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Sicurezza sul lavoro, quel
ddl che non dà spazio ai lavoratori
Il disegno di legge del governo non dà più
poteri ai rappresentanti dei lavoratori, nonostante le insistenze di
Rls, Fiom e Prc. Confindustria: la metà dei morti avviene sulle
strade. Anmil: macroscopico scaricabarile
Antonio Sciotto
Un disegno di legge che fa acqua da tutte le
parti, e non assicura la sicurezza dei lavoratori: in primo luogo
perché non aumenta di un centimetro le possibilità per gli rls - i
rappresentanti alla sicurezza (Rls) - di incidere realmente sulla
progettazione e il controllo dell'intero sistema, lasciando loro
l'attuale ruolo poco più che formale. E dire che durante la
«kermesse» governativa di Napoli, il mese scorso, un comitato
autorganizzato degli Rls - tra loro spiccano i ferrovieri - aveva
chiesto la parola e l'aveva ottenuta a fatica per esporre la propria
piattaforma. Le critiche sono venute anche dalla Fiom e da
Rifondazione comunista, ma il ministero del lavoro ha tenuto duro,
non ha recepito nulla di quanto contestato, e venerdì scorso il
testo del disegno di legge delega è passato al consiglio dei
ministri. Il ministro Paolo Ferrero ha subito dopo diffuso una nota
in cui rimanda le correzioni alla discussione parlamentare, facendo
capire che il Prc non intende mollare.
Secondo Ferrero il testo dovrebbe «introdurre nel corpo normativo
sia nazionale che regionale elementi di rigidità piuttosto che
incentivi; collocare i costi della sicurezza sui costi generali
della produzione, anziché sul lavoro; ricostruire il rapporto tra
lavoro e impresa, attraverso una rigorosa responsabilizzazione del
soggetto titolare della produzione; infine rafforzare il ruolo,
l'autonomia e la rappresentatività di tutte le lavoratrici e i
lavoratori a partire dai Rappresentanti dei lavoratori per la
sicurezza».
Gli stessi concetti sono ribaditi da Maurizio Zipponi, responsabile
Lavoro del Prc, secondo il quale «il disegno di legge è inadeguato».
«Emerge un dato gravissimo - spiega: la cancellazione del ruolo e
del potere di intervento degli Rls, ai quali non viene riservato
nemmeno un riferimento, dopo che, seppure non invitati, avevano
chiesto con determinazione alla conferenza di Napoli un
rafforzamento della propria funzione».
Ieri è arrivata un'altra critica al testo, ma questa volta non da
sinistra: secondo Giorgio Usai della Confindustria, che ha riferito
alla Commissione d'inchiesta sulle morti bianche in Senato, il testo
del governo «è immotivatamente penalizzante per le imprese, senza
tuttavia prevedere più tutele per i lavoratori». In particolare,
Confindustria pone l'accento sulle nuove sanzioni sia penali che
amministrative contenute nel testo, una posizione di critica
condivisa anche dalle imprese aderenti a Confagricoltura.
Ma subito dopo il responsabile relazioni industriali della
Confindustria ha ripreso una posizione che aveva già raggelato,
sempre il mese scorso, l'uditorio dei lavoratori in occasione
dell'assemblea nazionale sulla sicurezza organizzata da Cgil, Cisl e
Uil al Brancaccio di Roma: la tesi è che oltre la metà degli
infortuni sul lavoro avviene sulla strada, mentre i lavoratori si
spostano, e che dunque le imprese non avrebbero capacità
d'intervento nella maggior parte dei casi. «I dati sugli infortuni
mortali sono gravi - ha spiegato Usai ai senatori riuniti in
commissione - ma il 52% sono infortuni in itinere, cioè che
avvengono sulla strada, e il datore di lavoro non ha la capacità di
intervento». Bisognerà capire dove questi dati siano stati reperiti,
perché per il momento risultano essere in mano solo alla
Confindustria.
Replica il presidente dell'Anmil Piero Mercandelli: «L'affermazione
di Confindustria, secondo cui le morti bianche sarebbero da
attribuire per il 52% a infortuni in itinere o più in generale a
incidenti stradali, sembrano una sparata macroscopica a sostegno
della tesi della irresponsabilità dei datori di lavoro. Mi sembra
assurdo pensare che i morti nell'autotrasporto non debbano essere
considerati vittime del lavoro solo perché hanno la sfortuna di
morire sulla strada, il che dovrebbe poi, per di più, farci pensare
che gli orari e i ritmi imposti dai proprietari e dagli azionisti
delle imprese da cui dipendono, nulla abbiano a che vedere con le
cause della loro morte. Idem per gli infortuni in itinere: gli orari
di lavoro, la stanchezza per i turni massacranti e prolungati, sono
causa scatenante di molti infortuni mortali nel tragitto da casa al
lavoro e viceversa, benché essi non superino comunque nelle
statistiche Inail la quota del 22% di cui il 12% sul percorso di
ritorno dal lavoro».
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