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Istat: disoccupati «record» al 6,9%, ma
sono aumentati soprattutto i posti a tempo determinato e part time
La precaria
ripresa dell'occupazione
Ernesto Geppi
Se l'economia
è in ripresa non è affatto chiaro, certo è che l'unica cosa che si
muove nel mercato del lavoro sono per ora solo i tempi determinati,
i lavoratori stranieri e quelli part time. La conferma viene dai
risultati della rilevazione sulle forze di lavoro diffusi ieri dall'Istat
relativi al quarto trimestre del 2006 e alla media di tutto il 2006.
Dal confronto con il corrispondente trimestre del 2005 emerge una
crescita del numero degli occupati (ossia di quanti hanno svolto
almeno un'ora di lavoro nella settimana precedente l'intervista) di
circa 333 mila unità (+1,5%), più della metà dei quali costituiti da
occupati a tempo determinato, poco meno della metà da cittadini
stranieri e per oltre il 40% da impieghi part-time. I tre quarti
dell'aumento dell'occupazione è inoltre concentrato nelle regioni
del nord (+2,1%), mentre nel centro e nel meridione l'incremento è
stato margnale e i tassi di crescita sono inferiori al +1%.
Il contributo dei cittadini stranieri alla crescita dell'occupazione
è in parte (ma in misura ormai decrescente) un effetto delle
regolarizzazioni, ed è stato particolarmente sostenuto per la
componente maschile: i +121 mila occupati maschi stranieri superano
in valore assoluto l'ammontare complessivo dell'aumento
dell'occupazione maschile (+117 mila unità) che ha avuto luogo
rispetto al quarto trimestre 2005.
La partecipazione al mercato del lavoro nell'ultimo anno è rimasta
invariata: il 62,9% della popolazione in età compresa fra 15 e 64
anni o è occupata o ricerca attivamente lavoro. Si tratta di un
valore relativamente basso, specie se confrontato con quanto avviene
nel resto dell'Ue, soprattutto a causa dei modesti tassi di attività
femminili. In proposito è allarmante l'ulteriore peggioramento nelle
regioni del sud della partecipazione femminile (ma anche maschile):
solo il 37,5% delle donne meridionali è occupata o cerca attivamente
lavoro, con una diminuzione di 0,8 punti rispetto a un anno prima,
corrispondenti a circa 50 mila unità. Segno evidente di un mercato
del lavoro che non funziona e che continua ad essere lasciato a sé
stesso: un fatto grave, visto che l'aumento della partecipazione
femminile è uno dei cardini delle politiche comunitarie. Questo
effetto è particolarmente evidente in Campania, dove il tasso di
attività complessivo (maschile e femminile) è diminuito in un anno
di ben due punti percentuali e adesso è inferiore al 50%. Il tasso
di attività femminile peraltro scricchiola anche nelle regioni del
centro.
Come risultato dell'aumento degli occupati e della stasi delle forze
di lavoro si è prodotta una ulteriore riduzione del tasso di
disoccupazione sceso al 6,9% dall'8% di un anno fa. La riduzione è
stata particolarmente sostenuta nelle regioni del sud, dove la
disoccupazione è scesa al 12,2%, 2,1 punti in meno in un anno:
questo risultato non è però una buona notizia, visto che è dovuto
non tanto all'aumento degli occupati (+60 mila unità) quanto
piuttosto a una consistente riduzione delle forze di lavoro (-110
mila unità).
Tornando agli occupati, buona parte dell'aumento riguarda posizioni
di lavoro dipendente (+242 mila unità), ma di queste solo 51 mila
sono a tempo indeterminato e si tratta quasi esclusivamente di posti
part-time (+50 mila). Gli altri 191 mila posti in più sono tutti a
tempo determinato, per lo più concentrati nel centro-nord e nei
settori dei servizi. Lo stesso accade per le posizioni part time
(+105 mila), dove è prevalente la componente femminile. A connotare
il carattere di questa nuova occupazione vi è anche la riduzione
delle ore di lavoro: il 22% degli occupati lavora meno di 30 ore
settimanali e il 2,4% meno di 10 ore, tutti indicatori in crescita
rispetto allo scorso anno..
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