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Contratto bancari, ora il
referendum
Nei giorni scorsi è stata varata da nove sigle
sindacali la piattaforma unitaria per il rinnovo del Contratto
nazionale del credito. Rispetto alle piattaforme degli ultimi due
contratti quella attuale evidenzia sicuramente un avanzamento nei
contenuti che saranno oggetto delle trattative con l'Abi. In
particolare troviamo positive:
1) la richiesta di aumento salariale (7,3% biennale) perché
esplicita una partecipazione di tutti i lavoratori agli enormi
profitti conseguiti dalle banche in questi anni i cui benefici sono
andati solo agli azionisti e ai manager.
2) Il rafforzamento dell'area contrattuale con la comprensione dei
call ce nter nelle attività previste dal contratto, la
regolamentazione riguardo le cessioni di ramo d'azienda sia
all'interno che all'esterno dei gruppi bancari, il freno posto ai
distacchi (spesso utilizzati per attuare cessioni vere e proprie).
3) Le relazioni sindacali, con il rafforzamento delle Rappresentanze
sindacali aziendali sia a livello di controllo che rivendicativo e
delle competenze della Contrattazione Integrativa.
Riteniamo che si potessero avanzare ulteriori richieste nella parte
inerente il mercato del lavoro inserendo una percentuale minima di
assunzione (almeno l'80%) per gli apprendisti (anche se è prevista
una minor durata e un inquadramento superiore), dei rimborsi certi
per gli stagisti e dei paletti per l'utilizzo dei contratti a
termine. La valutazione complessiva è stata positiva e, per questo,
abbiamo espresso il nostro voto favorevole nel Direttivo nazionale
Fisac.
Ciò che ci ha lasciati perplessi, però, è il fatto che la
piattaforma non parta da richieste ben definite quanto, piuttosto,
da obiettivi da raggiungere. In questo modo, lasciando le «maglie
larghe», sembra di partire con un profilo rivendicativo un po'
defilato. Noi riteniamo che i lavoratori di questo settore debbano
recuperare due contratti penalizzanti e che per conseguire questo
obiettivo sono necessarie delle rivendicazioni chiare, sostenute da
mobilitazioni forti e compatte. In questa logica abbiamo chiesto
l'attuazione del referendum per votare sia la piattaforma che
l'eventuale accordo finale, senza escludere lo svolgimento delle
assemblee. Dobbiamo purtroppo rilevare che tale proposta non ha
avuto seguito nelle discussioni degli ultimi direttivi nazionali.
Eppure tale strumento sarebbe estremamente utile per i seguenti
motivi:
A) Manterrebbe unito il tavolo a nove sigle che, per la sua
ampiezza, può risultare un punto di forza ma anche di debolezza. Il
referendum vincolerebbe tutti al rispetto degli impegni, offrendo
maggiore forza nelle trattative.
B) La partecipazione alle assemblee in tanti luoghi è inferiore al
50% per diversi motivi (pressioni, lontananza, impegni familiari):
il referendum darebbe la possibilità di esprimersi a tutti coloro
che non possono partecipare alle assemblee in particolare ai
dipendenti a tempo determinato e in apprendistato.
C) Siamo in un momento in cui si discute della crisi della
rappresentanza sindacale, dello scollamento tra la base dei
lavoratori e il sindacato e all'interno del sindacato stesso; siamo
in una fase in cui i sindacati hanno firmato memorandum come quello
sul tfr, sulle pensioni, sul pubblico impiego, l'avviso comune sui
call center senza un percorso democratico con la validazione
certificata sulle piattaforme e gli accordi. Il referendum
espliciterebbe la volontà del sindacato di rafforzare il legame di
fiducia sempre più incrinato; avrebbe riflessi positivi per le altre
categorie e per le confederazioni: finora solo i metalmeccanici
hanno utilizzato questo strumento con benefici effetti sulla
partecipazione e sulla democrazia. La domanda a questo punto è:
perché non farlo?
***Daniele Canti, Antonio Maiorano, Luigi Giannini, Antonio
Formichella, membri Direttivo Nazionale Fisac Cgil
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