E' polemica sulle buste paga
E' polemica sulle buste paga, gli sgravi Irpef decisi dalla finanziaria e le addizionali locali che comuni e regioni stanno varando in questi mesi. La miccia l'ha accesa il viceministro all'Economia Vincenzo Visco, che parlando ieri all'Università di Enna ha contestato i dati diffusi dal Sole24Ore, definendoli «tendenziosi ed errati». Il quotidiano notava come il passaggio dal sistema delle deduzioni a quello delle detrazioni per i familiari a carico, deciso dalla finanziaria, sommandosi alla possibilità di innalzare le aliquote locali (autorizzato sempre dalla manovra), avesse causato il peggioramento delle buste paga proprio per le famiglie più numerose, senza contare i «single», penalizzati più di tutti. Su 1096 comuni che hanno deliberato, inoltre, 687 hanno aumentato l'aliquota, 406 l'hanno mantenuta uguale al 2006, e 3 l'hanno ridotta. L'aliquota comunale è unica, non differenziata per carichi familiari. L'aumento medio è stato dell'87,5%.
Visco ha replicato che «i comuni sono responsabili, perché le alternative c'erano: la norma in finanziaria è fatta in maniera tale che i comuni possano tener conto della composizione familiare e del reddito e decidere per l'abbattimento». Secondo il viceministro, «dalle stesse analisi del Sole24 Ore emerge che si coglie l'obiettivo di proteggere e anzi favorire i redditi degli italiani meno abbienti e delle famiglie con più figli, con particolare attenzione ai lavoratori dipendenti».
Come dire, i comuni avevano il via libera all'aumento, ma la stessa finanziaria li autorizzava a distinguere i contribuenti per fasce sensibili. A stretto giro arriva dunque la replica di Leonardo Domenici, sindaco di Firenze e presidente dell'Anci: «Si susseguono - spiega - prese di posizione inaccettabili che tendono a scaricare sul complesso dei Comuni ogni tipo di responsabilità. Lo vediamo da parte di rappresentanti del governo, di esponenti dell'opposizione di centrodestra che hanno ricoperto importanti incarichi governativi, da parte di Confindustria e dei sindacati. E' una cosa inaccettabile, e ne discuteremo al Consiglio nazionale dell'Anci».
Nello scaricabarile tra governo ed enti locali, si distingue Luigi Angeletti della Uil, secondo cui «con l'arrivo delle addizionali locali e l'aumento delle tariffe sarà un bagno per i lavoratori»: il sindacalista usa questi termini per sostenere «la riduzione delle tasse sugli aumenti salariali», cavallo di battaglia anche della Cisl. Poi aggiunge che «se non si cambia direzione la quarta settimana tornerà ad essere pesante» (qualcuno si era accorto che nel frattempo si era alleggerita?).

Caro-euro, l'inflazione si è accanita sulle fasce più deboli
Studio Istat su panieri differenziati. Dal 2001 al 2006 i prezzi sono cresciuti del 15,41%, pagati soprattutto da pensionati e famiglie in affitto
Ernesto Geppi

L'inflazione degli ultimi anni ha fatto distinzioni di censo? Su chi ha pesato di più la crescita dei prezzi? E' vero che i morsi dell'inflazione sono stati più forti presso le fasce economicamente deboli della popolazione? Stando ai dati diffusi ieri e contenuti in uno studio condotto dall'Istat parrebbe di no: per meglio dire, se differenze ci sono state si è trattato al più di qualche decimale di punto, con oscillazioni molto contenute da un anno all'altro e con un differenziale pressoché nullo nel lungo periodo.
In particolare, per l'intero periodo che va dal 2001 al 2006 l'Istat stima una crescita complessiva dei prezzi pari al 15,41%. Questa stima è relativa ai consumi di tutte le famiglie italiane, che sono più di 23 milioni. Se si prende invece in considerazione la sottopopolazione dei pensionati (quasi 8 milioni di famiglie), per essi la crescita dei prezzi è appena un po' inferiore, pari al 15,25%. Per i 4,3 milioni di famiglie in affitto e subaffitto è stata invece un po' più alta (15,56%), e leggermente più elevata (15,76%) è stata quella sperimentata dai quasi 5 milioni di famiglie più disagiate (identificate come quelle che spendono di meno per consumi). Qualcosa in più si vede considerando le medie dei vari anni, ma non si va al di là di pochi decimali di differenza: in corrispondenza dei periodi di maggiore crescita dei prezzi dei prodotti alimentari (2002-2003) l'inflazione dei pensionati o delle famiglie disagiate è ad esempio più elevata, poiché per queste categorie i consumi di prodotti alimentari pesano di più.
Si tratta di differenze davvero molto esigue, specie se considerate alla luce delle attese scaturite in questi anni dal dibattito che ha accompagnato l'analisi dell'andamento dei prezzi in Italia: un dibattito a tratti furioso, e quasi sempre sterile, scadente e dominato dai luoghi comuni (come nel caso dell'«inflazione percepita»). I dati diffusi ieri sembrano dire questo: anche se si altera la struttura del paniere, dando più peso ai prodotti alimentari o alle spese per la casa o a quelle sanitarie, il risultato non cambia di molto.
I risultati vanno tuttavia valutati molto attentamente prima di trarre conclusioni affrettate, e per farlo occorre senz'altro partire dalle numerose avvertenze e cautele con cui l'Istat stesso ne ha accompagnato la diffusione. Per citarne solo una, la rilevazione dei prezzi con cui l'Istat calcola l'inflazione è adatta sperabilmente a misurare l'inflazione generale ma non quella, per esempio, dei pensionati o altre categorie caratterizzate da comportamenti particolari, sia nella scelta dei punti vendita che dei prodotti, e per i quali andrebbero effettuate rilevazioni specifiche. Quelli diffusi ieri costituiscono pertanto solo i risultati di un esercizio effettuato sui dati della rilevazione dei prezzi al consumo che al di là del suo impatto mediatico necessita semmai di ulteriori approfondimenti. Un esercizio comunque non fatto a caso: l'individuazione delle categorie sociali è stata discussa nell'ambito della Commissione di studio sui numeri indici dei prezzi al consumo (cui partecipano fra gli altri sindacati e associazioni dei consumatori), istituita qualche anno fa sull'onda delle polemiche che avvolsero l'Istat fra il 2002 e il 2003 proprio sul tema dei prezzi. Vale inoltre la pena di notare come per la simulazione sulle categorie sociali l'Istat abbia utilizzato l'indice armonizzato, più vicino agli impegni di spesa effettivi dei cittadini. Forse sarà proprio questo indicatore a sostituire l'obsoleta batteria di indici con cui attualmente l'Istat misura la dinamica dei prezzi.