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Cgil, fantasmi e debolezza
Carla
Casalini
Fragilità. Il
sintomo che comunica quest'ultimo direttivo nazionale della Cgil sul
«terrorismo» e su come «difendersene» è inquietante.
Inquietante prima di tutto per la percezione di una fragilità in
un'organizzazione sociale che ha ben 5 milioni e 600 mila iscritti.
Insomma, trattasi di un «corpo intermedio» di grande consistenza
(per l'invidia dei partitini attuali) radicato in tutto il
territorio nazionale.
Perché allora questo sindacato sente il bisogno di dotarsi di un
«Decalogo» interno - quando ha già uno Statuto di principi e regole
- nel quale decalogo, per difendersi dal «terrorismo» si evoca la
necessità di una rete di vigilanza, e si richiamano i militanti a
comportamenti «etici»? Con formulazioni, come si vede, così ambigue
da essere adatte a ogni bisogna, anche a contenere o scoraggiare
piuttosto i conflitti sociali, rigettandoli per propria mano - più o
meno consapevole - in 'odore di terrorismo'.
Sulla paura, sul «perturbante», già Freud avvertiva della
possibilità di una doppia 'occasione', positiva o negativa: l'una,
come paura che ci avverte sulla 'perfettibilità umana' e dunque
mette alla prova la nostra capacità - nella relazione con noi stessi
e con il mondo - di un'azione di superamento e di creazione di nuovi
equilibri; viceversa, il suo negativo rivela il fallimento della
prova con una «paralisi del soggetto».
La Cgil sembra rinviarci proprio questas immagine di paralisi e
debolezza del 'negativo'. E ne è rivelatrice la reazione contraria
di un dirigente Fiom come Giorgio Airaudo, segretario provinciale di
Torino: «Mi colpisce la chiusura sulla propria pancia, perché anche
il delirio del terrorismo si combatte solo uscendo fuori, nel mondo
esterno, con una pratica integralmente democratica, non violenta, ma
radicale».
Airaudo invita piuttosto a maggiore «umiltà» i dirigenti del
sindacato, della Cgil, «ma anche noi della Fiom, perchè la nostra
pratica è insufficiente». In sintesi, invita a guardare i problemi
tutti interni al sindacato e al suo rapporto con i lavoratori, che
poco hanno a che fare con il «terrorismo» - questione che può
addirittura, perversamente, esimere dall'autoriflessione, come ci
insegna il lungo ricorso, nella storia, al 'nemico esterno' per
sfuggire al le proprie debolezze.
Una conferma all'urgenza di una riflessione, e azione, rispetto alla
pratica sindacale giunge indirettamente da quel che mi dicevano
pochi giorni fa alcuni giovanissimi delegati metalmeccanici: «Certo,
la Fiom appare sulla scena come la punta avanzata nella Cgil, ma noi
siamo a nostra volta contestati nei luoghi di lavoro, dove prevale
una miscela pesante di rassegnazione e di rabbia».
C'è infatti, dietro lo schermo del «terrorismo», anche una più
duratura, e perdente, attitudine del sindacato. I fantasmi di fine
anni '70 che il nuovo «Decalogo» della Cgil sembra improvvidamente
evocare, suonano impropri. Ma un qualche parallelismo si può invece
tentare fra quell'epoca e l'attuale, pur nelle differenze di
contesto. Anche allora il sindacato accettò, in nome di non
verificati «interessi generali», di sacrificare le conquiste delle
lotte operaie; così come oggi la Cgil si è impigliata in una
preventiva condivisione con il governo di centrosinistra sul
«rilancio dello sviluppo», con i 'sacrifici' connessi.
La delusione degli anni '80 evidentemente non è servita di
esperienza a evitare le delusioni odierne già annunciate E in questo
il sindacato è nudo di fronte a se stesso e alle proprie
responsabilità - non c'è da evocare alcun fantasma sostitutivo.
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