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La via difficile alla sicurezza sul
lavoro
Alberto Bugio 1 – marzo 2007
Parliamo ancora
di sicurezza sul lavoro. Cronache e statistiche confermano che in
Italia si muore, ci si infortuna e ci si ammala sul lavoro a ritmi
incomparabili con il resto dell'Europa. Quando si verifica un
incidente più grave del solito,
l'indifferenza cede il passo alla commozione.
Si confida allora in una generale presa di coscienza. Poi si ricade
puntualmente nella routine. Segno che senza una precisa assunzione
di responsabilità da parte della politica non se ne uscirà. E che
continueremo a piangere i morti con lacrime sempre meno
rispettabili.
Del resto la sicurezza del
lavoro (la lotta alla precarietà) e sul lavoro (il varo di una
migliore normativa prevenzionistica) è uno dei principali impegni
assunti dall'Unione in campagna elettorale. Ciò lascia supporre che
il governo punti molto sul ddl-delega in base al quale dovrà
elaborare il Testo unico in materia di salute e sicurezza sul
lavoro.
Di recente il provvedimento è stato varato dal consiglio dei
ministri e presto dovrebbe andare all'esame del parlamento. È dunque
tempo di discuterne analiticamente coinvolgendo l'opinione pubblica.
Come valutare il
ddl proposto dal governo? Cominciamo col dire che c'è un problema
relativo al percorso prescelto. Dapprincipio si è mimato un
metodo partecipativo, sollecitando il contributo delle forze di
maggioranza. Poi si è proceduto risolutamente, ignorando proposte e
deludendo aspettative. Si è battuta la via del decisionismo, che
conferma una patologia del sistema politico manifestatasi in
modo eclatante nel corso della passata legislatura. Mutuando
logiche proprie delle istituzioni comunitarie, gli esecutivi tendono
a monopolizzare l'iniziativa legislativa vulnerando le prerogative
del parlamento e realizzando
un'evoluzione sistemica di stampo tecnocratico e oligarchico.
Sarebbe bene che la sinistra tutta prendesse coscienza di tale
deriva, destinata a mettere seriamente a rischio la sua capacità di
incidere nel processo di formazione delle decisioni.
Quanto al merito
del ddl, non siamo messi meglio. Non è possibile affrontare qui
tutte le lacune del testo, che riguardano tra l'altro i rischi di
disomogeneità territoriale della normativa (con conseguenti pericoli
di concorrenza al ribasso tra regioni e imprese sugli standard di
sicurezza); la carenza degli strumenti processuali di tutela dei
lavoratori (per es. attraverso la costituzione di parte civile delle
rappresentanze nei procedimenti penali in materia di sicurezza e
igiene); l'assenza di principi e criteri riguardanti i diritti di
chi lavora (a cominciare dal diritto di astenersi dalla prestazione
in caso di violazione della normativa prevenzionistica). Limitiamoci
a due aspetti essenziali sui quali sarà indispensabile apportare
significative modifiche al testo del governo.
In primo luogo gli appalti,
materia nevralgica, considerato che la maggior parte degli incidenti
colpisce lavoratori in forza a imprese appaltatrici. Il ddl è
gravemente carente per ciò che attiene agli obblighi del committente
nella misura in cui si limita a rinviare genericamente a un
principio di potenziamento del regime di responsabilità solidale tra
appaltante e appaltatore. Una
prevenzione efficace richiederebbe ben altre misure, a cominciare
dall'obbligo, per il committente, di allegare al contratto di
appalto, pena la sua invalidazione, un piano vincolante di sicurezza
che tenga conto dell'impiego comune degli impianti e definisca le
procedure collettive per le emergenze.
La seconda questione
concerne gli rls, figure-chiave le cui funzioni il programma
dell'Unione dichiara di voler rafforzare ma che il testo del governo
degna di poca attenzione. Il ddl non prevede misure atte a
rafforzarne il ruolo: né l'elezione diretta da parte dei lavoratori
né la facoltà di redigere un proprio documento di analisi dei
rischi. Non ne sancisce il diritto di ottenere dall'impresa tutte le
informazioni necessarie all'esercizio delle proprie funzioni, né
stabilisce che l'rls possa avvalersi della collaborazione di tecnici
esterni. Ancor meno dispone - come sarebbe invece necessario - che
l'rls svolga il proprio ruolo secondo prescrizioni minime di legge,
anche laddove la contrattazione collettiva non ne abbia definito
adeguatamente le modalità di esercizio.
Si tratta, com'è
evidente, di questioni complesse che mettono alla prova la volontà
politica di garantire ai lavoratori il diritto, costituzionalmente
protetto, alla salute e alla sicurezza. Ora la parola passa al
parlamento. Su tutte le forze della maggioranza incombe il dovere di
confermare la validità degli impegni programmatici su questa
materia, nonostante il lavoro non figuri nei dodici punti di Prodi.
E l'onere di dimostrare che le travagliate vicende del governo non
hanno appannato i propositi autenticamente riformatori dell'Unione.
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