Si è costituito da parte di un gruppo di RSU/RLS delle ferrovie di Roma, il "Comitato per la verità sulla morte del ferroviere Massimo Romano".

Massimo aveva 44 anni, è morto investito da un treno sulla linea Roma Orte la mattina del 15 novembre scorso, ha lasciato la moglie e due figli di 11 e 14 anni.

Il "comitato per la verità..." è nato dall'esigenza di sottrarre all'oblio questa tragedia e con lo scopo di promuovere tra i lavoratori una effettiva attenzione alle tematiche della sicurezza e sollecitare al contempo su ciò una maggiore incisività delle organizzazioni sindacali.

In allegato il materiale sull'attività del "comitato per la verità...".

- La lettera al Presidente Napolitano

- una scheda sul Comitato per la verità sulla morte del ferroviere Massimo Romano

 

Una questione di importanza specifica per i ferrovieri, (per cui l'urgenza dei contatti), è un verbale di accordo sottoscritto da OOSS e RSU presso la Direzione Compartimentale Infrastrutture di Milano lo scorso 19 febbraio. Il verbale rappresenta a parere di molti che l'hanno visionato, una pericolosa apertura verso precisi obiettivi aziendali in materia di organizzazione e orari di lavoro, svincolandoli dall'alveo della contrattazione aziendale.

 

allegato: l'accordo realizzato nella Direzione Compartimentale di Milano (PDF)

 
Nei prossimi giorni si svolgeranno negli impianti di Roma degli incontri tra RSU per stilare un documento di critica al suddetto accordo. Si cercherà di dare massima diffusione alle conclusioni di questo lavoro.
 

Per contatti:

Domenico Testa 313.8011.538
Stefano Pennacchietti 338.4673.074
Dante De Angelis 335.7155.292

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SICUREZZA LAVORO: COMITATO VERITA’ SULLA MORTE DEL FERROVIERE MASSIMO ROMANO
Intervenga il Presidente della Repubblica

Roma, 21 febbraio 2007 – “Presidente Napolitano, non lasciamo soli i familiari delle vittime del lavoro. Restituiamo a quella vedova ed ai suoi due ragazzi, nei limiti del possibile, serenità e speranza, dimostriamo loro che il nostro è un Paese civile e solidale in cui le Istituzioni sono presenti anche nei momenti più difficili.” E’ con queste parole che il Comitato per la verità sulla morte del ferroviere Massimo Romano si è rivolto al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affinché solleciti gli organismi interessati ad intervenire nei confronti dei familiari in attesa che si faccia luce sulle anomale circostanze dell’infortunio. Massimo Romano – prosegue la lettera al Presidente – aveva 44 anni, è morto il 15 novembre 2006 investito da un treno mentre lavorava su un binario della linea Roma-Orte, nei pressi di Monterotondo (RM). Lascia la moglie e due figli di 11 e 14 anni. Era dipendente di RFI Spa da due anni, da quando la ditta per cui lavorava venne assorbita dalla società del gruppo FS. Una famiglia di grande dignità – prosegue il Comitato - che a fatica ammette di non aver ricevuto nessun aiuto: la liquidazione è bloccata in attesa dell’intervento del giudice tutelare, l’INAIL di Avellino non eroga indennizzi in attesa di un certificato di morte fermo alla Procura della Repubblica di Tivoli; da RFI, l’azienda per cui Massimo lavorava, non è arrivato alcun sostegno, il sindacato cui era iscritto non è intervenuto. Il dolore, l’annientamento subito dalla perdita del proprio caro, la distanza da Roma, le necessità di assistenza ai figli minori, rendono i problemi burocratici quasi insormontabili. Il sostegno materiale e psicologico è garantito solo dalla forte solidarietà dei parenti. Le Istituzioni sembra che, semplicemente, non esistano. Massimo stava lavorando da solo con un martello pneumatico che ha coperto il rumore del treno che l’ha ucciso. Quel tipo di lavoro si può fare esclusivamente se protetti da una apposita squadra o col binario interrotto alla circolazione dei treni. Il macchinista e il capotreno lo vedono da lontano ed iniziano a frenare e a suonare, ma non c’è nulla da fare. Le prime voci riferiscono che all’arrivo della polizia non vengono trovati né il martello pneumatico, né alcuni altri arnesi, né il furgone usato per il trasporto. Secondo voci di fonte aziendale, Massimo si sarebbe recato a lavoro di propria iniziativa, ignorando le rigide normative in materia di sicurezza. Imperizia, trascuratezza e negligenza addebitate a chi non c’è più e non può difendersi. Una versione del tutto inverosimile e diffamatoria, quanto assurda, considerate le sue esperienze lavorative e l’altissimo rischio cui si sarebbe esposto. La difficoltà nel ricostruire la dinamica esatta dell’incidente mostrano il degrado del tessuto di solidarietà tra lavoratori, finanche in una grande azienda pubblica come le FS e la necessità di un comitato: l’obiettivo è perseguire la verità, sostenere i familiari, tutelare gli altri operai di Monterotondo e ricostituire tra i lavoratori solidarietà e consapevolezza del valore dell’autotutela rispetto ai rischi lavorativi. Per adesioni è disponibile il sito della storica rivista dei ferrovieri, www.ancorainmarcia.it”

“Comitato per la verità sulla morte del ferroviere Massimo Romano”

Per comunicazioni: Domenico Testa 313.8011.538
Stefano Pennacchietti 338.4673.074
Dante De Angelis 335.7155.292

 

COMITATO PER LA VERITA’ SULLA MORTE DEL FERROVIERE MASSIMO ROMANO

 

LA TRAGEDIA - La mattina del 15 novembre 2006 il ferroviere MASSIMO ROMANO, muore investito da un treno, mentre lavorava su un binario della linea Roma-Orte, nei pressi di Monterotondo (RM). Massimo era di Summonte, un piccolo paese in provincia di Avellino, aveva 44 anni. Lascia la moglie e due figli di 11 e 14 anni. Era dipendente di RFI Spa da soli due anni, da quando la ditta per cui lavorava (gestione passaggi a livello) venne assorbita dalla società del gruppo FS.

 

UNA VERSIONE INVEROSIMILE – Massimo stava lavorando da solo con un martello pneumatico che ha coperto il rumore del treno che l’ha ucciso. Quel tipo di lavoro si può fare esclusivamente se protetti da una apposita squadra o col binario interrotto alla circolazione dei treni. Il macchinista e il capotreno lo vedono da lontano ed iniziano a frenare e a suonare, si rendono immediatamente conto che, impegnato a demolire la massicciata, non può sentire. Interminabili secondi di impotenza e di terrore, poi lo schianto. Le prime voci riferiscono che all’arrivo della polizia non viene trovato né il martello pneumatico né alcuni altri arnesi, né il furgone usato per il trasporto. Nei giorni successivi iniziano a trapelare notizie di fonte aziendale: Massimo si sarebbe recato a lavorare di propria iniziativa, ignorando le rigide normative in materia di sicurezza. Imperizia, trascuratezza e negligenza addebitate a chi non c’è più e non può difendersi. Una versione del tutto inverosimile e diffamatoria, che tende ad insinuare implicitamente una volontaria, quanto assurda, negligenza della vittima, anche alla luce delle sue esperienze lavorative e della certezza che quella azione lo avrebbe esposto inevitabilmente al rischio investimento. Sulla sua morte e sulle ombre che gravano sull’infortunio indaga il dott. Luca Ramacci della Procura della Repubblica di Tivoli.

 

PERCHE’ IL COMITATO – Alcuni delegati RSU e RLS intuiscono che la vicenda sta assumendo contorni poco chiari, temono un insabbiamento e decidono di sottrarre all’oblio la tragedia, difendere la memoria di Massimo, sostenere la famiglia nei difficili momenti che seguiranno, impedire che possano verificarsi ancora morti così assurde. Seguendo la legge 626 chiedono al datore di lavoro, senza ottenerla, la documentazione della giornata e gli ordini di lavoro. La difficile ricostruzione della dinamica esatta, delle cause dell’infortunio e le circostanze connesse, mostrano con evidenza il degrado del tessuto di solidarietà tra lavoratori, finanche in una grande azienda pubblica come le FS. Le regole per la sicurezza esistono e sono copiose, non vi dovrebbe essere rischio di indebite pressioni o ricatti occupazionali o salariali sui lavoratori. Ma il risultato è una generalizzata violazione delle precauzioni sui cantieri per la manutenzione in linea, tanto che pochi giorni dopo, altri operai lavoravano senza protezioni sullo stesso binario.

Un’organizzazione del lavoro fondata sul risparmio, risultato dei tagli all’occupazione e della deregolamentazione, sta via via condizionando la pur forte tradizione di cultura della sicurezza anche nelle ferrovie. La costituzione di un comitato è la risposta più democratica ed efficace per arginare, la deriva infortunistica, perseguire la verità, sostenere i familiari, tutelare gli altri operai di Monterotondo e ricostituire tra i lavoratori la consapevolezza del valore dell’autotutela rispetto ai rischi lavorativi. Un evento altamente simbolico, un preoccupante campanello d’allarme proprio perché avvenuto in una grande impresa ritenuta immune da tali fenomeni.

 

L’ASSEMBLEA DI ORTE – Gli stessi delegati, a fine novembre iniziano a preparare un’assemblea per coinvolgere lavoratori e sindacati e per presentare e lanciare il Comitato. Si tiene ad Orte la mattina del 19 gennaio, con una forte partecipazione di operai, tra i quali i compagni di lavoro di Massimo; alcuni sindacalisti presenti temono che l’iniziativa possa interferire con l’attività istituzionale del sindacato, dell’azienda e della magistratura. In realtà fino a quel giorno, due mesi dopo l’incidente, non vi era stata alcuna iniziativa aziendale nei confronti della famiglia né alcuna iniziativa sindacale, sciopero, assemblea o richiesta di adeguamento e applicazione delle misure di sicurezza.

 

IL RUOLO DELLA STAMPA – Il giornalista Loris Campetti presente all’assemblea, ne pubblica su “Il Manifesto” del 20 gennaio 2007 un dettagliato resoconto e rende finalmente nota all’opinione pubblica, insieme all’ennesima morte bianca, la tragedia umana di un altro ferroviere che ha perso la vita sul lavoro in un modo inspiegabile. Un piccolo risarcimento alla memoria di Massimo, morto in un giorno di sciopero dei giornalisti.

L’articolo mette in risalto il rischio che tra i ferrovieri italiani possa verificarsi quanto accaduto nel film di Ken Loach “Paul, Mike e gli altri” cioè nascondere un infortunio sul lavoro, nelle ferrovie inglesi, per paura di perdere il posto. Un fenomeno sociale estremamente preoccupante, inimmaginabile per le ferrovie italiane, cui tutti dovrebbero prestare la massima attenzione. Dopo l’articolo, se ne interessa il Blog di Beppe Grillo, il TG3 con “Primo piano”, la notizia inizia a circolare in rete. Il 25 gennaio il sindacato viene convocato da RFI e stipula un accordo sulla sicurezza che lascia perplessi e insoddisfatti gli stessi delegati: ''Benvengano tutte queste iniziative ma dovevano essere adottate da sempre e non soltanto dopo l'infortunio mortale. Non c'e' da inventare molto perchè le norme ci sono e sono anche molto severe, il problema e' costringere l'azienda ad applicarle e sostenere e tutelare i lavoratori quando le richiedono. L'azienda insiste, invece, nel varare farraginose procedure burocratiche interne che mettono in ombra il sistema previsto dalla legge 626, non coinvolgono i delegati Rls e non incidono sulle condizioni materiali di lavoro".

 

LA FAMIGLIA LASCIATA SOLA – Il 12 febbraio 2007, alcuni componenti del Comitato incontrano i familiari di Massimo nella loro casa di Summonte. Una famiglia di grande dignità che a fatica ammette di non aver ricevuto nessun aiuto: a tre mesi dalla morte del capofamiglia, unica fonte di reddito, la liquidazione è bloccata in attesa dell’intervento del giudice tutelare, l’INAIL di Avellino non eroga indennizzi in attesa di un certificato di morte fermo alla Procura della Repubblica di Tivoli; dall’azienda per cui Massimo lavorava, RFI Spa, azienda del Gruppo FS, non si è visto né sentito nessuno Neanche dal sindacato cui era iscritto è arrivato alcun conforto o sostegno. Il dolore, l’annientamento subito dalla perdita del proprio caro, la distanza da Roma, le necessità di assistenza ai figli minori, rendono i problemi burocratici quasi insormontabili. Il sostegno materiale e psicologico è garantito solo dalla forte solidarietà  dei parenti. Le Istituzioni semplicemente non esistono.

I familiari condividono comunque la costituzione del Comitato e ne sostengono le iniziative, oltre la loro specifica condizione, riconoscendo la valenza generale dell’iniziativa contro la tragedia delle morti sul lavoro.

 

“Comitato per la verità sulla morte del ferroviere Massimo Romano”

 

Per adesioni o comunicazioni: Domenico Testa              313.8011.538

                                             Stefano Pennacchietti       338.4673.074     

                                             Dante De Angelis              335.7155.292