|
«Se non mi firmi in bianco
le dimissioni, non ti assumo»
Le parlamentari dell'Unione presentano un
disegno di legge contro le «dimissioni coatte» anticipate che i
padroni pretendono dai lavoratori al momento dell'assunzione, per
poterli cacciare «legalmente» in futuro
Carla Casalini
Cosa sono le «dimissioni in bianco»? Semplice, e
lesiva di dignità e libertà, è la pratica che si nomina a partire
dal suo senso letterale: un foglio con una firma preventiva del
«lavoratore», al momento dell'assunzione, che sarà usata in seguito
dal «datore di lavoro» quando vuole disfarsi di lui/lei, facendo
figurare l'uscita dal luogo di lavoro come una scelta «volontaria»
del prestatore d'opera - «c'è la sua firma sul foglio di
dimissioni!».
Chi non ci sta a siglare in anticipo il proprio licenziamento
mascherato, non viene assunto, e il ricatto prosegue per tutto il
tempo in cui si trova in quell'impresa, se per caso si ammala o gli
capita un 'infortunio' da lavoro. Il segno 'letterale' traduce
infatti una pratica corposamente concreta - la dipendenza nel tempo
quotidiano di una vita -, e simbolica - l'esercizio di un potere
direttamente personale che sa di un passato feudale riciclatonon
solo dal «postmoderno» ma ben da prima, come testimoniano le prime
norme «contenitive» già negli anni '60. Ma le «dimissioni estorte»
ai prestatori d'opera sono difficilmente quantificabili, perché ci
si può basare solo sui ricorsi ai tribunali dei lavoratori, dopo la
loro cacciata: e dunque «si stima, ma per assoluto difetto, che ci
siano 18 mila casi all'anno».
I numeri li ha forniti ieri a palazzo Madama il dirigente nazionale
della Cgil Claudio Treves, intervenendo nella conferenza stamnpa in
cui le senatrici del Centrosinistra hanno presentato un «disegno di
legge per neutralizzare gli effetti della richiesta preventiva della
sottoscrizione di dimissioni in bianco da parte del lavoratore».
Silvana Pisa, Vittoria Franco, Anna Maria Carloni, Colomba Mongiello
(Ulivo) e Maria Luisa Boccia (Rifondazione) hanno illustrato il
testo (già presentato alla Camera da Marisa Nicchi e altre). «Ci
auguriamo che l'esame possa iniziare subito», invita Silvana Pisa,
segnalando, con Anna Maria Carloni, il maggior «potere di ricatto»
che questa pratica padronale si permettere al sud.
Un disegno di legge stringato, di due soli articoli con annessi
commi, che si concentra sulla prescrizione di «appositi moduli,
predisposti e resi disponibili, gratuitamente, dalle direzioni
provinciali del ministero del Lavoro e dagli Uffici comunali»,
dotati di un «codice alfanumerico progressivo di identificazione,
nonché di spazi da compilare» da parte del lavoratore firmatario su
«identificazione del prestatore d'opera, del datore di lavoro, della
tipologia di contratto da cui si intende recedere, della sua data di
stipulazione ...».
Colomba Mongiello ieri ha poi proposto di inserire questi due
articoli «all'interno della riforma del processo di lavoro all'esame
della commissione di palazzo Madama». Abbiamo chiesto perciò a un
giurista come Massimo Roccella, a conoscenza del testo sul «processo
di lavoro», che cosa pensa di questo nuovo disegno di legge. delle
parlamentari dell'Unione. «Tocca un problema serio e reale -
aderisce Roccella - e l'intenzione è ottima, anche se va qua e là
precisata tecnicamente»: fra i punti che il giurista propone di
«precisare», il più importante ci sembra la necessità di risolvere
il problema di chi - prestatore d'opera che deve compilare i moduli
- non è «alfabeta», come le migliaia di lavoratori extracomunitari
che non maneggiano bene l'italiano.
Roccella ricorda anche che per la «maternità» ma anche per la
«paternità», biologica o adottiva, esiste già una protezione contro
le «dimissioni estorte» nel decreto legislativo 151 del 2001. Ma le
senatrici, ieri, hanno infatti parlato delle limitazioni alla
libertà di tutti, «donne e uomini». Quel che invece colpisce -
questa volta in negativo - nel testo delle senatrici, è per noi
leggere l'elenco minuzioso delle «tipologie» di contratto cui si
rivolge il nuovo disegno di legge, fino a quelle più ambigue e
spurie: non ne capiamo il motivo, visto che questa appare una, certo
involontaria ma pur sacrosanta, legittimazione - per via indiretta -
fin delle più odiose forme di lavoro precario.
|