cruciale e
distintivo è che solamente l’uso delle armi
nucleari può garantire la vittoria in questa
guerra. Sapendo che se gli USA non hanno potuto
vincere in Iraq, un paese piagato da conflitti
religiosi ed etnici, non potranno certo vincere
contro un paese unito e dal morale saldo come
l’Iran. Solo l’uso di armi nucleari può riuscire
a danneggiare severamente il sistema di
controllo nascosto nei bunker e decapitare la
leadership della nazione. Lasciare l’Iran senza
i suoi leader, con il suo sistema di controllo
in stato di paralisi e con il suo esercito
devastato dalle mini nukes, è l’unica opzione a
disposizione degli USA, che acconsentono a
parlare di pace solo quando ciò permette loro di
sottomettere e soggiogare il loro avversario.
Tali colloqui potrebbero esaudire il vecchio
sogno dei leader degli USA di un Grande Medio
Oriente trasformato in una grande Disneyland,
dominata da USA e Israele.
Ecco di seguito i fatti
che illustrano il processo di preparazione della
devastazione dell’Iran:
- Il Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite pensa che un nuovo
capitolo delle sanzioni debba essere applicato
dopo il 21 febbraio 2006. Dal punto di vista del
diritto internazionale, questo è un pretesto
(molto discutibile, ma almeno esistente) per
“dare legittimità” ad una guerra di aggressione
contro un altro paese.
- Due gruppi di
formazioni aeronavali guidati da portaerei
provviste di armi nucleari si stanno
posizionando nella regione. Tali formazioni sono
andate in missione 5 volte negli ultimi 15 anni.
E in 4 occasioni hanno lanciato offensive
militari. Entro marzo 2007 i due gruppi si
troveranno in posizione di combattimento.
- In aggiunta, forze
terrestri sono state piazzate alla frontiera tra
Iraq e Iran. Sono in corso i preparativi per una
nuova fase delle ostilità.
- Nel mese di febbraio
sistemi di missili difensivi Patriot saranno
pronti per difendere Israele e i gruppi
aeronavali da attacchi aerei nemici.
- Genieri britannici si
stanno posizionando nella regione dove si
svilupperà la lotta, in particolare nella zona
dello stretto di Ormuz, dove prevedibilmente
l’Iran collocherà mine.
- USA e Israele hanno
lanciato una poderosa campagna di informazione e
propaganda per preparare l’opinione pubblica
alla guerra.
- Il comandante del
Comando Centrale del Pentagono (CENT-COM), il
generale John Abizaid, che si oppone alla
guerra, si è dimesso. Il suo posto è stato
occupato dall’ammiraglio W. Fallon, veterano
della guerra dell’Iraq del 1991 e della campagna
di Bosnia del 1995.
- John Negroponte è stato
rimosso dalla sua carica di Direttore Nazionale
dell’Intelligence per la sua persistente
resistenza all’uso della forza contro l’Iran.
- Tony Blair, nel suo
rapporto sull’Iran, non menziona mai la parola
pace. Non ha fatto alcun tentativo per risolvere
la crisi in modo pacifico e ciò è altamente
indicativo.
Tutto ciò costituisce una
prova che l’Iran sta per essere condotto al
sacrificio. Stanno forse per orchestrare una
grande provocazione per giustificare
l’aggressione?
Molti osservatori fanno
capire che Washington ne ha bisogno. Io credo
che assisteremo ad uno scenario del tipo cowboy
come quello che abbiamo visto in Iraq. Si
osservi che i media non hanno smesso in nessun
momento di agitare lo spettro della “bomba
atomica iraniana”, esattamente come in
precedenza si fece con “le armi di distruzione
di massa di Saddam Hussein”. A quel momento
diranno: è ora di agire. E, come quella volta,
non importerà assolutamente che non ci sia
nulla, che non si trovi nulla. E chi non sarà
d’accordo, verrà costretto al silenzio con la
forza.
L’idea di attaccare
l’Iraq è nata nelle menti primitive di gente
che, sull’altare del proprio utile, è capace di
vendere persino la corda con la quale sarà
impiccata. Dopo tutto non saranno loro o i loro
figli a morire nell’olocausto nucleare e,
perciò, cosa può importare a costoro che
l’insieme dell’umanità venga condotta a un passo
dalla catastrofe totale?
* (Scoop/Global
Research. Traduzione di Horacio Garetto membro
di Rebelion e Cubadebate)
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Iran, la guerra comincia
di
John Pilger *
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Gli Stati Uniti stanno progettando un
attacco catastrofico contro l'Iran. Per
la combriccola di Bush, l'attacco sarà
un modo per “guadagnare tempo” per il
disastro compiuto in Iraq. Annunciando
quello che ha definito “un incremento”
di truppe americane in Iraq, Gorge W.
Bush ha identificato l'Iran come suo
reale obiettivo. “Interromperemo il
flusso di aiuti [all'insurrezione in
Iraq] provenienti dall'Iran e dalla
Siria” ha dichiarato. “E scoveremo e
distruggeremo le reti che forniscono
armi sofisticate e addestramento ai
nostri nemici in Iraq”.
“Le reti” vuol dire “l'Iran”. “Ci sono
prove certe” ha affermato un portavoce
del Dipartimento di Stato il 24 gennaio,
“che agenti iraniani sono coinvolti in
queste reti, che stanno lavorando con
singoli individui e gruppi in Iraq e che
sono mandati lì dal governo iraniano.”.
Come già era accaduto quando Bush e Tony
Blair rivendicarono di avere prove
inconfutabili in merito al fatto che
Saddam Hussein armi di distruzione di
massa, le “prove” sono prive di
qualsiasi credibilità. L'Iran ha
un'affinità naturale con la maggioranza
sciita dell'Iraq e si è opposto
strenuamente ad al-Qaeda, condannando
gli attacchi dell'11 settembre e
sostenendo gli Stati Uniti in
Afghanistan. Lo stesso vale per la
Siria. Indagini svolte dal New York
Times, dal Los Angeles Times e da altri,
tra cui funzionari militari britannici,
hanno evidenziato che l'Iran non sta
fornendo armi attraverso i suoi confini.
Il generale Peter Pace, Capo degli Stati
Maggiori Riuniti dell'esercito
statunitense, ha affermato che tali
prove non esistono.
Dal momento che il disastro americano in
Iraq è sempre più evidente e
l'opposizione interna ed estera cresce
inesorabilmente, “neo-con”-fanatici come
il vicepresidente Dick Cheney ritengono
che la possibilità di controllare il
petrolio iraniano andrà perduta a meno
che non si agisca entro la primavera. Ad
uso e consumo dell'opinione pubblica
sono stati creati potenti miti.
D'accordo con Israele e le lobby
cristiane fondamentaliste e sioniste di
Washington, gli uomini di Bush affermano
che la loro “strategia” è quella di
porre fine alla minaccia nucleare
iraniana. In realtà l'Iran non possiede
neanche un'arma di distruzione di massa,
né ha mai minacciato di costruirne una;
la Cia ritiene che, anche se ci fosse la
volontà politica di farlo, l'Iran non
sarebbe in grado di costruire armi
nucleari prima del 2017.
A differenza di Israele e Stati Uniti,
l'Iran ha osservato le regole del
Trattato di Non Proliferazione Nucleare,
di cui è stato uno dei primi firmatari,
e ha consentito ispezioni di routine
rispettando i suoi obblighi legali –
fino a che misure punitive gratuite non
sono state aggiunte nel 2003, su ordine
di Washington. Nessun rapporto
dell'Agenzia Internazionale per
l'Energia Atomica ha mai citato l'Iran
per avere deviato il suo programma
nucleare civile verso usi militari. L'Aiea
ha affermato che per la maggior parte
degli ultimi tre anni i suoi ispettori
hanno potuto “andare dovunque e vedere
ogni cosa”. Hanno ispezionato gli
impianti nucleari di Isfahan e Natanz il
10 e il 12 gennaio e vi faranno ritorno
dal 2 al 6 febbraio. Il capo dell'Aiea,
Mohamed ElBaradei, sostiene che un
attacco contro l'Iran avrà “conseguenze
catastrofiche” e spingerà soltanto il
regime a diventare una potenza nucleare.
A differenza dei suoi due castigatori,
gli Usa e Israele, l'Iran non ha
attaccato altri paesi. L'ultima volta
che è entrato in guerra è stato nel 1980
a seguito dell'invasione di Saddam
Hussein, che era appoggiato ed
equipaggiato dagli Stati Uniti, che gli
fornivano armi chimiche e biologiche
prodotte in uno stabilimento del
Maryland. A differenza di Israele, la
quinta potenza militare del mondo – con
le sue armi termonucleari che mirano ad
obiettivi mediorientali ed un primato
indiscusso nell'opporsi alle risoluzioni
dell'Onu, in quanto autore
dell'occupazione illegale più lunga del
mondo – l'Iran ha una storia di
obbedienza al diritto internazionale e
non occupa nessun territorio che non sia
il proprio.
La “minaccia” proveniente dall'Iran è
interamente inventata, con l'aiuto e la
complicità del linguaggio mediatico
familiare e compiacente che parla delle
“ambizioni nucleari” dell'Iran, così
come il lessico relativo all'inesistente
arsenale delle armi di distruzione di
massa di Saddam era diventato di uso
comune. A ciò si aggiunge una
demonizzazione che sta diventando
pratica di uso diffuso. Come ha
sottolineato Edward Herman, il
presidente Mahmoud Ahmadinejad “ha reso
un servizio da manuale nel facilitare
[questo processo]”; tuttavia un attento
esame del suo ben noto commento su
Israele dell'ottobre 2005 rivela quanto
in realtà esso sia stato travisato.
Secondo Juan Cole, un professore
americano di storia moderna
mediorientale e dell'Asia del sud presso
l'Università del Michigan, e secondo
altri esperti di lingua Farsi,
Ahmadinejad non ha auspicato che Israele
fosse “eliminato dalla carta
geografica”. Egli ha detto: “Il regime
che occupa Gerusalemme deve svanire
dalle pagine del tempo”. Questo,
sostiene Cole, “non implica affatto
un'azione militare o l'idea di uccidere
qualcuno”. Ahmadinejad ha paragonato la
fine del regime israeliano alla
scomparsa dell'Unione Sovietica. Il
regime iraniano è repressivo, ma il suo
potere è diffuso ed esercitato dai
mullah, con cui Ahmadinejad è spesso in
conflitto. Senza alcun dubbio un attacco
li unirebbe.
La opzione nucleare
L'unica “prova inconfutabile” è la
minaccia rappresentata dagli Stati
Uniti. Un potenziamento delle forze
navali americane è in corso nel
Mediterraneo orientale. Ciò è quasi
certamente parte di quello che il
Pentagono chiama CONPLAN 8022-02, vale a
dire il bombardamento aereo dell'Iran.
Nel 2004 è stata emanata la Direttiva
Presidenziale per la Sicurezza Nazionale
n°35, intitolata “Autorizzazione per il
Dispiegamento delle Armi Nucleari”.
Ovviamente tale direttiva è secretala,
ma già da molto tempo si ritiene che
essa autorizzi lo stoccaggio e il
dispiegamento di armi nucleari
“tattiche” in Medio Oriente. Ciò non
vuol dire che Bush le utilizzerà contro
l'Iran, ma, per la prima volta dai
terribili anni della Guerra Fredda,
l'uso di quelle che allora erano
chiamate armi nucleari “limitate” è
oggetto di aperta discussione a
Washington. Ciò di cui si sta discutendo
è la possibilità di altre Hiroshima e di
caduta di materiale radioattivo
nell'intero Medio Oriente e in Asia
centrale. L'anno scorso Seymour Hersh ha
rivelato nel New Yorker che bombardieri
americani “hanno compiuto simulazioni di
missioni aeree con armi nucleari […] a
partire dalla scorsa estate”.
In Kuwait il ben informato Arab Times
sostiene che Bush attaccherà l'Iran
prima della fine di aprile. Uno dei più
anziani strateghi militari della Russia,
il generale Leonid Ivashov, sostiene che
gli Usa utilizzeranno armi nucleari
rilasciate da missili cruise lanciati
dal Mediterraneo. “La guerra in Iraq” ha
scritto il 24 gennaio, “è stato soltanto
il primo di una serie di passi di un
processo mirante alla destabilizzazione
della regione. Si è trattato soltanto di
una fase di un progetto che vuole
portare alla resa dei conti con l'Iran e
altri paesi. [Quando inizierà l'attacco
all'Iran] Israele è certo che diventerà
bersaglio dei missili iraniani […]
Presentandosi come delle vittime, gli
Israeliani […] soffriranno alcuni danni
del tutto accettabili e successivamente
gli Stati Uniti, indignati,
destabilizzeranno l'Iran
definitivamente, facendola apparire una
nobile missione punitiva […] L'opinione
pubblica è già sotto pressione. Ci sarà
una crescente […] isteria anti-iraniana,
[…] fughe di notizie, disinformazione,
eccetera […] Continua […] a rimanere
dubbio […] se il Congresso statunitense
autorizzerà la guerra”.
Interrogato su una risoluzione del
Senato statunitense che disapprova
l'incremento delle truppe statunitensi
in Iraq, il vicepresidente Cheney ha
dichiarato: “Questo non ci fermerà”. Lo
scorso novembre, la maggioranza
dell'elettorato americano ha votato a
favore del Partito Democratico affinché
controllasse il Congresso e ponesse fine
alla guerra in Iraq. Eccezion fatta per
qualche insipido discorso di
“disapprovazione”, ciò non è avvenuto ed
è improbabile che avvenga. Democratici
autorevoli, come il nuovo leader della
Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi,
e gli aspiranti candidati alla
presidenza Hillary Clinton e John
Edwards, hanno dato mostra di sé davanti
alle lobby israeliane. Nel suo partito
Edwards è considerato “liberale”. Egli
faceva parte del gruppo di
rappresentanti americani d'alto livello
ad una recente conferenza israeliana a
Herzliya, dove ha parlato di “una
minaccia senza precedenti nei confronti
del mondo e di Israele [sic]. Al vertice
di queste minacce si trova l'Iran … Non
si esclude nessuna misura pur di
assicurare che l'Iran non entri mai in
possesso di un'arma nucleare”. Hillary
Clinton ha affermato: “La politica
statunitense deve essere chiara …
Dobbiamo lasciarci aperta ogni strada”.
Pelosi e Howard Dean, un altro liberale,
si sono distinti attaccando l'ex
presidente Jimmy Carter, colui che
svolse opera di mediazione per
raggiungere gli Accordi di Camp David
tra Israele ed Egitto e che di recente
ha avuto l'impudenza di scrivere un
libro veritiero in cui accusa Israele di
essere diventato uno “stato apartheid”.
Pelosi ha dichiarato: “Carter non parla
a nome del Partito Democratico”. E la
Pelosi ha ragione, ahimé!
In Gran Bretagna, Downing Street ha
ricevuto un documento intitolato
“Risposte alle accuse” del professore
Abbas Edalat, dell'Imperial College di
Londra, a nome di altri che cercano di
denunciare la disinformazione sull'Iran.
Blair rimane in silenzio. A parte le
solite onorevoli eccezioni, anche il
Parlamento rimane vergognosamente in
silenzio. Tutto ciò può davvero
ripetersi nuovamente, a meno di quattro
anni di distanza dall'invasione
dell'Iraq, che ha causato la morte di
circa 650.000 persone? Io ho scritto un
articolo praticamente identico a questo
all'inizio del 2003; per l'Iran adesso,
per l'Iraq allora. E non è strano che la
Corea del Nord non sia stata attaccata?
La Corea del Nord ha le armi nucleari.
In molti sondaggi, come ad esempio in
quello reso noto il 23 gennaio dalla Bbc
World Service, “noi”, la maggioranza del
genere umano, abbiamo espresso
chiaramente la nostra repulsione nei
confronti di Bush e dei suoi vassalli.
Per quanto riguarda Blair, egli
attualmente ci appare politicamente e
moralmente allo scoperto. Allora chi
leva la propria voce per dire le cose
come stanno, a parte il professore
Edalat e i suoi colleghi? Giornalisti
privilegiati, studiosi e artisti,
scrittori e attori, che a volte parlano
di “libertà di pensiero”, sono
silenziosi come un oscuro teatro del
West End. Che cosa stanno aspettando? La
dichiarazione di un altro Reich
millenario, o un fungo atomico in Medio
Oriente, o entrambe le cose?
* da New Statesman Tradotto per Megachip
da Eleonora Iacono
|
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Guerra contro l'Iran. Il
“plausibile scenario” di
Brzezinski !
di
Giulietto Chiesa *
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Uno scenario
“plausibile” per uno “scontro
militare con l'Iran”? Eccolo. E, per
favore, non distraetevi: “il
fallimento [del governo] iracheno
nell'adempiere ai requisiti [posti
dall'amministrazione di Washington],
cui faranno seguito le accuse
all'Iran di essere responsabile del
fallimento, indi, mediante qualche
provocazione in Iraq o un atto
terroristico negli Stati Uniti
attribuito all'Iran, [il tutto]
culminante in un'azione militare
‘difensiva' degli Stati Uniti contro
l'Iran”.
L'autore di
questa sensazionale rivelazione si
chiama Zbigniew Brzezinski,
Segretario alla Sicurezza Nazionale
con Jimmy Carter, uno dei maggiori
esperti e consiglieri di politica
estera di numerose Amministrazioni
americane. Dichiarazione fatta e
registrata il 2 Febbraio scorso
nell'audizione della Commissione
Difesa del Senato degli Stati Uniti
d'America, nella quale, per la prima
volta in assoluto, una voce
americana la cui autorevolezza non
può essere messa in discussione,
considera “plausibile” che qualcuno,
negli Stati Uniti, possa organizzare
un attentato terroristico contro gli
Stati Uniti, per poi attribuire il
tutto a qualche nemico esterno e
scatenare una guerra.
Non fa venire i brividi? Non fa
venire in mente l'11 Settembre, che
a questo “plausibile scenario”
assomiglia come una goccia d'acqua?
Dunque Brzezinski informa i senatori
che l'amministrazione Bush – per
meglio dire qualcuno al suo interno
e molto in alto – sta cercando un
pretesto per attaccare l'Iran. E
quale pretesto! Si aggiunga che le
tappe “1” e “2” (fallimento iracheno
e immediata accusa di Washington
contro Teheran) si sono già
realizzate nei giorni scorsi e i
giornali ne sono pieni. Restano le
tappe “3” e “4” che potrebbero
avvenire in qualunque momento.
Perché non c'è dubbio che Brzezinski
non si sarebbe spinto a pronunciare
quelle parole se non avesse saputo
che il piano è già scattato e se non
avesse deciso che l'unico modo per
bloccarlo è di svelarlo.
Ma non c'è riuscito, fino a questo
momento, perché il mainstream
informativo sembra non essersi
accorto di niente. E questo silenzio
di tomba conferma la sostanziale
complicità dei media con gli
organizzatori della guerra.
Delle rivelazioni di Brzezinski ha
infatti parlato solo il Financial
Times, ma in sordina, quasi come
ordinaria amministrazione. Molto
rivelatore anche il comportamento
dell'Associated Press, che ha
riferito la notizia, ma omettendo il
riferimento a un possibile attentato
terroristico sul territorio degli
Stati Uniti.
I senatori non hanno chiesto
delucidazioni, nemmeno i
democratici, troppo impauriti dalle
loro responsabilità nella guerra
irachena per poter fermare quella
iraniana che metterà alla berlina la
loro bipartisanship.
Ma come ignorare una voce come
quella di Zbigniew Brzezinski, un
uomo che ha guidato per anni i
servizi segreti e non ha mai perduto
il contatto con loro? Come tacere
sulle conclusioni di colui che
organizzò la trappola afghana in cui
caddero i sovietici nel 1979?
Qualcuno, adesso, (specie tra coloro
che hanno taciuto sull'11 Settembre
e poi, chiamati a risponderne, hanno
difeso a spada tratta la versione
ufficiale, organizzata dai mentitori
che stanno costruendo questo stesso
“plausibile scenario”) dirà che
stiamo forzando quello che
Brzezinski ha effettivamente detto.
Il fatto è che l'ex-Segretario alla
Sicurezza Nazionale ha detto molto
di più. E ha chiarito ai senatori
(forse) allibiti che stava proprio
parlando di una provocazione ordita
non da Al Qaeda, ma dall'interno
dell'Amministrazione. Lo ha fatto
ricordando l'articolo del New York
Times del 27 marzo 2006 che
riprodusse il memorandum di un
“colloquio privato” tra Bush e Blair,
due mesi prima dell'inizio
dell'attacco contro l'Iraq. Quel
memorandum, mai smentito, era stato
steso da uno degli accompagnatori
del premier britannico e infatti
uscì da una gola profonda di Londra.
In quell'articolo – ecco cosa dice
Brzezinski – “al Presidente venivano
attribuite preoccupazioni per il
fatto che avrebbero potuto non
esserci in Iraq armi di distruzioni
di massa”, che si sarebbero dovute
mettere in piedi altre basi per
sostenere l'azione bellica”.
E Brzezinski continua: “vi leggerò
semplicemente ciò che quel
memorandum sembra contenere, secondo
il New York Times: il Presidente e
il Primo Ministro riconobbero che in
Iraq non erano state trovate armi
non convenzionali. Di fronte
all'eventualità di non trovarne
alcuna prima della pianificata
invasione, il signor Bush parlò di
diversi mezzi atti a provocare lo
scontro. Descrisse i diversi modi in
cui ciò avrebbe potuto essere fatto.
Non vorrei entrare nei dettagli…quei
modi erano abbastanza sensazionali,
perlomeno uno di essi lo era.”
Nel memorandum del New York Times –
Brzezinski delicatamente non lo
ricorda ai senatori – c'era
l'abbattimento di un aereo americano
da ricognizione in alta quota, la
cui responsabilità sarebbe stata
scaricata su Saddam Hussein. Ovvio
che qui non si parla di Osama Bin
Laden. Il giornalista Barry Grey (
www.wsws.org ) gli chiede, per
essere certo di aver ben capito: lei
sta suggerendo che c'è la
possibilità che ciò possa aver avuto
origine all'interno dello stesso
governo americano?”. La risposta di
Brzezinski è tutt'altro che una
smentita: “Io sto dicendo che
l'intera situazione può sfuggire di
mano e che ogni tipo di calcoli può
produrre circostanze che sarà assai
difficile ricostruire”. Esattamente
come avvenne l'11 Settembre. Stanno
preparando la guerra e tutti i più
importanti mass media tacciono.
Forse ce la racconteranno dopo come
hanno già fatto altre volte.
da
www.megachip.info / Off -
Quotidiano di spettacolo
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Conto alla rovescia
L'Iran deve tenersi
pronto a bloccare un
attacco nucleare
di
Léonid Ivashov *
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Per il generale Leonid Ivashov, ex capo
di Stato Maggiore interarma della
Federazione della Russia, non c'è nessun
dubbio che l'amministrazione Bush stia
pianificando interventi nucleari contro
l'Iran e che il Pentagono sarà in grado
di effettuarli nelle prossime settimane.
Non c'è neppure dubbio che gli Stati
Uniti non saranno dissuasi dalle altre
potenze nucleari e che comporteranno
solamente una risposta convenzionale.
L'unica incognita risiede
nell'approvazione o nell'opposizione a
questo progetto da parte del Congresso
degli Stati Uniti.
Nell'insieme delle notizie provenienti
dal Medio Oriente, un numero crescente
di articoli afferma che da qui a qualche
mese gli Stati Uniti condurranno degli
interventi nucleari contro l'Iran. Ad
esempio il Kuwaiti Arab Time, citando
fonti molto informate ma anonime,
riferisce che gli Stati Uniti progettano
di lanciare un attacco supportato da
missili e bombe sul territorio iraniano
prima della fine del mese di aprile
2007. La campagna partirà dal mare e
sarà appoggiata dal sistema di difesa
anti-missile Patriot, in modo da
risparmiare alle truppe statunitensi
un'operazione terrestre e ridurre
l'efficacia di una risposta proveniente
da "non importa quale paese del Golfo
Persico".
"Non importa quale paese" fa
essenzialmente riferimento all'Iran. La
fonte che ha comunicato la notizia al
giornale kuwaitiano crede che le forze
statunitensi in Iraq come negli altri
paesi della regione saranno protette da
ogni lancio di missili iraniani dai
Patriot alle frontiere.
Così, i preparativi di una nuova
aggressione statunitense hanno raggiunto
la loro fase di definizione. Le
esecuzioni di Saddam Hussein e dei suoi
più stretti collaboratori sono state
parte di questi preparativi. Il loro
scopo era di servire come "operazione
dissimulatoria" dei tentativi degli
strateghi statunitensi, volti ad
esacerbare deliberatamente la situazione
al tempo stesso in Iran ed in tutto il
Medio Oriente.
Gli Stati Uniti hanno ordinato
l'impiccagione del deposto dirigente
iracheno e dei suoi collaboratori
valutando realisticamente le conseguenze
del gesto. Ciò dimostra che gli Stati
Uniti hanno adottato irreversibilmente
il piano di spartizione dell'Iraq in tre
pseudo-stati: sciita, sunnita e curdo.
Washington considera che una situazione
di caos controllato aiuterà a dominare
strategicamente l'approvvigionamento di
petrolio dal Golfo Persico così come da
altre vie di trasporto petrolifero
strategicamente rilevanti.
L'aspetto più importante della questione
è che sarà creata una zona cruenta di
conflitto senza fine nel cuore del Medio
Oriente, nella quale i paesi vicini
all'Iraq, segnatamente l'Iran, la Siria
e la Turchia (attraverso il Kurdistan),
saranno inevitabilmente coinvolti. Ciò
risolverà il problema della completa
destabilizzazione della regione, un
compito di primaria importanza per gli
Stati Uniti e particolarmente per
Israele. La guerra in Iraq non è stata
che un passo per una serie di tappe nel
processo di destabilizzazione regionale.
E' stata solamente una fase del processo
di avvicinamento di un regolamento di
conti con l'Iran e con altri paesi che
gli Stati Uniti intendono stigmatizzare.
Tuttavia non è agevole per gli Stati
Uniti lanciarsi in un'altra campagna
militare mentre l'Iraq e l'Afganistan
"non sono pacificati" (gli Stati Uniti
mancano delle risorse necessarie per
farlo). Inoltre, le proteste contro la
politica dei neoconservatori di
Washington si intensificano ovunque nel
mondo. A causa di tutto questo gli Stati
Uniti faranno uso dell'arma nucleare
contro l'Iran. Si tratterà del secondo
caso di utilizzo in combattimento di
armi nucleari dopo l'attacco
statunitense del 1945 contro il
Giappone.
I
circoli militari e politici israeliani
fanno apertamente dichiarazioni sulla
possibilità di interventi di missili
nucleari sull'Iran dall'ottobre del
2006, quando l'idea fu sostenuta da
George W. Bush. Attualmente si parla di
una "necessità" di interventi nucleari.
Si spinge l'opinione a credere che
questa eventualità non ha niente di
mostruoso e che, proprio al contrario,
un intervento nucleare è relativamente
fattibile. Secondo loro non c'è altro
mezzo per "fermare" l'Iran.
Come reagiranno le altre potenze
nucleari? Per ciò che riguarda la
Russia, nel migliore dei casi, il suo
governo si accontenterà di condannare
gli interventi, al peggio dichiarerà che
"anche se gli Stati Uniti hanno fatto un
errore, il paese preso di mira ha
provocato egli stesso l'attacco". Come
all'epoca degli interventi che ha subito
la Jugoslavia.
L'Europa reagirà probabilmente dello
stesso modo. E' tuttavia possibile che
le proteste della Cina e di altri paesi
nei confronti gli attacchi nucleari
siano più rilevanti. In ogni caso, non
ci sarà rappresaglia nucleare contro le
forze statunitensi - l'amministrazione
Bush ne è totalmente sicura.
Le Nazioni Unite non hanno nessun peso
in questo contesto geopolitico. Non
avendo condannando l'attacco subito
dalla Jugoslavia, il Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite ne ha
condiviso la responsabilità. Questa
istituzione si accontenta di adottare
delle risoluzioni che i russi ed i
francesi interpretano come una rinuncia
all'uso della forza, ma che gli
statunitensi ed i britannici intendono
come una "garanzia" delle loro
aggressioni.
Quanto ad Israele, sarà certamente nel
mirino degli attacchi dei missili
iraniani; è allora possibile che la
resistenza di Hezbollah e dei
palestinesi diventi più attiva. Gli
israeliani poseranno a vittime, faranno
ricorso a delle provocazioni per
giustificare un'aggressione, patiranno
danni ragionevoli e gli Stati Uniti
indignati finiranno per destabilizzare
l'Iran, presentando ciò come un castigo
ben meritato.
Qualcuno sembra credere che le proteste
dell'opinione pubblica potranno fermare
gli Stati Uniti. Non penso. Non bisogna
sopravalutare l'importanza di questo
fattore. Ho provato in passato, per ore,
a convincere Milosevic che la Nato si
preparava ad attaccare la Jugoslavia.
Per molto tempo, ha rifiutato di
considerarlo, ripetendomi senza tregua:
"Leggete dunque la Carta dell'Onu. Per
quali ragioni potrebbero fare ciò? ».
Ma l'hanno fatto. Hanno ignorato
deliberatamente la legislazione
internazionale, e l'hanno fatto. E quale
è il risultato? Certamente, l'opinione
pubblica è stata urtata ed indignata. Ma
gli aggressori hanno ottenuto
esattamente ciò che volevano: Milosevic
è morto, la Jugoslavia è divisa e la
Serbia è colonizzata; e gli ufficiali
della Nato hanno stabilito il loro
quartier generale negli uffici del
Ministero della Difesa del paese.
La stessa cosa è avvenuta in Iraq.
L'opinione pubblica è stata urtata ed
indignata. Ora ciò che interessa agli
Stati Uniti non è l'ampiezza
dell'indignazione ma l'estensione dei
redditi del loro complesso
militar-industriale.
La notizia secondo la quale una seconda
portaerei statunitense dovrebbe arrivare
nel Golfo Persico entro la fine del mese
di gennaio permette di fare un'analisi
dell'evoluzione possibile del conflitto.
Per attaccare l'Iran, gli Stati Uniti
adopererebbero essenzialmente la forza
nucleare aerea. Sarebbero utilizzati
missili da crociera (lanciati da aerei,
da sottomarini e da postazioni di
superficie) e, eventualmente, dei
missili balistici. Con ogni probabilità,
i colpi nucleari sarebbero seguiti da
raid aerei lanciati dalle portaerei,
così come di altri tipi di attacchi.
L'Iran possiede un esercito potente e le
forze US potrebbero patire delle perdite
ingenti. Ciò è inaccettabile per G. W.
Bush, che si trova già in posizione
delicata. Ma non è necessario lanciare
un attacco terrestre per distruggere le
infrastrutture dell'Iran, contrastare lo
sviluppo del paese, generare il panico e
creare caos politico, economico e
militare. È un obiettivo realizzabile
accedendo al nucleare, poi con i mezzi
da guerra convenzionali. Ecco l'utilità
del dispiegamento della flotta di
portaerei vicino alle coste iraniane.
Quali sono i mezzi di difesa dell'Iran?
Sono considerevoli ma restano largamente
inferiori per forza. L'Iran possiede 29
sistemi di missili antiaerei russi "Tor."
Costituiscono indiscutibilmente un
rafforzamento della difesa aerea
iraniana. L'Iran non ha tuttavia, al
momento attuale, nessuna protezione
sicura contro i raid aerei. La tattica
sarà quella abituale: subito,
neutralizzare la difesa aerea ed i
radar, poi attaccare l'armata aerea in
volo, poi le installazioni di controllo
e le infrastrutture a terra, evitando i
rischi.
Tra qualche settimana, vedremo mettersi
in movimento la macchina
dell'informazione di guerra. L'opinione
pubblica è già sotto pressione. Vedremo
montare una sorta di isteria
anti-iraniana, di "fughe" di notizie nei
media, di disinformazione, ecc.
Tutto ciò manda simultaneamente un
messaggio all'opposizione
"filo-occidentale" e ad una frazione
dell'élite di Mahmoud Ahmadinejad
affinché si preparino agli eventi a
venire. Gli Stati Uniti contano sul
fatto che un attacco all'Iran generi
inevitabilmente il caos nel paese, per
poi corrompere alcuni generali iraniani
e quindi crearsi una "quinta colonna"
nel paese.
Beninteso, l'Iran e l'Iraq sono dei
paesi assai differenti. Tuttavia, se
l'aggressore riuscisse a provocare un
conflitto tra i due rami delle forze
armate iraniane- il Corpo delle guardie
della Rivoluzione islamica e l'esercito-
il paese si ritroverebbe in una
situazione critica, particolarmente
nell'ipotesi che, fin all'inizio della
campagna, gli Stati Uniti riuscissero a
uccidere il presidente iraniano ed a
portare un intervento nucleare, o un
massiccio intervento convenzionale
contro lo Stato Maggiore del paese.
Ad oggi, la probabilità di un attacco
degli Stati Uniti contro l'Iran è
estremamente elevata. Resta una
questione ancora incerta: che il
Congresso statunitense dia
l'autorizzazione per questa guerra. Il
ricorso ad una provocazione potrebbe
eliminare questo ostacolo (un attacco su
Israele o su bersagli statunitensi
dentro le basi militari). L'ampiezza
della provocazione potrebbe essere
dell'ordine degli attentati del 11
settembre 2001 a New-York. Allora il
Congresso dirà certamente "sì" al
presidente statunitense.
*
Il generale Léonid Ivashov, ex Capo di
Stato Maggiore interarma della
Federazione della Russia, oggi
vicepresidente dell'Accademia russa di
geopolitica e membro del conferenza Axis
for Peace.
N.B. Questo articolo è stato redatto dal
generale Leonid Ivashov prima della
deposizione al Congresso del segretario
della Difesa statunitense Robert Gâtes,
il 6 febbraio 2007, che ha detto che
Washington deve prepararsi ad un
confronto militare con la Russia; e
prima del discorso del presidente
Vladimir V. Putin davanti alla
Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il
10 febbraio 2007, che ha affermato che
Mosca non lascerebbe decidere solo gli
Stati Uniti della guerra o della pace
[in Iran].
http://www.voltairenet.org/article145295.html
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