Quanto manca all'attacco contro l'Iran?
Dossier
Un dossier di Contropiano documenta le reali motivazioni e il pericolo imminente di una nuova e devastante guerra in Medio Oriente: quella che USA, Israele e Gran Bretagna stanno per scatenare contro l'Iran. Di questo non sembrano accorgersi senatori e deputati che hanno discusso di missioni militari e politica estera nel vuoto pneumatico delle sale parlamentari. Ma anche dentro settori del movimento non sembra ancora esserci l'attenzione e l'analisi adeguata a questa nuova e terribile minaccia. Il dossier, da leggere nel suo insieme, segnala questo allarme
 
 
Interventi, articoli, traduzioni di: Sergio Cararo,  Mauro Gemma, Dimitri Sedov, Jhon Pilgher, Giulietto Chiesa, Leonid Ivashov, Gennaro Carotenuto, Lucio Manisco, William Lowther, Colin Freeman.
 
il dossier è scaricabile su www.contropiano.org
 
 
A quando l’attacco militare contro l’Iran?
Sergio Cararo

“Di fronte alla possibilità che l'Iran si doti di armi nucleari, Israele si sta preparando a una guerra contro Teheran e la Siria” ha scritto recentemente il Sunday Times, citando fonti governative e militari israeliane.
La conclusione che la guerra con questi due paesi sia inevitabile, afferma il giornale, viene dal recente conflitto con Hezbollah: secondo fonti della difesa, ci si è resi conto che troppa energia era stata sprecata con i palestinesi, mentre la vera minaccia alla sopravvivenza di Israele, rappresentata da Siria e Iran, veniva trascurata.
"La sfida che viene da Siria ed Iran è ora al primo posto nell'agenda della difesa israeliana, più in alto di quella palestinese", ha detto una fonte della stessa difesa al Sunday Times (1)

I giornali ed i governi europei, hanno passato sotto silenzio la lettera inviata a metà settembre dagli ispettori dell’AIEA al Congresso USA accusandolo di aver manipolato le loro relazionii sullo stato reale del programma nucleare iraniano. Nei mesi precedenti era stato invece messo il silenziatore sul rapporto indipendente di un gruppo plurinazionale di scienziati rivelato dal “Washington Post”. 

Se il rapporto degli ispettori dell’AIEA smentiva di avere prove concrete del possibile uso militare del nucleare iraniano, il rapporto degli scienziati indipendenti, aveva ulteriormente demolito la campagna mediatica, politica e diplomatica contro l’Iran sulla vicenda del nucleare. Questo gruppo di scienziati ha scoperto che i residui di uranio “per la bomba iraniana”, appartengono in realtà ad un vecchio silos pakistano portato pubblicamente (per l’Agenzia Atomica Internazionale) in Iran per essere bonificato. Il Washington Post ha affermato perentoriamente che questa rapporto priva la campagna anti-iraniana dell’amministrazione Bush del suo argomento principale (1).

E’ noto a tutti che gli artefici principali di questa campagna contro l’Iran siano i cosiddetti “likudzik” cioè i progetti e i soggetti convergenti della fazione filo-israeliana nell’amministrazione Bush con le autorità israeliane vere e proprie.

Per i primi la liquidazione – anche manu militari – dell’Iran significa il completamento del progetto “Grande Medio Oriente”, per i secondi rappresenta l’eliminazione di una potenza regionale rivale che sostiene apertamente organizzazioni come gli Hezbollah libanesi e rimane l’unico fattore di equilibrio nei confronti della strapotenza militare e nucleare israeliana. A questa campagna si è unito "volenterosamente" il premier britannico Blair, che ha accusato l'Iran - ma senza averlo dimostrato - di appoggiare la resistenza irachena nel sud del paese.

 

Una ragnatela contraddittoria nelle relazioni dell'Iran con USA e Israele

Che i rapporti tra Iran, Stati Uniti ed Israele oggi non siano buoni è evidente a molti. Sono meno noti i ripetuti tentativi delle varie amministrazioni repubblicane (e degli israeliani) di utilizzazione dell’Iran per i loro giochi di destabilizzazione in Medio Oriente.

Nonostante la crisi degli ostaggi che costò la rielezione a Carter nel 1980 e nonostante l’Iran degli ayatollah definisse gli USA “Il Grande Satana”, sono note sia operazioni triangolari come l’Iran-Contras sia il doppio gioco degli USA per scatenare l’Iran contro l’Iraq, e viceversa, nella devastante guerra che ha dissanguato i due paesi tra il 1980 e il 1988. Lo stesso Rafsanjani, fortunatamente e clamorosamente uscito sconfitto dalle recenti elezioni in Iran, rappresentava la corrente dell’establishment iraniano che intendeva riaprire a tutto campo le relazioni con gli Stati Uniti.

Abboccamenti c’erano stati durante l’invasione dell’Afganistan nel 2001 (i taleban non erano affatto amici degli iraniani, anzi contro la minoranza sciita in Afganistan erano stati assai pesanti). E abboccamenti ci sono stati anche per cooptare e dare potere nell’Iraq occupato dagli USA alle milizie filo-iraniane dello Sciri che si vanno configurando (insieme a quelle curde) come il vero braccio armato del governo fantoccio scaturito dalle elezioni farsa.

Non solo. Nel 1998, Paul Wolfowitz (oggi collocato alla Banca Mondiale) ma uomo chiave nel team della prima amministrazione Bush, pubblicava un rapporto sul Medio Oriente in cui diceva quattro cose esplicite:

1)      gli USA devono attaccare l’Iraq,

2)       non si può permettere che i prezzi del petrolio siano troppo bassi,

3)      occorre impedire la destabilizzazione dell’Arabia saudita,

4)      occorre riaprire il “dialogo con l’Iran”.  

Se un falco come Wolfowitz auspicava il dialogo con Teheran, vuol dire che in quell’ambito esistevano canali aperti, probabilmente con lo stesso Rafsanjani e settori dei cosiddetti “riformisti” (2)

Diverso è invece il rapporto tra Israele e Iran. In questo caso possiamo parlare più di interessi oggettivi che di dialogo. La destra israeliana infatti è dagli anni Ottanta che ha in mente la riscrittura della mappa geopolitica del Medio Oriente funzionale ai propri progetti (3)

In tal senso ha sempre cercato di dare vita ad una diplomazia di interessi verso i paesi o i popoli “non arabi” dell’area in funzione destabilizzante nei confronti dei paesi arabi. E’ il caso dell’interlocuzione privilegiata con i cristiani maroniti in Libano, della Turchia dei curdi, di alcuni clan africani e dello stesso Iran. Gli effetti di questa politica si sono visti nell’alimentare con armamenti l’Iran nel prolungamento/dissanguamento della assurda guerra tra Iran e Iraq, nelle ingerenze della Turchia contro Siria e Iraq, nel sostegno ai falangisti libanesi, ai curdi iracheni o ai gruppi secessionisti in Sudan (vedi il Darfur) ed infine nel pervicace tentativo di balcanizzazione dell’Iraq in tre cantoni (curdo a nord, sciita a sud e sunnita al centro). L’approvazione della Costituzione federale in Iraq, oltre che a scatenare un sanguinoso conflitto interno, ha segnato un indubbio successo israeliano nel progetto di balcanizzazione del più moderno e indipendente paese arabo. Israele non a caso – come ha rivelato un ufficiale israeliano alla BBC - ha inviato numerosi “consiglieri” nella regione curda-irachena e parecchi specialisti di controguerriglia al fianco delle truppe statunitensi e dei peshmerga curdi.

 

L'atomica iraniana. Due pesi, due misure...

Alcuni dei commentatori che si prestano alla campagna contro l’Iran, giocano su un argomento semplice ma di una certa efficacia. Se l’Iran infatti è uno dei principali produttori di petrolio e dunque non ha problemi di approvvigionamento energetico, che bisogno ha del nucleare se non per fare le bombe atomiche? E’ un ragionamento che su menti semplici può fare effetto. Si potrebbe rispondere che anche paesi petroliferi come Russia o Stati Uniti o Gran Bretagna  hanno le centrali nucleari, ma potrebbe non bastare, in fondo il senso comune guarda sempre con rispetto e timore alle grandi potenze.

Altri sostengono che solo le democrazie possono detenere le armi atomiche. Ragione per cui non si trova nulla da eccepire se gli USA, Francia, Gran Bretagna e Israele possiedono centinaia di testate nucleari.  I meccanismi di controllo interno dei sistemi democratici “impedirebbero” che vengano usate impropriamente. Qualcuno potrebbe contestare il fatto che nella storia le uniche bombe atomiche sulle città le hanno sganciate i “democratici” Stati Uniti. Ma anche su questo vale il ragionamento fatto prima. Inoltre gli USA hanno la vinto la guerra, la storia la scrivono come gli pare e piace, e buona parte del mondo “civilizzato” è disposto a credergli.

Qualcun altro però potrebbe contestare questa tesi accomodante e rammentare che le armi atomiche adesso ce l’hanno anche la Russia, la Cina, l’India e perfino il Pakistan. Questi ultimi due paesi – sette anni fa – furono sottoposti a sanzioni per gli esperimenti nucleari che sorpresero il mondo, incluso il vertice del G 8.

Cina e Russia sono troppo grossi e potenti per vedere rimesso in discussione il loro potere di deterrenza nucleare e poi sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Ma l’India ha assai migliorato le sue relazioni con gli USA, mentre il Pakistan, collaborando all’occupazione dell’Afghanistan, si è magicamente trasformato da una dittatura militare in una democrazia alleata della coalizione antiterrorismo.

Secondo questa logica assai eccepibile, l’Iran non avrebbe alcuna legittimità per dotarsi di impianti nucleari. Non ne ha bisogno, non è una democrazia, gli ayatollah sono “matti”, non è una potenza permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non è neanche parte della coalizione dei volenterosi contro il terrorismo quindi…l'Iran non ha diritto a dotarsi dell'energia nucleare.

Stando così le cose un pò di verità non guasta, soprattutto alla luce dell’esperienza di questi ultimi dieci anni e dello scatenamento della guerra preventiva. Che la verità costringa talvolta al cinismo è una causa ed un effetto della storia.

 

Il nucleare iraniano. Una minaccia o un fattore di riequilibrio in Medio Oriente?

I programmi nucleari sono stati sviluppati in moltissimi paesi nel corso degli anni Novanta. Se vogliamo parlare di paradossi, il paese che negli anni Novanta ha fatto incetta di plutonio e uranio… è stato il Giappone. Pochi ricordano quante navi hanno preso la strada del Sol Levante provenienti dalla Francia o dagli Stati Uniti con carichi nucleari. Il riarmo e l’ondata militarista che stanno percorrendo il Giappone negli ultimi anni (alimentato dalla sindrome anti-coreana), confermano che la corsa nucleare del Sol Levante non aveva solo scopi industriali.

Diversamente che in Europa o nei paesi capitalisti, il ricorso al nucleare in molti paesi emergenti corrispondeva più a standard di sviluppo tecnologico (anche militare) che ad esigenze energetiche.

Va ricordato in tal senso il tentativo iracheno di costruire un impianto nucleare a Osirak che fu stroncato unilateralmente nel 1981 dagli israeliani con un bombardamento.

La “bomba islamica” l’ha costruita il Pakistan con i finanziamenti ricevuti da tutti i paesi arabi ed islamici. Il Pakistan non lo ha fatto per assicurarsi una fonte di approvvigionamento energetico alternativo al petrolio ma per acquisire uno status di potenza regionale nei confronti di India e Cina e per dare “un punto di forza” alla nazione islamica nei confronti dell’arsenale nucleare israeliano.

La stessa Israele, ha creato l’impianto nucleare di Dimona non per produrre energia di cui non dispone e aggirare così l’embargo petrolifero arabo ma per produrre decine di testate nucleari operative. Il povero Vanunu sta ancora passando i suoi guai per averlo rivelato al Sunday Times.

Cosa hanno in comune la bomba islamica pakistana, quella indiana e quelle israeliana? Che tutte e tre sono nate di nascosto e in paesi che hanno rifiutato di firmare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare per evitare le ispezioni dell’AIEA nei loro impianti.

Al contrario, la Repubblica Islamica Iraniana, ha firmato il Trattato, ha ospitato sistematicamente le ispezioni dell’AIEA ed ha dato vita pubblicamente e legalmente al suo programma nucleare. Ma perché un importante paese produttore di petrolio ha dato vita ad un programma nucleare?

Le ragioni dell’accelerazione del piano nucleare iraniano, vanno viste nel contesto del “Grande Gioco” apertosi pesantemente in Asia Centrale a metà degli anni Novanta. Non va infatti dimenticato che tra gli obiettivi dichiarati del “Silk Road Strategy Act” statunitense vi era quello di tagliare fuori dai corridoi energetici la Russia e l’Iran. (4)

La guerra degli oleodotti che si è aperta e combattuta nel Caucaso e nelle repubbliche asiatiche ex sovietiche non è ancora terminata ed è stata di una durezza che pochi hanno saputo cogliere (se non in occasione della guerra NATO nei Balcani o del sanguinoso conflitto in Cecenia).

Gli Stati Uniti puntavano a isolare ed estromettere l’Iran dalle dinamiche della geografia mondiale del petrolio. Di questo erano consapevoli il ricco Rafsanjani e i cosiddetti riformisti iraniani che hanno quindi cercato di riallacciare i contatti con gli USA.

A complicare ed a chiarire le cose, ci si è messo però il Progetto per il Nuovo Secolo Americano, il rafforzamento dei “likudzik” a Washington ed a Tel Aviv e lo scatenamento della guerra preventiva da parte degli Stati Uniti. La realtà infatti ha dimostrato fino ad oggi che le bombe atomiche è meglio averle che non averle e che se un paese dispone di bombe atomiche può decidere da solo se farsi “esportare o meno la democrazia in casa”.

Lo scenario visto prima in Afganistan e poi in Iraq è stato un serio deterrente per l’Iran. Questo paese infatti si trova preso in mezzo ai due paesi occupati militarmente dagli USA e l’amministrazione statunitense non nasconde affatto l’ambizione di chiudere anche territorialmente questa parte dell’Arco di Crisi indicato da tempo da Brzezinski e Kissinger dentro il progetto del “Grande Medio Oriente” di cui l’Iran è una spina nel fianco e una interruzione di continuità.

 

USA e Israele in difficoltà. I rischi dell’escalation

Oggi l’amministrazione Bush è seriamente impantanata in Iraq ed è ancora lontana dal raggiungimento degli obiettivi strategici prefissati dal “Grande Medio Oriente”, mentre il fallimento dell’Operazione “Summer Rain” israeliana in Libano ha bloccato il tentativo di far implodere il Libano e destabilizzare la Siria.

La tabella di marcia del Nuovo Secolo Americano deve fare i conti con la realtà e con la resistenza di popoli e di Stati all’egemonia globale USA. Gli USA sono sottoposti a fortissime pressioni israeliane per mettere in moto le operazioni contro l’Iran. Bush non ha affatto escluso l’opzione militare ma deve però prendere tempo e incentivare la campagna perché l’Iraq non è solo una rogna dal punto di vista militare ma lo è ancora di più dal punto di vista politico e della credibilità. Inoltre due potenze come Russia e Cina hanno emesso un serio monito contro una eventuale aggressione verso l’Iran.

Gli scienziati che hanno rivelato al Washington Post l’ulteriore menzogna di guerra dell’amministrazione Bush e Sharon sul nucleare iraniano, potrebbero essere più ascoltati e fortunati di quanto lo furono quegli onesti ispettori dell’ONU che persero la voce a forza di denunciare il fatto che di armi di distruzioni di massa in Iraq non ce n’erano.

In queste settimane stiamo assistendo ad un intenso lavorìo diplomatico dell’Italia e dell’Unione Europea per tenere aperto un negoziato con l’Iran ed evitare le sanzioni prima e l’intervento militare poi.

Ma è possibile, anzi probabile, che nella prossima fase assisteremo ad una escalation sempre più pericolosa contro l’Iran e sarà una escalation la cui variabile indipendente non sarà rappresentata dagli “ayatollah” ma da chi guiderà i governi israeliani e dall’esito delle elezioni di medio termine negli USA. La previsione del Sunday Times di un attacco nei primi mesi del prossimo anno, appare realistica, a meno che il progetto israelo-statunitense non trovi nelle altre potenze competitrici (Russia, Cina, Unione Europea) un ostacolo più serio di quanto sia stato fino ad oggi e di quanto la stessa missione Unifil 2 in Libano ha lasciato fin qui intravedere.

Il principio di lealtà (e di realtà) vorrebbe che una conferenza o un piano che punti ad un processo di disarmo nucleare del Medio Oriente riguardi certo l’Iran ma non può che includere anche Israele. L'unico ad aver avanzato la proposta della denuclearizzazione del Medio Oriente, è stato fino ad oggi il Presidente iraniano intervendo alle Nazioni Unite. Le potenze che vogliono attaccare o isolare l'Iran hanno detto che non era credibile. Una domanda sorge semplice semplice: perchè?

 

Ottobre 2006

Gli USA attaccheranno l’Iran il 6 aprile
 

Lo afferma, sul settimanale russo «Argumenti Nedely», Andrei Uglanov, che pare avere fonti informative dei servizi di Mosca.
L’operazione sarebbe stata battezzata «Bite» (Morso) perché non prevede nessuno sbarco o invasione, ma una serie di bombardamenti, della durata di dodici ore (dalle 4 del mattino alle 16), contro una ventina di obbiettivi e installazioni nucleari iraniane.
Saranno le squadre di B-52 in decollo dalla base Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, e armate di bombe e missili, a colpire.
Questa prima ondata sarebbe seguita da altre, effettuate con aerei in decollo da altre basi USA nella zona, nel Golfo e in Afghanistan.
Secondo Uglanov, Mosca ha già informato Teheran, ma chiarendo che la Russia non interverrà nel conflitto.
«Più volte la Russia ha invitato Teheran ad attenersi alle proposte della commissione internazionale per l’energia Atomica (IAEA), e se Teheran non vuole accettare, il nostro Paese non può trovarsi coinvolto in un’avventura tragica», scrive Uglanov: «La Russia non può partecipare ai giochi anti-americani».
Da settimane Mosca segnala che non si farà manovrare da Teheran nei suoi «giochi anti-americani», che se Ahmadinejad spera di trattare la seconda potenza nucleare come un suo fantoccio, si sbaglia di molto.
Putin, i cui tecnici stanno installando la centrale iraniana di Bushehr, aveva offerto in passato di arricchire l’uranio iraniano nelle sue centrali, sotto garanzia internazionale; Ahmadinejad ha sempre rifiutato.
Ora Mosca, rende noto la Reuter, minaccia ancora di interrompere le forniture di combustibile atomico a Bushehr, se Ahmadinejad non fermerà il programma di arricchimento come chiesto dal Consiglio di sicurezza.
L’avvertimento è stato dato da Igor Ivanov, segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale russo, ad Ali Hosseini Tash, un alto diplomatico iraniano.
Lo stesso ministro degli Esteri Sergei Lavrov avrebbe confidato a diplomatici europei che la decisione di non fornire più combustibile a Bushehr era frutto di una decisione politica di Mosca, non una questione di pagamenti mancati del materiale.
Ahmadinejad non è il nuovo Hitler, ma è stupido se crede di poter giocare la Russia contro gli USA, e determinare lui, a capo di un Paese di peso irrilevante nel gioco delle grandi potenze, la politica estera di Mosca.
Sta andando verso l’ineluttabile.
Secondo i russi, l’attacco americano ormai imminente metterà in ginocchio la popolazione persiana, e potrà portare alla caduta di Ahmadinejad (già ai livelli più bassi) se non dell’intero regime degli ayatollah.
Verrà sconvolto l’assetto sociale interno, e il prezzo del petrolio potrà salire - essendo la regione già destabilizzata dall’occupazione dell’Iraq - fino a 200 dollari il barile.
Ma anche per gli USA una nuova fase bellica può riservare amare sorprese, sulla sua economia e sul dollaro.
Ma «bisogna» obbedire a Israele.
Una nostra fonte, che cita un suo informatore della CIA, ci conferma l’attacco per i primi di aprile.
E una conferma almeno indiretta viene da Israele, che ha invitato i suoi cittadini a non viaggiare in una quarantina di paesi (la lista è lunghissima, e comprende l’intero mondo musulmano e l’Africa) come prevedendo reazioni inferocite alle prime immagini del bombardamento a tappeto.
«Ci stiamo preparando a scenari di guerra su vari fronti», ha detto anche il ministro della Difesa giudaico Amir Peretz: «Non faremo compromessi nella guerra al terrorismo. Coloro che rifiutano di riconoscere Israele rifiutano la pace», ha aggiunto.
L’ex capo di Stato Maggiore Moshe Ya’alon è stato ancora più esplicito.
Ha definito «inevitabile» il conflitto con l’Iran, e - come fanno da tempo lui e i suoi pari - ha rimproverato l’Occidente, che non vuole andare in guerra per Israele, in quanto è «debole», e questo «avvicina il conflitto anziché allontanarlo».
Ahmadinejad, ha detto, «ha dichiarato guerra all’Occidente e alla sua cultura» (sic).
Insomma gli ordini di Giuda all’Occidente sono stati dati.
Lo ha fatto Olmert nella riunione dell’AIPAC (American Israeli Political Committee) a Washington il 12 marzo scorso, davanti ad una platea di politici, parlamentari e candidati presidenziali democratici, che ha rimproverato per la loro «debolezza»: «Sono sicuro», ha detto, «che tutti voi che siete preoccupati della sicurezza e del futuro dello Stato di Israele comprendete l’importanza di una forte leadership americana per affrontare la minaccia dell’Iran, e sono sicuro che voi non intralcerete né frenerete questa forte leadership (di Bush)».
La voce del padrone ha parlato al potere americano, a casa sua, con questo tono.
Sembra confermare i preparativi per il bombardamento dell’Iran anche l’esercitazione congiunta USA-Israele completata la settimana scorsa.
Battezzata «Juniper Cobra 2007», l’esercitazione simulava «lanci missilistici non-convenzionali» e tra l’altro mirava a mettere a punto il sistema d’intercezione anti-missile israeliano «Arrow» in coordinamento con la rete, sempre israeliana ma prodotta in USA, dei missili Patriot.
Allo scopo evidente di parare una possibile reazione iraniana.
Ya’alon ha reso abbastanza chiaro che, in coincidenza con l’attacco aereo americano all’Iran, Israele combatterà «su vari fronti contemporaneamente», riecheggiando Peretz e probabilmente alludendo alla «soluzione finale del problema palestinese» da mettere a segno mentre il mondo sarà distratto dall’incenerimento dell’Iran, e alla rivincita in Libano contro Hezbollah.
Qui, la ripresa della guerra è necessaria perché Hezbollah ha scosso «la deterrenza di Israele», e tale deterrenza va ricostituita.
Ya’alon ha definito quella palestinese «una cultura di morte» (sic).
«Finchè non metteranno nei loro libri di testo la menzione di Israele, continueremo a combatterli», ha detto.
Anche il generale egiziano Mahamoud Khallaf, intervistato dallo EIR (1), ha confermato sostanzialmente l’attacco imminente.
«La situazione si è volta a favore di Bush, purtroppo», ha detto il generale: «L’Iran ha tentato di giocare una parte superiore a quella di potenza regionale, e Bush ha avuto buon gioco a persuadere il Congresso USA che Teheran minaccia interessi americani. L’Iran ha anche minacciato Israele, e nessuno ignora il ruolo della lobby ebraica in USA. L’Iran è guardato come un elemento di disturbo dai sunniti in Egitto, Arabia Saudita, Libano… io e molti altri abbiamo sostenuto a lungo l’Iran. Ma ora l’opinione pubblica in Egitto è contro l’Iran».
Secondo il generale Khallaf, «Bush ha mandato quei 21.500 uomini in più in Iraq non per stabilizzare Baghdad, ma per preparare il colpo contro l’Iran. Il mandato di Bush sta per finire, e per determinare un cambiamento in Medio Oriente, egli deve fare qualcosa di drammatico. I neocon non lasceranno la Casa Bianca con il Medio Oriente nello stato attuale».
Lo renderanno sicuro per Israele.

 
L’attacco all’Iran potrebbe significare l’inizio dell’era delle guerre nucleari
di Dimitri Sedov

In un articolo dal titolo “2007: aprendo una nuova pagina della Storia Universale”, pubblicato nel settembre del 2006, ho esaminato la possibilità che gli USA attacchino l’Iran con minibombe nucleari. Allo stesso tempo, ho esaminato la possibilità che questo attacco rappresenti nella storia dell’umanità l’inizio dell’era delle guerre nucleari. L’articolo ha avuto varie risposte. Alcuni autori, inclusi riconosciuti esperti, hanno messo in dubbio un simile sviluppo degli avvenimenti. Oggi, in cambio, sono pochi coloro che mettono in dubbio che possa esserci un attacco. Ma oggi la domanda che ci si pone è piuttosto se l’attacco avverrà con armi convenzionali o con armi nucleari.

Partendo da questi presupposti, vorrei condividere alcune considerazioni:

Un attacco all’Iran non sarebbe motivato da null’altro che non siano mere considerazioni di convenienza della politica interna degli USA e l’appetito insaziabile, senza limiti, del complesso militare industriale. Bush non ha alternative. La sua unica via d’uscita è proseguire. Il problema non è riducibile alla sola sconfitta della dottrina della “guerra contro il terrorismo”. Se l’elite nordamericana rappresentata da Bush dovesse assumere le sue decisioni solo prendendo in considerazione il danno alla sua immagine che potrebbe derivare da un fiasco della campagna contro il terrorismo, è certo che si sarebbe molto più prudenti prima di avviare un’altra guerra. Ma il problema sta nel fatto che essi sono motivati da qualcos’altro. La politica di Bush è appoggiata dall’insieme dei fabbricanti e dei fornitori di armi. Stiamo parlando di cifre colossali. Quando simili colossali quantità di denaro sono in ballo, le vite degli esseri umani e di nazioni intere si trasformano in carte da gioco. Per questi giochi e giocatori, il destino del Medio Oriente e dei suoi popoli non significa assolutamente niente, come niente hanno significato in passato i corpi dei vietnamiti e dei cambogiani devastati dal napalm in quelle guerre spaventose. Si dovrebbe essere molto ingenui per pensare che la macchina del Pentagono possa frenare e che ci si possa permettere di perdere incredibili quantità di soldi.

La prossima guerra dovrà svolgersi entro certi parametri. Gli USA sono stanchi dell’Iraq e l’opinione pubblica è sempre più contro la guerra. Di conseguenza, l’offensiva contro l’Iran dovrà essere rapida e vittoriosa. Questa offensiva dovrà avere il compito di salvare la camarilla di Bush e di aumentare la sua popolarità. Non c’è alcun dubbio che una guerra vittoriosa farebbe nuovamente salire alle stelle la popolarità di Bush. In una società anti-cristiana come gli USA il dio pagano del successo ha preso il posto del Salvatore. Il trionfo militare rende il pubblico nordamericano cieco e sordo. Questa gente non ha alcuna consapevolezza del costo umano che queste guerre comportano per i popoli del Medio Oriente. Ma il fatto nuovo, cruciale e distintivo è che solamente l’uso delle armi nucleari può garantire la vittoria in questa guerra. Sapendo che se gli USA non hanno potuto vincere in Iraq, un paese piagato da conflitti religiosi ed etnici, non potranno certo vincere contro un paese unito e dal morale saldo come l’Iran. Solo l’uso di armi nucleari può riuscire a danneggiare severamente il sistema di controllo nascosto nei bunker e decapitare la leadership della nazione. Lasciare l’Iran senza i suoi leader, con il suo sistema di controllo in stato di paralisi e con il suo esercito devastato dalle mini nukes, è l’unica opzione a disposizione degli USA, che acconsentono a parlare di pace solo quando ciò permette loro di sottomettere e soggiogare il loro avversario. Tali colloqui potrebbero esaudire il vecchio sogno dei leader degli USA di un Grande Medio Oriente trasformato in una grande Disneyland, dominata da USA e Israele.

Ecco di seguito i fatti che illustrano il processo di preparazione della devastazione dell’Iran:

- Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite pensa che un nuovo capitolo delle sanzioni debba essere applicato dopo il 21 febbraio 2006. Dal punto di vista del diritto internazionale, questo è un pretesto (molto discutibile, ma almeno esistente) per “dare legittimità” ad una guerra di aggressione contro un altro paese.

- Due gruppi di formazioni aeronavali guidati da portaerei provviste di armi nucleari si stanno posizionando nella regione. Tali formazioni sono andate in missione 5 volte negli ultimi 15 anni. E in 4 occasioni hanno lanciato offensive militari. Entro marzo 2007 i due gruppi si troveranno in posizione di combattimento.

- In aggiunta, forze terrestri sono state piazzate alla frontiera tra Iraq e Iran. Sono in corso i preparativi per una nuova fase delle ostilità.

- Nel mese di febbraio sistemi di missili difensivi Patriot saranno pronti per difendere Israele e i gruppi aeronavali da attacchi aerei nemici.

- Genieri britannici si stanno posizionando nella regione dove si svilupperà la lotta, in particolare nella zona dello stretto di Ormuz, dove prevedibilmente l’Iran collocherà mine.

- USA e Israele hanno lanciato una poderosa campagna di informazione e propaganda per preparare l’opinione pubblica alla guerra.

- Il comandante del Comando Centrale del Pentagono (CENT-COM), il generale John Abizaid, che si oppone alla guerra, si è dimesso. Il suo posto è stato occupato dall’ammiraglio W. Fallon, veterano della guerra dell’Iraq del 1991 e della campagna di Bosnia del 1995.

- John Negroponte è stato rimosso dalla sua carica di Direttore Nazionale dell’Intelligence per la sua persistente resistenza all’uso della forza contro l’Iran.

- Tony Blair, nel suo rapporto sull’Iran, non menziona mai la parola pace. Non ha fatto alcun tentativo per risolvere la crisi in modo pacifico e ciò è altamente indicativo.

Tutto ciò costituisce una prova che l’Iran sta per essere condotto al sacrificio. Stanno forse per orchestrare una grande provocazione per giustificare l’aggressione?

Molti osservatori fanno capire che Washington ne ha bisogno. Io credo che assisteremo ad uno scenario del tipo cowboy come quello che abbiamo visto in Iraq. Si osservi che i media non hanno smesso in nessun momento di agitare lo spettro della “bomba atomica iraniana”, esattamente come in precedenza si fece con “le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein”. A quel momento diranno: è ora di agire. E, come quella volta, non importerà assolutamente che non ci sia nulla, che non si trovi nulla. E chi non sarà d’accordo, verrà costretto al silenzio con la forza.

L’idea di attaccare l’Iraq è nata nelle menti primitive di gente che, sull’altare del proprio utile, è capace di vendere persino la corda con la quale sarà impiccata. Dopo tutto non saranno loro o i loro figli a morire nell’olocausto nucleare e, perciò, cosa può importare a costoro che l’insieme dell’umanità venga condotta a un passo dalla catastrofe totale?

* (Scoop/Global Research. Traduzione di Horacio Garetto membro di Rebelion e Cubadebate)

Iran, la guerra comincia
di John Pilger *

Gli Stati Uniti stanno progettando un attacco catastrofico contro l'Iran. Per la combriccola di Bush, l'attacco sarà un modo per “guadagnare tempo” per il disastro compiuto in Iraq. Annunciando quello che ha definito “un incremento” di truppe americane in Iraq, Gorge W. Bush ha identificato l'Iran come suo reale obiettivo. “Interromperemo il flusso di aiuti [all'insurrezione in Iraq] provenienti dall'Iran e dalla Siria” ha dichiarato. “E scoveremo e distruggeremo le reti che forniscono armi sofisticate e addestramento ai nostri nemici in Iraq”.

“Le reti” vuol dire “l'Iran”. “Ci sono prove certe” ha affermato un portavoce del Dipartimento di Stato il 24 gennaio, “che agenti iraniani sono coinvolti in queste reti, che stanno lavorando con singoli individui e gruppi in Iraq e che sono mandati lì dal governo iraniano.”. Come già era accaduto quando Bush e Tony Blair rivendicarono di avere prove inconfutabili in merito al fatto che Saddam Hussein armi di distruzione di massa, le “prove” sono prive di qualsiasi credibilità. L'Iran ha un'affinità naturale con la maggioranza sciita dell'Iraq e si è opposto strenuamente ad al-Qaeda, condannando gli attacchi dell'11 settembre e sostenendo gli Stati Uniti in Afghanistan. Lo stesso vale per la Siria. Indagini svolte dal New York Times, dal Los Angeles Times e da altri, tra cui funzionari militari britannici, hanno evidenziato che l'Iran non sta fornendo armi attraverso i suoi confini. Il generale Peter Pace, Capo degli Stati Maggiori Riuniti dell'esercito statunitense, ha affermato che tali prove non esistono.
Dal momento che il disastro americano in Iraq è sempre più evidente e l'opposizione interna ed estera cresce inesorabilmente, “neo-con”-fanatici come il vicepresidente Dick Cheney ritengono che la possibilità di controllare il petrolio iraniano andrà perduta a meno che non si agisca entro la primavera. Ad uso e consumo dell'opinione pubblica sono stati creati potenti miti. D'accordo con Israele e le lobby cristiane fondamentaliste e sioniste di Washington, gli uomini di Bush affermano che la loro “strategia” è quella di porre fine alla minaccia nucleare iraniana. In realtà l'Iran non possiede neanche un'arma di distruzione di massa, né ha mai minacciato di costruirne una; la Cia ritiene che, anche se ci fosse la volontà politica di farlo, l'Iran non sarebbe in grado di costruire armi nucleari prima del 2017.
A differenza di Israele e Stati Uniti, l'Iran ha osservato le regole del Trattato di Non Proliferazione Nucleare, di cui è stato uno dei primi firmatari, e ha consentito ispezioni di routine rispettando i suoi obblighi legali – fino a che misure punitive gratuite non sono state aggiunte nel 2003, su ordine di Washington. Nessun rapporto dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica ha mai citato l'Iran per avere deviato il suo programma nucleare civile verso usi militari. L'Aiea ha affermato che per la maggior parte degli ultimi tre anni i suoi ispettori hanno potuto “andare dovunque e vedere ogni cosa”. Hanno ispezionato gli impianti nucleari di Isfahan e Natanz il 10 e il 12 gennaio e vi faranno ritorno dal 2 al 6 febbraio. Il capo dell'Aiea, Mohamed ElBaradei, sostiene che un attacco contro l'Iran avrà “conseguenze catastrofiche” e spingerà soltanto il regime a diventare una potenza nucleare.
A differenza dei suoi due castigatori, gli Usa e Israele, l'Iran non ha attaccato altri paesi. L'ultima volta che è entrato in guerra è stato nel 1980 a seguito dell'invasione di Saddam Hussein, che era appoggiato ed equipaggiato dagli Stati Uniti, che gli fornivano armi chimiche e biologiche prodotte in uno stabilimento del Maryland. A differenza di Israele, la quinta potenza militare del mondo – con le sue armi termonucleari che mirano ad obiettivi mediorientali ed un primato indiscusso nell'opporsi alle risoluzioni dell'Onu, in quanto autore dell'occupazione illegale più lunga del mondo – l'Iran ha una storia di obbedienza al diritto internazionale e non occupa nessun territorio che non sia il proprio.
La “minaccia” proveniente dall'Iran è interamente inventata, con l'aiuto e la complicità del linguaggio mediatico familiare e compiacente che parla delle “ambizioni nucleari” dell'Iran, così come il lessico relativo all'inesistente arsenale delle armi di distruzione di massa di Saddam era diventato di uso comune. A ciò si aggiunge una demonizzazione che sta diventando pratica di uso diffuso. Come ha sottolineato Edward Herman, il presidente Mahmoud Ahmadinejad “ha reso un servizio da manuale nel facilitare [questo processo]”; tuttavia un attento esame del suo ben noto commento su Israele dell'ottobre 2005 rivela quanto in realtà esso sia stato travisato. Secondo Juan Cole, un professore americano di storia moderna mediorientale e dell'Asia del sud presso l'Università del Michigan, e secondo altri esperti di lingua Farsi, Ahmadinejad non ha auspicato che Israele fosse “eliminato dalla carta geografica”. Egli ha detto: “Il regime che occupa Gerusalemme deve svanire dalle pagine del tempo”. Questo, sostiene Cole, “non implica affatto un'azione militare o l'idea di uccidere qualcuno”. Ahmadinejad ha paragonato la fine del regime israeliano alla scomparsa dell'Unione Sovietica. Il regime iraniano è repressivo, ma il suo potere è diffuso ed esercitato dai mullah, con cui Ahmadinejad è spesso in conflitto. Senza alcun dubbio un attacco li unirebbe.
La opzione nucleare
L'unica “prova inconfutabile” è la minaccia rappresentata dagli Stati Uniti. Un potenziamento delle forze navali americane è in corso nel Mediterraneo orientale. Ciò è quasi certamente parte di quello che il Pentagono chiama CONPLAN 8022-02, vale a dire il bombardamento aereo dell'Iran. Nel 2004 è stata emanata la Direttiva Presidenziale per la Sicurezza Nazionale n°35, intitolata “Autorizzazione per il Dispiegamento delle Armi Nucleari”. Ovviamente tale direttiva è secretala, ma già da molto tempo si ritiene che essa autorizzi lo stoccaggio e il dispiegamento di armi nucleari “tattiche” in Medio Oriente. Ciò non vuol dire che Bush le utilizzerà contro l'Iran, ma, per la prima volta dai terribili anni della Guerra Fredda, l'uso di quelle che allora erano chiamate armi nucleari “limitate” è oggetto di aperta discussione a Washington. Ciò di cui si sta discutendo è la possibilità di altre Hiroshima e di caduta di materiale radioattivo nell'intero Medio Oriente e in Asia centrale. L'anno scorso Seymour Hersh ha rivelato nel New Yorker che bombardieri americani “hanno compiuto simulazioni di missioni aeree con armi nucleari […] a partire dalla scorsa estate”.
In Kuwait il ben informato Arab Times sostiene che Bush attaccherà l'Iran prima della fine di aprile. Uno dei più anziani strateghi militari della Russia, il generale Leonid Ivashov, sostiene che gli Usa utilizzeranno armi nucleari rilasciate da missili cruise lanciati dal Mediterraneo. “La guerra in Iraq” ha scritto il 24 gennaio, “è stato soltanto il primo di una serie di passi di un processo mirante alla destabilizzazione della regione. Si è trattato soltanto di una fase di un progetto che vuole portare alla resa dei conti con l'Iran e altri paesi. [Quando inizierà l'attacco all'Iran] Israele è certo che diventerà bersaglio dei missili iraniani […] Presentandosi come delle vittime, gli Israeliani […] soffriranno alcuni danni del tutto accettabili e successivamente gli Stati Uniti, indignati, destabilizzeranno l'Iran definitivamente, facendola apparire una nobile missione punitiva […] L'opinione pubblica è già sotto pressione. Ci sarà una crescente […] isteria anti-iraniana, […] fughe di notizie, disinformazione, eccetera […] Continua […] a rimanere dubbio […] se il Congresso statunitense autorizzerà la guerra”.
Interrogato su una risoluzione del Senato statunitense che disapprova l'incremento delle truppe statunitensi in Iraq, il vicepresidente Cheney ha dichiarato: “Questo non ci fermerà”. Lo scorso novembre, la maggioranza dell'elettorato americano ha votato a favore del Partito Democratico affinché controllasse il Congresso e ponesse fine alla guerra in Iraq. Eccezion fatta per qualche insipido discorso di “disapprovazione”, ciò non è avvenuto ed è improbabile che avvenga. Democratici autorevoli, come il nuovo leader della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, e gli aspiranti candidati alla presidenza Hillary Clinton e John Edwards, hanno dato mostra di sé davanti alle lobby israeliane. Nel suo partito Edwards è considerato “liberale”. Egli faceva parte del gruppo di rappresentanti americani d'alto livello ad una recente conferenza israeliana a Herzliya, dove ha parlato di “una minaccia senza precedenti nei confronti del mondo e di Israele [sic]. Al vertice di queste minacce si trova l'Iran … Non si esclude nessuna misura pur di assicurare che l'Iran non entri mai in possesso di un'arma nucleare”. Hillary Clinton ha affermato: “La politica statunitense deve essere chiara … Dobbiamo lasciarci aperta ogni strada”. Pelosi e Howard Dean, un altro liberale, si sono distinti attaccando l'ex presidente Jimmy Carter, colui che svolse opera di mediazione per raggiungere gli Accordi di Camp David tra Israele ed Egitto e che di recente ha avuto l'impudenza di scrivere un libro veritiero in cui accusa Israele di essere diventato uno “stato apartheid”. Pelosi ha dichiarato: “Carter non parla a nome del Partito Democratico”. E la Pelosi ha ragione, ahimé!
In Gran Bretagna, Downing Street ha ricevuto un documento intitolato “Risposte alle accuse” del professore Abbas Edalat, dell'Imperial College di Londra, a nome di altri che cercano di denunciare la disinformazione sull'Iran. Blair rimane in silenzio. A parte le solite onorevoli eccezioni, anche il Parlamento rimane vergognosamente in silenzio. Tutto ciò può davvero ripetersi nuovamente, a meno di quattro anni di distanza dall'invasione dell'Iraq, che ha causato la morte di circa 650.000 persone? Io ho scritto un articolo praticamente identico a questo all'inizio del 2003; per l'Iran adesso, per l'Iraq allora. E non è strano che la Corea del Nord non sia stata attaccata? La Corea del Nord ha le armi nucleari.
In molti sondaggi, come ad esempio in quello reso noto il 23 gennaio dalla Bbc World Service, “noi”, la maggioranza del genere umano, abbiamo espresso chiaramente la nostra repulsione nei confronti di Bush e dei suoi vassalli. Per quanto riguarda Blair, egli attualmente ci appare politicamente e moralmente allo scoperto. Allora chi leva la propria voce per dire le cose come stanno, a parte il professore Edalat e i suoi colleghi? Giornalisti privilegiati, studiosi e artisti, scrittori e attori, che a volte parlano di “libertà di pensiero”, sono silenziosi come un oscuro teatro del West End. Che cosa stanno aspettando? La dichiarazione di un altro Reich millenario, o un fungo atomico in Medio Oriente, o entrambe le cose?

* da New Statesman Tradotto per Megachip da Eleonora Iacono

Guerra contro l'Iran. Il “plausibile scenario” di Brzezinski !
di Giulietto Chiesa *

Uno scenario “plausibile” per uno “scontro militare con l'Iran”? Eccolo. E, per favore, non distraetevi: “il fallimento [del governo] iracheno nell'adempiere ai requisiti [posti dall'amministrazione di Washington], cui faranno seguito le accuse all'Iran di essere responsabile del fallimento, indi, mediante qualche provocazione in Iraq o un atto terroristico negli Stati Uniti attribuito all'Iran, [il tutto] culminante in un'azione militare ‘difensiva' degli Stati Uniti contro l'Iran”.

L'autore di questa sensazionale rivelazione si chiama Zbigniew Brzezinski, Segretario alla Sicurezza Nazionale con Jimmy Carter, uno dei maggiori esperti e consiglieri di politica estera di numerose Amministrazioni americane. Dichiarazione fatta e registrata il 2 Febbraio scorso nell'audizione della Commissione Difesa del Senato degli Stati Uniti d'America, nella quale, per la prima volta in assoluto, una voce americana la cui autorevolezza non può essere messa in discussione, considera “plausibile” che qualcuno, negli Stati Uniti, possa organizzare un attentato terroristico contro gli Stati Uniti, per poi attribuire il tutto a qualche nemico esterno e scatenare una guerra.
Non fa venire i brividi? Non fa venire in mente l'11 Settembre, che a questo “plausibile scenario” assomiglia come una goccia d'acqua?
Dunque Brzezinski informa i senatori che l'amministrazione Bush – per meglio dire qualcuno al suo interno e molto in alto – sta cercando un pretesto per attaccare l'Iran. E quale pretesto! Si aggiunga che le tappe “1” e “2” (fallimento iracheno e immediata accusa di Washington contro Teheran) si sono già realizzate nei giorni scorsi e i giornali ne sono pieni. Restano le tappe “3” e “4” che potrebbero avvenire in qualunque momento.
Perché non c'è dubbio che Brzezinski non si sarebbe spinto a pronunciare quelle parole se non avesse saputo che il piano è già scattato e se non avesse deciso che l'unico modo per bloccarlo è di svelarlo.
Ma non c'è riuscito, fino a questo momento, perché il mainstream informativo sembra non essersi accorto di niente. E questo silenzio di tomba conferma la sostanziale complicità dei media con gli organizzatori della guerra.
Delle rivelazioni di Brzezinski ha infatti parlato solo il Financial Times, ma in sordina, quasi come ordinaria amministrazione. Molto rivelatore anche il comportamento dell'Associated Press, che ha riferito la notizia, ma omettendo il riferimento a un possibile attentato terroristico sul territorio degli Stati Uniti.
I senatori non hanno chiesto delucidazioni, nemmeno i democratici, troppo impauriti dalle loro responsabilità nella guerra irachena per poter fermare quella iraniana che metterà alla berlina la loro bipartisanship.
Ma come ignorare una voce come quella di Zbigniew Brzezinski, un uomo che ha guidato per anni i servizi segreti e non ha mai perduto il contatto con loro? Come tacere sulle conclusioni di colui che organizzò la trappola afghana in cui caddero i sovietici nel 1979? Qualcuno, adesso, (specie tra coloro che hanno taciuto sull'11 Settembre e poi, chiamati a risponderne, hanno difeso a spada tratta la versione ufficiale, organizzata dai mentitori che stanno costruendo questo stesso “plausibile scenario”) dirà che stiamo forzando quello che Brzezinski ha effettivamente detto.
Il fatto è che l'ex-Segretario alla Sicurezza Nazionale ha detto molto di più. E ha chiarito ai senatori (forse) allibiti che stava proprio parlando di una provocazione ordita non da Al Qaeda, ma dall'interno dell'Amministrazione. Lo ha fatto ricordando l'articolo del New York Times del 27 marzo 2006 che riprodusse il memorandum di un “colloquio privato” tra Bush e Blair, due mesi prima dell'inizio dell'attacco contro l'Iraq. Quel memorandum, mai smentito, era stato steso da uno degli accompagnatori del premier britannico e infatti uscì da una gola profonda di Londra. In quell'articolo – ecco cosa dice Brzezinski – “al Presidente venivano attribuite preoccupazioni per il fatto che avrebbero potuto non esserci in Iraq armi di distruzioni di massa”, che si sarebbero dovute mettere in piedi altre basi per sostenere l'azione bellica”.
E Brzezinski continua: “vi leggerò semplicemente ciò che quel memorandum sembra contenere, secondo il New York Times: il Presidente e il Primo Ministro riconobbero che in Iraq non erano state trovate armi non convenzionali. Di fronte all'eventualità di non trovarne alcuna prima della pianificata invasione, il signor Bush parlò di diversi mezzi atti a provocare lo scontro. Descrisse i diversi modi in cui ciò avrebbe potuto essere fatto. Non vorrei entrare nei dettagli…quei modi erano abbastanza sensazionali, perlomeno uno di essi lo era.”
Nel memorandum del New York Times – Brzezinski delicatamente non lo ricorda ai senatori – c'era l'abbattimento di un aereo americano da ricognizione in alta quota, la cui responsabilità sarebbe stata scaricata su Saddam Hussein. Ovvio che qui non si parla di Osama Bin Laden. Il giornalista Barry Grey ( www.wsws.org ) gli chiede, per essere certo di aver ben capito: lei sta suggerendo che c'è la possibilità che ciò possa aver avuto origine all'interno dello stesso governo americano?”. La risposta di Brzezinski è tutt'altro che una smentita: “Io sto dicendo che l'intera situazione può sfuggire di mano e che ogni tipo di calcoli può produrre circostanze che sarà assai difficile ricostruire”. Esattamente come avvenne l'11 Settembre. Stanno preparando la guerra e tutti i più importanti mass media tacciono. Forse ce la racconteranno dopo come hanno già fatto altre volte.

da www.megachip.info / Off - Quotidiano di spettacolo

Conto alla rovescia
L'Iran deve tenersi pronto a bloccare un attacco nucleare
di Léonid Ivashov *

Per il generale Leonid Ivashov, ex capo di Stato Maggiore interarma della Federazione della Russia, non c'è nessun dubbio che l'amministrazione Bush stia pianificando interventi nucleari contro l'Iran e che il Pentagono sarà in grado di effettuarli nelle prossime settimane. Non c'è neppure dubbio che gli Stati Uniti non saranno dissuasi dalle altre potenze nucleari e che comporteranno solamente una risposta convenzionale. L'unica incognita risiede nell'approvazione o nell'opposizione a questo progetto da parte del Congresso degli Stati Uniti.

Nell'insieme delle notizie provenienti dal Medio Oriente, un numero crescente di articoli afferma che da qui a qualche mese gli Stati Uniti condurranno degli interventi nucleari contro l'Iran. Ad esempio il Kuwaiti Arab Time, citando fonti molto informate ma anonime, riferisce che gli Stati Uniti progettano di lanciare un attacco supportato da missili e bombe sul territorio iraniano prima della fine del mese di aprile 2007. La campagna partirà dal mare e sarà appoggiata dal sistema di difesa anti-missile Patriot, in modo da risparmiare alle truppe statunitensi un'operazione terrestre e ridurre l'efficacia di una risposta proveniente da "non importa quale paese del Golfo Persico".

"Non importa quale paese" fa essenzialmente riferimento all'Iran. La fonte che ha comunicato la notizia al giornale kuwaitiano crede che le forze statunitensi in Iraq come negli altri paesi della regione saranno protette da ogni lancio di missili iraniani dai Patriot alle frontiere.

Così, i preparativi di una nuova aggressione statunitense hanno raggiunto la loro fase di definizione. Le esecuzioni di Saddam Hussein e dei suoi più stretti collaboratori sono state parte di questi preparativi. Il loro scopo era di servire come "operazione dissimulatoria" dei tentativi degli strateghi statunitensi, volti ad esacerbare deliberatamente la situazione al tempo stesso in Iran ed in tutto il Medio Oriente.

Gli Stati Uniti hanno ordinato l'impiccagione del deposto dirigente iracheno e dei suoi collaboratori valutando realisticamente le conseguenze del gesto. Ciò dimostra che gli Stati Uniti hanno adottato irreversibilmente il piano di spartizione dell'Iraq in tre pseudo-stati: sciita, sunnita e curdo. Washington considera che una situazione di caos controllato aiuterà a dominare strategicamente l'approvvigionamento di petrolio dal Golfo Persico così come da altre vie di trasporto petrolifero strategicamente rilevanti.

L'aspetto più importante della questione è che sarà creata una zona cruenta di conflitto senza fine nel cuore del Medio Oriente, nella quale i paesi vicini all'Iraq, segnatamente l'Iran, la Siria e la Turchia (attraverso il Kurdistan), saranno inevitabilmente coinvolti. Ciò risolverà il problema della completa destabilizzazione della regione, un compito di primaria importanza per gli Stati Uniti e particolarmente per Israele. La guerra in Iraq non è stata che un passo per una serie di tappe nel processo di destabilizzazione regionale. E' stata solamente una fase del processo di avvicinamento di un regolamento di conti con l'Iran e con altri paesi che gli Stati Uniti intendono stigmatizzare.

Tuttavia non è agevole per gli Stati Uniti lanciarsi in un'altra campagna militare mentre l'Iraq e l'Afganistan "non sono pacificati" (gli Stati Uniti mancano delle risorse necessarie per farlo). Inoltre, le proteste contro la politica dei neoconservatori di Washington si intensificano ovunque nel mondo. A causa di tutto questo gli Stati Uniti faranno uso dell'arma nucleare contro l'Iran. Si tratterà del secondo caso di utilizzo in combattimento di armi nucleari dopo l'attacco statunitense del 1945 contro il Giappone.

I circoli militari e politici israeliani fanno apertamente dichiarazioni sulla possibilità di interventi di missili nucleari sull'Iran dall'ottobre del 2006, quando l'idea fu sostenuta da George W. Bush. Attualmente si parla di una "necessità" di interventi nucleari. Si spinge l'opinione a credere che questa eventualità non ha niente di mostruoso e che, proprio al contrario, un intervento nucleare è relativamente fattibile. Secondo loro non c'è altro mezzo per "fermare" l'Iran.

Come reagiranno le altre potenze nucleari? Per ciò che riguarda la Russia, nel migliore dei casi, il suo governo si accontenterà di condannare gli interventi, al peggio dichiarerà che "anche se gli Stati Uniti hanno fatto un errore, il paese preso di mira ha provocato egli stesso l'attacco". Come all'epoca degli interventi che ha subito la Jugoslavia.

L'Europa reagirà probabilmente dello stesso modo. E' tuttavia possibile che le proteste della Cina e di altri paesi nei confronti gli attacchi nucleari siano più rilevanti. In ogni caso, non ci sarà rappresaglia nucleare contro le forze statunitensi - l'amministrazione Bush ne è totalmente sicura.

Le Nazioni Unite non hanno nessun peso in questo contesto geopolitico. Non avendo condannando l'attacco subito dalla Jugoslavia, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ne ha condiviso la responsabilità. Questa istituzione si accontenta di adottare delle risoluzioni che i russi ed i francesi interpretano come una rinuncia all'uso della forza, ma che gli statunitensi ed i britannici intendono come una "garanzia" delle loro aggressioni.

Quanto ad Israele, sarà certamente nel mirino degli attacchi dei missili iraniani; è allora possibile che la resistenza di Hezbollah e dei palestinesi diventi più attiva. Gli israeliani poseranno a vittime, faranno ricorso a delle provocazioni per giustificare un'aggressione, patiranno danni ragionevoli e gli Stati Uniti indignati finiranno per destabilizzare l'Iran, presentando ciò come un castigo ben meritato.

Qualcuno sembra credere che le proteste dell'opinione pubblica potranno fermare gli Stati Uniti. Non penso. Non bisogna sopravalutare l'importanza di questo fattore. Ho provato in passato, per ore, a convincere Milosevic che la Nato si preparava ad attaccare la Jugoslavia. Per molto tempo, ha rifiutato di considerarlo, ripetendomi senza tregua: "Leggete dunque la Carta dell'Onu. Per quali ragioni potrebbero fare ciò? ».

Ma l'hanno fatto. Hanno ignorato deliberatamente la legislazione internazionale, e l'hanno fatto. E quale è il risultato? Certamente, l'opinione pubblica è stata urtata ed indignata. Ma gli aggressori hanno ottenuto esattamente ciò che volevano: Milosevic è morto, la Jugoslavia è divisa e la Serbia è colonizzata; e gli ufficiali della Nato hanno stabilito il loro quartier generale negli uffici del Ministero della Difesa del paese.

La stessa cosa è avvenuta in Iraq. L'opinione pubblica è stata urtata ed indignata. Ora ciò che interessa agli Stati Uniti non è l'ampiezza dell'indignazione ma l'estensione dei redditi del loro complesso militar-industriale.

La notizia secondo la quale una seconda portaerei statunitense dovrebbe arrivare nel Golfo Persico entro la fine del mese di gennaio permette di fare un'analisi dell'evoluzione possibile del conflitto. Per attaccare l'Iran, gli Stati Uniti adopererebbero essenzialmente la forza nucleare aerea. Sarebbero utilizzati missili da crociera (lanciati da aerei, da sottomarini e da postazioni di superficie) e, eventualmente, dei missili balistici. Con ogni probabilità, i colpi nucleari sarebbero seguiti da raid aerei lanciati dalle portaerei, così come di altri tipi di attacchi.

L'Iran possiede un esercito potente e le forze US potrebbero patire delle perdite ingenti. Ciò è inaccettabile per G. W. Bush, che si trova già in posizione delicata. Ma non è necessario lanciare un attacco terrestre per distruggere le infrastrutture dell'Iran, contrastare lo sviluppo del paese, generare il panico e creare caos politico, economico e militare. È un obiettivo realizzabile accedendo al nucleare, poi con i mezzi da guerra convenzionali. Ecco l'utilità del dispiegamento della flotta di portaerei vicino alle coste iraniane.

Quali sono i mezzi di difesa dell'Iran? Sono considerevoli ma restano largamente inferiori per forza. L'Iran possiede 29 sistemi di missili antiaerei russi "Tor." Costituiscono indiscutibilmente un rafforzamento della difesa aerea iraniana. L'Iran non ha tuttavia, al momento attuale, nessuna protezione sicura contro i raid aerei. La tattica sarà quella abituale: subito, neutralizzare la difesa aerea ed i radar, poi attaccare l'armata aerea in volo, poi le installazioni di controllo e le infrastrutture a terra, evitando i rischi.

Tra qualche settimana, vedremo mettersi in movimento la macchina dell'informazione di guerra. L'opinione pubblica è già sotto pressione. Vedremo montare una sorta di isteria anti-iraniana, di "fughe" di notizie nei media, di disinformazione, ecc.

Tutto ciò manda simultaneamente un messaggio all'opposizione "filo-occidentale" e ad una frazione dell'élite di Mahmoud Ahmadinejad affinché si preparino agli eventi a venire. Gli Stati Uniti contano sul fatto che un attacco all'Iran generi inevitabilmente il caos nel paese, per poi corrompere alcuni generali iraniani e quindi crearsi una "quinta colonna" nel paese.

Beninteso, l'Iran e l'Iraq sono dei paesi assai differenti. Tuttavia, se l'aggressore riuscisse a provocare un conflitto tra i due rami delle forze armate iraniane- il Corpo delle guardie della Rivoluzione islamica e l'esercito- il paese si ritroverebbe in una situazione critica, particolarmente nell'ipotesi che, fin all'inizio della campagna, gli Stati Uniti riuscissero a uccidere il presidente iraniano ed a portare un intervento nucleare, o un massiccio intervento convenzionale contro lo Stato Maggiore del paese.

Ad oggi, la probabilità di un attacco degli Stati Uniti contro l'Iran è estremamente elevata. Resta una questione ancora incerta: che il Congresso statunitense dia l'autorizzazione per questa guerra. Il ricorso ad una provocazione potrebbe eliminare questo ostacolo (un attacco su Israele o su bersagli statunitensi dentro le basi militari). L'ampiezza della provocazione potrebbe essere dell'ordine degli attentati del 11 settembre 2001 a New-York. Allora il Congresso dirà certamente "sì" al presidente statunitense.

* Il generale Léonid Ivashov, ex Capo di Stato Maggiore interarma della Federazione della Russia, oggi vicepresidente dell'Accademia russa di geopolitica e membro del conferenza Axis for Peace.

N.B. Questo articolo è stato redatto dal generale Leonid Ivashov prima della deposizione al Congresso del segretario della Difesa statunitense Robert Gâtes, il 6 febbraio 2007, che ha detto che Washington deve prepararsi ad un confronto militare con la Russia; e prima del discorso del presidente Vladimir V. Putin davanti alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il 10 febbraio 2007, che ha affermato che Mosca non lascerebbe decidere solo gli Stati Uniti della guerra o della pace [in Iran].

http://www.voltairenet.org/article145295.html