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Dai fischi di Mirafiori a una legge sulla democrazia nei posti di
lavoro
Fosco
Giannini *
Augustin Breda **
Paolo Sabatini ***
Che tra i
lavoratori e le lavoratrici vi fosse un forte dissenso verso le
politiche economiche e sociali degli ultimi 15 anni era un fatto
noto. I segnali che di tanto in tanto giungevano alla ribalta
evidenziavano questo malessere, ma venivano descritti come episodi
isolati e non come una linea di tendenza.
E' stato così alla Fiat di Melfi, nella rivolta degli
autoferrotranvieri o, in quella degli operatori di call center. Sono
le lotte di chi, come gli operai della Fiat, guadagna 1.100 euro al
mese o del variegato mondo della precarietà che ai 1.100 euro
neanche si avvicina, di chi vede ogni giorno messo in pericolo il
proprio posto di lavoro, la propria salute, di chi rischia la vita
in lavori disagevoli e mal pagati. In questo contesto, il dissenso
plateale espresso dai lavoratori e dalle lavoratrici di Mirafiori
verso i vertici del sindacato confederale ci indica il problema
vero, ossia la voglia di una reale democrazia sindacale, di poter
decidere collettivamente senza subire accordi calati dall'alto.
Quello che viene messo in discussione è l'insieme delle regole e
delle prassi sindacali, avviate con l'accordo interconfederale sulle
Rsu, nel lontano 1993. I risultati hanno acuito la crisi del
rapporto tra i lavoratori e chi fa accordi, senza neanche chiedere
un mandato prima di qualsiasi trattativa o di consultarli in merito
agli accordi sottoscritti. Anche la legge Bassanini sulla
rappresentanza nel pubblico impegno va ripensata, in quanto tra
l'altro non contempla il diritto di voto dei lavoratori sugli
accordi sindacali.
Il rilancio delle politiche concertative, indicato come bussola dal
governo Prodi, dimostra come la pressante richiesta di democrazia
che proviene dal mondo del lavoro sia ancora una volta caduta nel
vuoto. I temi oggi in discussione, dalla redistribuzione della
ricchezza alle pensioni, dal Tfr agli ammortizzatori sociali, dalla
privatizzazione dei servizi pubblici, alla lotta contro la
precarietà, risentono del mancato coinvolgimento dei lavoratori
dipendenti. Proseguire nella prassi di firmare accordi senza un
confronto democratico nei luoghi di lavoro, produrrebbe una
ulteriore lacerazione non solo nei confronti del sindacato ma,
anche, verso una classe politica che confermerebbe di essere più
attenta ai dettami neoliberisti che alle istanze che provengono dai
movimenti sociali. Tutti gli indicatori economici dicono che il
principale problema del mondo del lavoro sia la caduta del potere di
acquisto di salari, stipendi e pensioni e che le forme di assistenza
e di servizi sociali che costituivano una rete di protezione delle
classi meno abbienti (trasporti, casa, scuola, sanità, servizi
sociali) sia stata in buona misura smantellata, acuendo il disagio
economico.
A fronte di questa emergenza, stupisce che non vi sia spazio reale
su questi temi nell'agenda politica del governo. Le due questioni
fin qui illustrate, la democrazia nei luoghi di lavoro e le
emergenze economiche e sociali camminano di pari passo, l'una
essendo fortemente correlata alle altre. Nel corso degli anni le
difficoltà della rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro hanno
prodotto una caduta della partecipazione, favorendo di converso un
inutile rafforzamento della burocrazia sindacale. Gli scarsi poteri
che l'accordo interconfederale assegnava alle Rsu sono stati
gradatamente svuotati dai contratti nazionali, dalla presenza
eccessiva delle strutture sindacali nelle trattative aziendali,
dalla mancanza di consultazione dei lavoratori, del venire meno del
loro potere decisionale. E' un processo graduale, pervasivo, che è
partito dall'alto, e che poi si è affermato come prassi sui
territori e nelle singole aziende. Da qui occorre ripartire,
superando le storture e le limitazioni alla democrazia sindacale,
restituendo potere nelle mani dei lavoratori e delle lavoratrici,
mettendoli in condizione di poter decidere, anche attraverso il
voto, in prima persona.
Favorire la partecipazione dei lavoratori implica il loro ritorno a
una presenza attiva nella sfera politica, al voler contare
realmente, al riuscire a rimettere al centro del dibattito politico
le necessità di coloro che in tutti questi anni hanno favorito la
crescita e lo sviluppo economico del nostro paese.
In questo senso una nuova legge sulla rappresentanza sindacale e per
i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, di tutte le imprese
anche con meno di 15 dipendenti, può e deve essere lo strumento che
favorisce l'innescarsi di autentici processi democratici e
l'affermazione di quei diritti troppo spesso soffocati, a partire da
un pieno diritto di sciopero, a una retribuzione dignitosa, a una
reale tutela dell'integrità fisica, ma, soprattutto dalla
possibilità di eleggere ovunque i propri rappresentanti sindacali,
in modo certificato, senza quote riservate, con reali poteri,
diritti e tutele, vincolati al parere dei lavoratori e delle
lavoratrici.
In un paese in cui le lobby economiche determinano le scelte
politiche occorre reintrodurre meccanismi che favoriscano
l'affermarsi di processi democratici e di partecipazione dal basso
che vengono negati ai movimenti sociali, alle popolazioni, agli
stessi lavoratori dipendenti, quale alternativa a una concezione
autoritaria della società.
* senatore del partito della
Rifondazione comunista
** direzione nazionale
Fiom Cgil
*** vicecoordinatore nazionale SdL Intercategoriale
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